Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Riforma costituzionale della magistratura: espressione del potere

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 di Antonella Orefice ed Henry John Woodcock

 

Col referendum del 22-23 marzo 2026 i cittadini italiani sono chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.

Il Referendum non prevede un quorum, ciò significa che decide chi va a votare, senza bisogno di una soglia minima di partecipazione.

La riforma prevede la scissione del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) in due Consigli separati per magistratura giudicante e magistratura requirente, la sottrazione ad essi del ruolo disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari (affidato ad una nuova Alta Corte), e una nuova modalità di formazione di tali organi da definirsi con legge ordinaria mediante sorteggi fra nomi in parte predefiniti dal Parlamento.

Essa incide sull’organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e, ancora peggio, il sorteggio per la nomina del CSM. Si tratta della più radicale trasformazione dell’assetto istituzionale dalla nascita della Repubblica che altera profondamente l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

È la prima volta nella storia repubblicana che una riforma della Costituzione viene approvata con un testo “blindato” e imposto senza possibilità di cambiamenti, con una procedura affrettata e “chiusa” che è esattamente il contrario di quella auspicata dai nostri padri e madri costituenti che avevano ancora negli occhi le immagini della magistratura piegata alla dittatura fascista appena caduta.

Immaginarono per questo che la magistratura repubblicana dovesse essere autonoma e indipendente, capace di resistere ai rischi di nuove svolte autoritarie e pertanto assegnarono al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati. Questi poteri erano come “chiodi” piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque ingerenza.

La Costituzione italiana (1948) è stata profondamente influenzata dal pensiero del filosofo e giurista francese Montesquieu (1689-1755) sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) per garantire la libertà ed evitare il dispotismo.

Ne Lo Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, Montesquieu fondava la sua teoria sull'idea che «chiunque abbia potere è portato ad abusarne. Egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere.» Non vi è quindi libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo.

Ne aveva scritto in seguito anche Francesco Mario Pagano (1748-1799) nel suo Progetto di Costituzione della Repubblica Napoletana del 1799 che, pur partendo dal modello di Montesquieu, aveva introdotto elementi originali di grande innovazione costituzionale, concependo la legge non come espressione arbitraria del potere, ma come uno strumento razionale e costituzionale per limitarlo e garantire i diritti dei cittadini: la sovranità appartiene al popolo e la legge è superiore alla volontà del singolo governante. La giustizia, pertanto, deve essere amministrata in modo indipendente per proteggere la libertà civile.

Da Montesquieu ad oggi la divisione e separazione dei tre poteri è un punto di riferimento perché la democrazia non degeneri in forme di concentrazione dei tre poteri nelle mani di un singolo o gruppo ristretto. L'impianto repubblicano italiano ha articolato questi poteri separandoli e mettendoli in equilibrio. La Costituzione italiana ha creato questo equilibrio tramite organi di garanzia (come il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale) che vigilano sul rispetto delle competenze.

Il CSM è l'organo che assicura l'autonomia dell'ordine giudiziario, e quello a cui compete il governo autonomo dei magistrati ordinari, civili e penali. É composto da 33 membri e presieduto dal Presidente della Repubblica che vi partecipa di diritto.

Il CSM non è titolare di funzioni di indirizzo politico e quindi non svolge alcun ruolo politico, propriamente inteso, ma per Costituzione è titolare della funzione di governare l'ordine giudiziario, di cui tutela l'autonomia e l'indipendenza.

In uno Stato di diritto, la magistratura non è un “partner” del governo. Il suo compito non è aiutare il governo a raggiungere i suoi obiettivi politici, ma essere il limite a quel potere. L’indipendenza della magistratura è, dunque, uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo. Altrimenti la legge non è uguale per tutti.

La “riforma Nordio” mira sostanzialmente a modificare sette articoli della Costituzione 87-102-104-105-106-107-110.

Il testo approvato dal Parlamento, senza possibilità di modifiche e senza un vero confronto parlamentare, prevede la creazione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri: entrambi mantengono una composizione a prevalenza togata, ma operano separatamente, affidando ai pubblici ministeri un autonomo organo di autogoverno distinto da quello della magistratura giudicante.

La riforma introduce anche una Corte disciplinare di rango costituzionale, alla quale viene attribuita la competenza sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche questo organo è composto in prevalenza da magistrati, ma si distingue dagli attuali Consigli Superiori, che non svolgeranno più funzioni disciplinari, concentrandosi sul governo delle carriere.

Un ulteriore profilo rilevante riguarda le modalità di selezione dei componenti degli organi di autogoverno. La riforma prevede il ricorso al sorteggio, in luogo del tradizionale sistema fondato sul voto, con l’obiettivo dichiarato di incidere sulle dinamiche associative e sul ruolo delle correnti all’interno della magistratura.

Il sorteggio sostituirebbe l’elezione con un meccanismo casuale che potrebbe indebolire competenza e autorevolezza dell’organo, rendendolo più vulnerabile alle pressioni politiche. Spostare l’asse delle garanzie del pubblico ministero dal livello costituzionale a quello legislativo, rende quindi possibile un condizionamento indiretto attraverso regole su carriere, incarichi, uffici e progressioni professionali. In sostanza, sebbene nella forma i doveri del pubblico ministero rimarranno gli stessi, la sua indipendenza non sarà più blindata e a quel punto non servirà violarla, basterà semplicemente condizionarla.

L’obiettivo non dichiarato è dunque quello di indebolire l’autonomia della magistratura e porla sotto il controllo del governo, alterando l’equilibrio tra i poteri previsto dalla Costituzione.

Le carriere sono già separate nei fatti. Dopo la riforma Cartabia, i passaggi di funzione sono diventati rarissimi, pertanto modificare la Costituzione per questo motivo è inutile e dannoso.

È bene inoltre ricordare che la riforma non accelera i processi né migliora l’efficienza del sistema giudiziario. Ad ammetterlo è stato lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo cui la riforma non influisce in alcun modo sulla velocità dei processi, quindi, non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Deve essere chiaro che votando “Sì” non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini.

Se il pm diventa semplicemente una parte speculare alla difesa, a quel punto non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi collegi di difesa.

Riassumendo: questa riforma mira sostanzialmente ad esporre la giustizia al rischio di condizionamenti politici, a trasformare la natura del Pubblico Ministero da organo di giustizia imparziale ad accusatore, ad alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato ed a svuotare l’articolo 3 della Costituzione, compromettendo l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

Votare “SÌ” significa approvare il testo della legge costituzionale e consentirne l’entrata in vigore definitiva. La riforma produrrà quindi i suoi effetti sull’organizzazione della magistratura, secondo le modalità previste dal legislatore e dalle successive leggi di attuazione.

Votare NO significa difendere l’equilibrio tra poteri, l’uguaglianza dei cittadini e il sacrificio di chi ha lottato per la libertà.

 

Antonella Orefice

 

henry john woodcockQuanta ipocrisia intorno a questo referendum: da una parte la magistratura associata, e in qualche modo costretta a farsi andare a genio, e addirittura a “corteggiare” magistrati da sempre snobbati dall’ANM, dall’altra l’avvocatura, o meglio, una parte consistente della stessa, che parla di una “occasione storica” per ottenere la tanto ambiata e auspicata “separazione delle carriere” tra pm e giudice.

Altrettanto fuorviante è l’idea che i magistrati facciano parte di una casta che si considera intoccabile, incapace, o meglio poco disponibile a sanzionare gli appartenenti alla medesima casta. Nulla di più lontano dal vero. E infatti non solo i magistrati italiani sono sotto il profilo disciplinare tra i più sanzionati d’Europa, ma il nostro sistema disciplinare è così tanto rigoroso che alcuni magistrati sono stati destituiti, ossia cacciati dall’Ordine giudiziario, pur essendo stati assolti o prosciolti in sede penale.

É inaccettabile l’idea di un CSM i cui membri vengono sorteggiati, per giunta con l’istituzione di un’Alta corte competente in materia disciplinare, le cui decisioni verranno sottratte al controllo giurisdizionale delle sezioni unite della Corte di Cassazione.

In uno Stato democratico ciò che è davvero importante è che le decisioni siano conoscibili e trasparenti da quelle che riguardano la carriera dei magistrati, e quelle che concernono genesi e gestione delle inchieste, e occorre altresì che il giudice sia realmente indipendente.

Tale fondamentale esigenza non solo non verrà assicurata da questa riforma (che neppure apporterà alcun vantaggio al servizio giustizia), ma al contrario c’è il serio e concreto rischio che questa favorisca la formazione di nuove generazioni di magistrati timorosi e “terrorizzati” dal disciplinare, e quindi, sicuramente, di una magistratura meno attenta alle esigenze dei più deboli e dei meno abbienti, ossia di chi ha meno possibilità di potersi difendere in particolare nel processo penale.

Per cui non si tratta di esprimere un voto di simpatia o antipatia verso i magistrati, pur se negli anni hanno fatto e continuano a fare ben poco per guadagnare in empatia, se non fosse altro che per l’incapacità di alcuni di essi di sentirsi dei comuni cittadini quando escono dai tribunali e soprattutto dalle Procure.

Non bisogna farsi condizionare da facili e fuorvianti slogan perché è in gioco l’imprescindibile tenuta del fondamentale equilibrio tra i poteri dello Stato.

Questo referendum e l’eventuale “Si” indeboliranno l’ordine giudiziario, perché quando si costituisce un ordine di governo in cui i magistrati vengono presi a sorte e si irrobustisce la componente laica, è chiaro che la magistratura si indebolisce.

E una magistratura più debole, a chi conviene? Questa è una riforma che va a scapito dei poveri disgraziati, alla povera gente.

Il “Si” porterebbe ad una magistratura debole e non se la prenderà con il colletto bianco, ma con la povera gente.

Per andare a votare la separazione si scalfiscono quelli che sono dei principi fondamentali della democrazia.

Oggi stiamo vivendo una crisi seria dei valori democratici, e questo fa paura. In questa campagna referendaria si sta caratterizzando un cattivo gusto più unico che raro.

Il riferimento è ad una vera e propria strumentalizzazione di alcuni casi di cronaca tristemente drammatici, come per esempio il «Caso Tortora», irrispettosamente utilizzato come vera e propria bandiera dai sostenitori del “Si”. E più in generale, il riferimento va alla sistematica, quanto incoerente evocazione di quelli che vengono spesso impropriamente definiti “errori giudiziari”.

Utilizzare tale argomento come strumento promozionale e propagandistico per il “Si”, sostenendo, come viene sbandierato, che «i magistrati non pagherebbero per i loro errori», costituisce una ennesima mistificazione, e soprattutto risulta più che mai mortificante ed irrispettoso per le stesse vittime di tali «errori».

Ed è questo il dato fondamentale che l’elettore dovrà tener ben presente: la riforma Costituzionale sulla quale siamo chiamati ad esprimerci non c’entra assolutamente nulla con il tema dei cosiddetti «errori giudiziari» e, dunque, non solo non risolverà la questione (anzi la aggraverà), ma soprattutto tale tema è totalmente estraneo rispetto al quesito referendario, così come quello della «carcerazione preventiva» tirato in ballo a sproposito.

L’unico esclusivo obiettivo della riforma stessa è quello di dare una lezione e di infliggere una sonora punizione ai magistrati, anche a costo di danneggiare i cittadini, e soprattutto i cittadini più deboli e più esposti, perché questa sarà l’inesorabile conseguenza se la riforma dovesse passare.

 

Henry John Woodcock

 

 

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