Vittime innocenti. Gennaio 1946-2014
Fu colpito alla testa da proiettili diretti allo zio con cui stava giocando. Tre anni li avrebbe compiuti a maggio, ma la barbara legge della vendetta camorristica non risparmia la vita nemmeno ai bambini. Silvio Iervolino, nipotino di un pregiudicato proposto per la sorveglianza speciale e noto come affiliato all’organizzazione criminale di Raffaele Cutolo, venne trapassato dagli stessi proiettili che ferirono gravemente lo zio durante un agguato di clan avversari. Il 4 gennaio 1992 a Lamezia Terme (CZ) vennero uccisi il poliziotto Salvatore Aversa e sua moglie Lucia Precenzano. Vittime di ‘ndrangheta. Aversa era impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, svolse numerose indagini sulle attività delle cosche della 'ndrangheta lametina. Venne ucciso insieme alla moglie nella centralissima Via dei Campioni (in seguito intitolata ai coniugi) di Lamezia Terme, in un agguato eseguito dai tarantini Salvatore Chirico e Stefano Speciale, in seguito rei confessi, che sono stati ingaggiati per il delitto dalle 'ndrine di Lamezia Terme. Poco prima delle 19 i carabinieri di Lamezia vennero informati di una sparatoria in via dei Campioni: arrivati sul posto trovarono una Peugeot 205 blu con la portiera anteriore destra aperta, la chiave inserita e il quadro acceso. Con la testa poggiata sul volante c’era il corpo del Sovrintendente Salvatore Aversa, mentre distesa sull’asfalto c’era sua moglie Lucia Precenzano, in fin di vita. Morì dopo il trasporto in ospedale. I due erano andati a fare visita ad una coppia di amici che abitava proprio lì e stavano per entrare in macchina per tornare a casa ma non vi fecero mai ritorno perché qualcuno li aveva colpiti, con quindici colpi di una beretta calibro 9, ponendo fine alle loro vite. Le indagini iniziali portarono all'arresto dei giovani Renato Molinaro e Giuseppe Rizzardi, indicati come esecutori materiali da una presunta testimone oculare, Rosetta Cerminara, e in seguito scagionati. Le tombe dei due coniugi, poste nel cimitero di Castrolibero, vennero in seguito profanate da ignoti, probabilmente legati alla malavita organizzata. Il 6 gennaio del 1980 a Palermo venne ucciso a 45 anni Piersanti Mattarella mentre era presidente della Regione Sicilia. Nel 1979 quando il deputato Pio La Torre, responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano, attaccò l’Assessorato dell’agricoltura denunciandolo come centro della corruzione regionale, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali. Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, fu ucciso a colpi di pistola. Ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Il 6 gennaio 2000 a Ponticelli (NA) venne ucciso Felice de Martino, 26 anni. Si trovava con Armando Gammone (23 anni) davanti al Bar Caprio a piazza Aprea quando venne colpito da diversi colpi di arma da fuoco provenienti da un’auto con a bordo i Killer. Felice De Martino morì durante la corsa all’ospedale Villa Betania. Armando Gammone venne trasportato nel reparto di rianimazione del Cardarelli in fin di vita dove morì poco dopo. Secondo i familiari nel mirino dei killer c'era Armando Gammone ritenuto legato a un clan locale della camorra. C' è chi dice che quest' ultimo si sia fatto scudo con il corpo di Felice e c'è chi sostiene che sia stata una pallottola vagante a colpirlo. Le indagini iniziali portavano a pensare ad una punizione interna al gruppo dei Sarno ma poi l’evoluzione dei fatti ha spostato l’attenzione altrove. Il 7 gennaio del 1982 a San Giorgio a Cremano venne uccisa Annamaria Esposito, 33 anni. Fu assassinata perché era stata testimone oculare di un omicidio. Due sicari di camorra fecero irruzione all'interno del suo bar a San Giorgio a Cremano, e la colpirono con dieci proiettili. Due giorni prima nella medesima zona era stato ucciso un esponente della Nuova Famiglia. Non si esclude che Annamaria avesse visto i sicari e potrebbe essere stata uccisa in quanto testimone "scomoda" secondo le logiche criminali dei clan. L’8 gennaio del 1993 il giornalista Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto Beppe, fu assassinato dalla mafia. La sua attività giornalistica era rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria, raccontò per anni le lotte fra le cosche mafiose locali. La notte dell'8 gennaio 1993 intorno alle 22:00, fu colpito da tre proiettili calibro 22 mentre era fermo alla guida della sua Renault 9 amaranto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che provocarono l'ordine di morte nei suoi con confronti. Il 9 gennaio 1989 a Bova Marina (RC) venne ucciso Francesco Crisopulli, manovale di 50 anni, davanti al figlio piccolo. Fu raggiunto da numerosi colpi di pistola e fucile nella sua automobile, a pochi metri dalla sua abitazione, mentre era in compagnia del suo bambino di soli 5 anni testimone dell’omicidio. Erano le 22,15 quando Crisopulli aveva appena parcheggiato la sua Renault 5 nera in via San Rocco ed era pronto a rientrare a casa insieme al suo bambino. Ad attenderlo però c’erano due killer, armati uno di fucile e l’altro di pistola che non gli diedero il tempo di scendere dall’auto. Lo raggiunsero e gli spararono contro ben sette colpi, avendo cura di non colpire il bambino e dileguandosi in fretta per le vie del paese. La vittima, colpita al cuore da 3 colpi di fucile e 3 di pistola, si accasciò sul figlioletto che venne estratto in lacrime dall’auto da un vicino di casa. Francesco Crisopulli fu descritto come un uomo introverso, senza un lavoro fisso e per questo con risorse economiche limitate, non risultava collegato alla criminalità, tutte caratteristiche che imposero da subito di allargare il raggio delle indagini ad altri aspetti della sua vita privata. Da circa un anno era separato dalla moglie Fortunata Martelli, dalla quale aveva avuto tre figli. Dalle indagini emerse che il movente dell’omicidio era legato proprio alla fine del matrimonio: il mandante dell’omicidio venne individuato in Carmelo Vadalà, 68 anni, appartenente a una cosca, che intratteneva una relazione con la moglie e con il quale Crisopulli aveva avuto più volte contrasti. Una morte assurda perché la ‘ndrangheta conosce solo la regola della prevaricazione e della violenza. Il 10 gennaio del 1974 a Palermo, borgata San Lorenzo, fu ucciso Angelo Sorino, 57 anni, maresciallo di Polizia in pensione. Era stato in forza al Commissariato di Pubblica Sicurezza del quartiere Resuttana di Palermo, dove era considerato un «archivio ambulante» sulla mafia di borgata. Anche dopo essere andato in pensione, non aveva mai smesso di comportarsi da poliziotto e le sue giornate le trascorreva raccogliendo informazioni, che puntualmente riferiva ai colleghi. Questo i capifamiglia di cosa nostra della zona non potevano consentirlo e non glielo perdonarono. Venne ucciso a colpi di pistola: un sicario gli sparò alle spalle in Via San Lorenzo, nell’omonimo quartiere palermitano ad alta densità mafiosa, dove il sottufficiale abitava. Il killer lo colpi da distanza ravvicinata con una calibro 38. Sorino stramazzò sull’asfalto, stringendo ancora in mano l’ombrello col quale si era riparato dalla pioggia ed aveva accennato ad un’ultima, disperata quanto inutile difesa. L’11 gennaio del 1994 a Napoli venne ucciso il 22enne Rosario Mauriello. Fu raggiunto per errore da diversi colpi d’arma da fuoco esplosi da un commando dei Di Lauro mentre camminava per la traversa Marrone a Melito di Napoli, dove viveva. Figlio di una famiglia onesta, il suo sogno era quello di diventare un poliziotto. Per oltre vent'anni nessuno ha pensato all'errore di camorra. La madre di Rosario andava in tutte le trasmissioni per dire che il figlio non era camorrista ma nessuno le credeva. Solamente nel 2018, un pentito di camorra, Tommaso Prestieri, vicinissimo al Clan Di Lauro e intervistato dallo scrittore Roberto Saviano ha raccontato la verità. «Il ragazzo fu ammazzato per errore, dovevamo uccidere un altro giovane che dava fastidio ai cantieri delle famiglie a Marano, ma noi killer non lo conoscevamo. Mentre la vittima era a terra ancora in vita, il ragazzo gridava ‘no, no' ma i killer lo finirono lo stesso.» Il 12 gennaio del 1988 a Palermo venne ucciso Giuseppe Insalaco, ex sindaco della città. Fu raggiunto da numerosi colpi di pistola mentre si trovava in macchina, sotto casa sua. Era stato sindaco di Palermo per soli 3 mesi: dall’aprile al luglio 1984. Poi, rimase sempre più solo: continuava infatti a denunciare le indebite ingerenze di Cosa Nostra nella vita politica cittadina. Il 3 ottobre del 1984, fu ascoltato dalla commissione antimafia: precisò di non essere un democristiano pentito ma di avere il dovere di parlare “dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi”. Dopo la sua morte fu trovato un memoriale in cui Insalaco accusava diversi esponenti della DC palermitana e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino. Il 17 dicembre 2001 vennero confermati in Cassazione gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell’omicidio dell’ex sindaco. Il 13 gennaio 1984 a Casoria (NA) venne ucciso l’agente Agostino Mastrodicasa mentre, insieme a dei colleghi, inseguiva un latitante. Aveva ventidue anni. Quella sera, era impegnato in una serie di controlli nelle abitazioni di pregiudicati a Casoria quando un uomo, per sfuggire ai controlli dei poliziotti in quanto latitante da qualche tempo, fuggì all'interno di un'abitazione di Quinto Vicolo Marco Rocco e ne uscì scavalcando una finestra. Dopodiché, aprì il fuoco contro gli agenti che lo inseguivano, uccidendo l'agente Mastrodicasa. Gli altri agenti risposero al fuoco, ma l'assassino riuscì a fuggire attraverso i vicoli. Agostino morì poco dopo presso l'Ospedale "Nuovo Pellegrini". L'omicida venne identificato come un esponente del clan "nuova camorra organizzata", fuggito dal carcere di Poggioreale dopo un permesso premio di 5 giorni e con una pena di sei anni di reclusione da scontare. Agostino scrisse questi versi premonitori sul suo diario, due giorni prima di essere ucciso in quel conflitto a fuoco a Casoria: «Ti hanno chiamato strumento del potere e ti hanno ucciso. Sono pochi vent'anni per morire senza sapere perché, per chi, per cosa. Alcuni ti hanno chiamato eroe, altri bastardo. Tu non eri né l'uno né l'altro, eri solo un ragazzo di vent'anni, con speranze e tanti sogni ancora da realizzare. Forse avevi anche paura, la vita si era già incaricata di farti conoscere le sue crudeltà. E quello che ti ha ucciso chiama potere, per te altro non era che un pezzo di pane.» Il 14 gennaio 1988, a Palermo, Cosa Nostra uccise Natale Mondo, agente della Polizia di Stato. Aveva 36 anni. Era l’uomo più vicino a Ninni Cassarà, capo della Squadra Mobile assassinato il 6 agosto 1985. Natale Mondo era sopravvissuto miracolosamente all’attentato di via Croce Rossa, gettandosi sotto l’auto blindata di Cassarà. In quell’agguato fu ucciso l’altro agente di scorta, Roberto Antiochia. Un attentato pianificato con cura, dopo giorni di attesa sotto casa del vice questore, fino alla conferma che stesse rientrando. Dopo quell’attacco, su Mondo si abbatté una campagna di diffamazione silenziosa e feroce. Gli fu imputata la colpa di essere sopravvissuto. Venne accusato ingiustamente di essere una talpa, di aver tradito lo Stato. Arrestato insieme a decine di persone, fu accusato anche di traffico di stupefacenti. A scagionarlo furono le testimonianze della vedova Cassarà, Laura, e di diversi colleghi: Mondo si era infiltrato nei clan dell’Arenella su ordine dello stesso Cassarà. A difenderlo fu Sergio Monaco, amico d’infanzia del capo della Mobile. Tutte le accuse caddero. Ma il sospetto restò. Natale Mondo fu isolato, smise di lavorare, rimase marchiato da un’infamia che non gli apparteneva. Tre anni dopo, venne ucciso. Un delitto che sembrava servire a rendere “credibile” una menzogna costruita ad arte. La talpa esisteva, ma aveva un altro nome e un altro volto. Ricordare Natale Mondo significa ricordare una vittima due volte: della mafia e del fango. Uno Stato che dimentica i suoi servitori migliori, perde una parte della propria verità. Il 15 gennaio del 2005 a Secondigliano (NA) venne uccisa Carmela Attrice, 47 anni, per una vendetta trasversale nell’ambito della faida di Scampia. Era la madre di uno «scissionista» ed è stata uccisa nell’androne della sua abitazione. Venne attirata in trappola al citofono perché il figlio spacciava assieme agli scissionisti. Fu uccisa per vendetta dalla camorra, senza aver svolto alcun ruolo nel mondo segnato dai clan e dalle loro logiche di guerra. scissionisti. Un agguato raccontato anche nel film Gomorra dove la vittima è interpretata da Maria Nazionale. Quando sentite dire che la vecchia camorra non uccideva donne e bambine ribellatevi. Il 16 gennaio del 2007 a Napoli venne ucciso il 16enne Luigi Sica. Venne barbaramente accoltellato per una lite per futili motivi tra adolescenti. Quella sera, in via Santa Teresa degli Scalzi, punto di ritrovo dei ragazzi della Sanità, Luigi, soprannominato “Maradona” per la sua passione per il calcio, si era recato ad incontrare gli amici di sempre dopo essersi allenato su un campetto di Secondigliano. Luigi coltivava il sogno di diventare come il suo grande idolo: Fabio Cannavaro. Poco distante si era radunato un altro gruppetto di amici, tra cui un quindicenne. Bastarono poche battute e si consumò il dramma. Luigi tirò un ceffone al ragazzo, che si allontanò in compagnia di un suo amico quattordicenne, minacciando Luigi con poche, tremende parole: «Io ti uccido». E fu proprio l'altro giovane che spinse il quindicenne a concretizzare la minaccia fatta, offrendogli l'arma del delitto, un coltello a serramanico acquistato sulle bancarelle dei cinesi ai Vergini. Tornato sul posto, il giovane uccise Luigi con tre coltellate: la prima alle spalle, la seconda al collo, la terza, infine, trafisse il pericardio. Luigi crollò a terra esanime, in un lago di sangue. Morì poco dopo all'ospedale San Gennaro di Napoli. L'assassino, al giudice del tribunale per i minorenni, disse che l'offesa subita davanti ai suoi amici era troppo grande e che era tornato armato di coltello da Luigi «per dimostrare di non essere scemo». Venne condannato dal Tribunale per i Minorenni di Napoli nel 2007 a 15 anni di reclusione, optando, come il suo amico complice, per il rito abbreviato, pena ridotta a 14 anni dalla Corte di Appello, sezione Minori, nel 2008. Il 18 gennaio del 1965 a Sant’Eufemia di Aspromonte (RG) venne ucciso il piccolo Cosimo Gioffè, 12 anni. Venne ammazzato a colpi di fucile a causa di una vendetta trasversale tra ‘ndrine. Il padre di Cosimo, Giuseppe Gioffrè, era titolare dell’unico bar nella città di Sant’Eufemia di Aspromonte quando, proprio nelle vicinanze del suo locale venne aperto un secondo bar da parte del suocero, Antonio Iaria. A seguito di tensioni, Iaria si rivolse ai cugini Antonio Dalmato e Antonio Alvaro di Sinopoli, i quali il 27 giugno 1964 si incontrarono con Giuseppe Gioffrè che finì per uccidere entrambi a colpi di pistola. L’omicidio dei due fu vendicato infatti individui non ancora oggi identificati si introdussero nella casa di Concetta Iaria, madre di Cosimo Gioffrè. La donna era a letto con i quattro figli: Cosimo, Giovanni di sette anni, Maria di cinque anni, Carmela di appena cinque mesi. I killer uccisero a colpi di fucile e di pistola la madre, ammazzarono anche il piccolo Cosimo Giuffrè e ferirono gravemente Giovanni, Maria e Carmela. Il 18 gennaio del 1994 Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, carabinieri di 37 e 31 anni, vennero uccisi a Scilla (RC). Il 19 gennaio del 1995 a Teverola (CE) venne ucciso Genovese Pagliuca, 24 anni. Voleva difendere la sua fidanzata, una giovane parrucchiera, della quale si invaghì anche Angela Barra, amante del boss Bidognetti, che con lei voleva una relazione. La Barra aveva conosciuto la ragazza di Genovese e aveva cominciato a cercarla in modo sempre più insistente. Al suo rifiuto la fece sequestrare e rinchiudere in un appartamento. La ragazza fu anche violentata ripetutamente dal fratello della Barra. Riuscì a fuggire dopo qualche settimana e raggiunse il suo fidanzato a cui raccontò tutto. Insieme decisero di non rendere pubblico quello che era avvenuto, per paura e per pudore, ma la Barra la rivoleva indietro e per prima cosa ordinò l’omicidio del fidanzato, che avvenne la sera del 19 gennaio 1995. Carla, davanti alla morte del fidanzato, decise di rompere il muro di omertà raccontando tutto ai carabinieri. Da allora ha vissuto sotto protezione in una località segreta. Grazie alla confessione della ragazza vennero arrestati i fratelli Barra e il loro complice, Luigi De Vito. Il 19 gennaio del 2014 a Cassano allo Ionio (CS) fu ucciso il piccolo Nicola Campolongo, Cocò, di appena tre anni. Venne ucciso e bruciato in un’auto insieme al nonno e alla compagna marocchina. Il 15 gennaio era seduto sul sedile posteriore della Fiat Punto guidata dal nonno Peppe Iannicelli, 52 anni; sul sedile del passeggero c’era la ragazza marocchina Ibtissam Touss, 27 anni, detta Betty, che per molti era la fidanzata di Peppe. È l’ultima volta che i tre vennero visti vivi. Venerdì mattina, 16 gennaio, scattò la denuncia di scomparsa. Cominciarono le ricerche, ma dell’auto e del piccolo Cocò nessuna traccia, fino a domenica mattina. Un uomo aveva segnalato la carcassa di un’auto bruciata in contrada Fiego, a Cassano allo Ionio. Dell’auto era rimasta solo la parte in lamiera e all’interno c’erano due scheletri, uno piccolino. Durante i rilievi spuntò un terzo scheletro nel cofano. La Punto bruciò per diverse ore ma non morirono nel rogo. Gli assassini, le bestie, spararono in fronte a Cocò e Betty, mentre a Iannicelli toccò un colpo alla testa e l’altro alla fronte; poi appiccarono l’incendio. Rimasero uccisi durante un’imboscata sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Forse i due stavano andando a Messina per prelevare un detenuto, forse un collaboratore di giustizia che, con l’agguato mortale, i clan volevano teorizzare perché tenesse chiusa la bocca o forse i due carabinieri stavano rientrando anticipatamente dopo aver scortato un magistrato che aveva prolungato un interrogatorio di un collaboratore di giustizia. Il 20 gennaio 1953 scomparve nel nulla il sindaco di Battipaglia, Lorenzo Rago. Erano circa le 21.40 quando, dopo aver salutato il suo autista e alcuni conoscenti al passaggio a livello della SS 19, si rimise alla guida per tornare a casa. Da quel momento, di lui non si seppe più nulla. Una notte fredda e buia inghiottì il primo cittadino di Battipaglia. Nessun corpo ritrovato. Nessun colpevole. Nessun mandante. Un caso destinato a diventare uno dei primi e più inquietanti esempi di lupara bianca dell’Italia del dopoguerra. Un mistero che ha attraversato decenni, tra ipotesi politiche, interessi economici, piste mafiose e sospetti depistaggi. Un’inchiesta che non ha mai dato risposte. Lorenzo Rago era un sindaco complesso e scomodo, imprenditore agricolo, ex qualunquista poi socialista, alla guida di una maggioranza social-comunista in un territorio difficile. Negli anni Sessanta la sua scomparsa arrivò persino in Parlamento, ma anche allora la verità restò sepolta. Di questa storia resta una sola certezza: Lorenzo Rago non è mai tornato. E con lui è scomparso un pezzo di verità che Battipaglia e l’Italia attendono ancora. Ricordare non è esercizio di nostalgia. È un atto di giustizia verso chi ha pagato con la vita il proprio impegno pubblico. Il 21 gennaio 1986 Palermo venne ucciso l’imprenditore Paolo Bottone, 26 anni. Era titolare insieme al padre dell’ISAVIA, una ditta di manutenzioni industriali. Probabilmente il delitto fu dovuto al rifiuto di pagare il pizzo. Si era appartato con la fidanzata, Angela D’Amelio, in via De Saliba a Palermo, vicino all’ufficio di collocamento, quando fu raggiunto da due assassini. Venne ucciso con un colpo di pistola. Mostrando lucida freddezza, gli assassini dissero alla ragazza di voltarsi, prima di sparare alla nuca di Paolo. Ma quella che sembrò una vera e propria esecuzione, non trovò mai nessun colpevole, nessuna ufficiale spiegazione definitiva. Le ipotesi che rimasero in piedi (dal tentativo di rapina ad una vendetta per il licenziamento di un dipendente) non furono molto convincenti. Nonostante non furono trovate prove o minacce, il modus operandi ed il contesto fecero pensare soprattutto ad una vendetta della mafia. Negli anni ’80 a Palermo e provincia vennero uccisi molti imprenditori, in maggioranza per conflitti interni al mondo mafioso. Alcuni imprenditori furono assassinati perché si opponevano alle richieste dei mafiosi o si scontravano con i loro interessi. Il 22 gennaio 1993 a Randazzo (Catania) venendo uccisi il pastore Antonino Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore. Un padre e due figli, Antonio, 57 anni, Pietro Vincenzo, 27 anni, e Salvatore Spartà, di 20 anni, furono uccisi all’interno del loro ovile il 22 gennaio del ’93. Morirono per aver detto no al pagamento del pizzo e per non essersi piegati allo strapotere della famiglia mafiosa del luogo. Si erano rifiutati di pagare una tangente per rientrare in possesso di un autocarro che avevano loro rubato, Vincenzo aveva picchiato, per tale motivo, nella piazza centrale del paese, il capo della cosca e con una lettera anonima ai carabinieri fece arrestare due di loro, mentre smontavano delle auto rubate, in un luogo nelle vicinanze dell’ovile. La strage avvenne poco dopo la scarcerazione. Solo dopo molti anni sono stati riconosciuti vittime di mafia. Il 23 gennaio del 2003 a Napoli venne ucciso l’ambulante Antonio Vairo, 68 anni, per uno scambio di persona. Si trovava in calata Capodichino per acquistare alcune bibite. Mentre si stava intrattenendo dinanzi all'associazione cattolica a cui era iscritto, venne colpito alle spalle. Le attività investigative proseguirono per 18 mesi ma senza riuscire ad acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini. Nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. Formulo’ richiesta di archiviazione, accolta poi dal GIP. La famiglia di Antonio, la vedova e le tre figlie, hanno ottenuto a distanza di alcuni anni il riconoscimento di familiari di vittima innocente di criminalità organizzata. Nella determina del Ministero dell'Interno, infatti, si legge che Antonio Vairo è da ritenersi vittima innocente della criminalità organizzata perché "fu ucciso per errore nell'ambito delle scommesse clandestine". Il 24 gennaio del 2005 venne ucciso Attilio Romanò. Era un giovane imprenditore, attivo nel settore della telefonia e informatica al dettaglio. Fu ucciso dalla camorra per uno scambio di persona all'età di 29 anni a Napoli. Quel giorno Romanò era l'unico presente nel negozio di telefonini nel quale lavorava all'ora di pranzo verso la chiusura pomeridiana. I sicari entrano spararono 5 colpi contro l'uomo che si trovava dietro il banco, non conoscendone l'effettiva identità. Reale obiettivo dell'agguato era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante. Le indagini sulla morte di Attilio Romanò portarono, nel giugno del 2010, a tre arresti, tra cui quello di Mario Buono, indicato come esecutore materiale. Le rivelazioni di alcuni pentiti permisero di collocare l'omicidio di Attilio nell'ambito delle vendette trasversali durante gli scontri tra le due fazioni in guerra durante la faida di Scampia. La Corte d'Assise di Appello del Tribunale di Napoli il 26 febbraio 2014 ha confermato l'ergastolo per Mario Buono, autore dell’omicidio del giovane imprenditore. Il 25 gennaio 1980 ad Afragola venne ucciso l’agente di polizia Antonio Esposito, 25 anni. Fu ucciso nella tabaccheria del padre presa d’assalto da due malviventi armati e mascherati. Il poliziotto, che prestava servizio nella sezione della Polizia Stradale di Benevento, libero dal servizio intervenne a difesa del genitore riuscendo a disarmare e a bloccare uno dei malviventi, a cui strappò anche il passamontagna. La reazione del complice fu spietata. Antonio Esposito venne colpito alle spalle da due proiettili esplosi dal bandito, morendo sotto gli occhi del padre. Nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini ha conferito ai familiari la medaglia d'oro al valor civile. Il 25 gennaio del 1983 a Valderice (TP) il sostituito procuratore della Repubblica a Trapani Giangiacomo Ciaccio Montalto, 42 anni cadde vittima innocente di mafia. I sicari lo uccisero all’interno della sua “Golf”, davanti all’ingresso della sua casa di villeggiatura in via Carollo di Valderice. L’agguato scattò poco dopo l’una di notte. Il corpo crivellato venne scoperto soltanto all’alba da un contadino che diede l’allarme. Nessuno, nella notte, nonostante intorno vi fossero decine di abitazioni, chiamò carabinieri. Ancora pochi giorni e Giangiacomo Ciaccio Montalto avrebbe lasciato Trapani per andare ad occupare una stanza alla Procura di Firenze. In quel momento stava ancora su vicende trapanesi, all’emissione di un buon numero di ordini di arresto nei confronti di insospettabili e figure di spicco dell’imprenditoria. E stava indagando anche su alcune persone sospettate di legami o di essere inserite in Cosa Nostra, attive in Toscana. Personaggi i cui nomi erano comparsi in occasione di alcuni delitti accaduti nei pressi di Firenze. Erano molte tracce che portavano lì e indicavano che nel fiorentino la mafia aveva messo radici, tessuto rapporti con personaggi di spicco del mondo industriale ed istituzionale. Il 26 gennaio del 1979 venne ucciso a Palermo il giornalista Mario Francese per aver analizzato, nelle sue inchieste, l’organizzazione mafiosa e le famiglie che ne facevano capo, come quelle corleonesi di Luciano Liggio e Salvatore Riina; Il 26 gennaio del 1996 fu ucciso a Cicciano il maresciallo Salvatore Manzi su un campo di calcio: i killer fecero irruzione sul campo da gioco e, dopo aver fatto stendere a terra i giocatori, si avvicinarono a uno di essi per assicurarsi che si trattasse della persona giusta e poi gli spararono. Un omicidio apparentemente inspiegabile. Secondo gli investigatori, però, la morte di Manzi potrebbe essere legata ad una vendetta trasversale. L’uomo infatti era in rapporti di parentela con alcuni con esponenti del clan camorristico dei Cava, la famiglia che per anni ha dettato legge a Quindici (Avellino). A Quindici, infatti, era in corso da anni una faida che vedeva i Cava contrapposti ai Graziano. Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976, ad Alcamo Marina (Trapani), all’interno della stazione dei Carabinieri “Alkamar”, furono assassinati a colpi d’arma da fuoco due militari dell’Arma: l’appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere ausiliario diciannovenne Carmine Apuzzo. I loro corpi furono scoperti all’alba del 27 gennaio. La porta della casermetta risultava forzata con una fiamma ossidrica. La strage di Alcamo Marina è stata uno dei più gravi e oscuri delitti della storia repubblicana. Le indagini, sin dall’inizio, furono segnate da depistaggi e gravi violazioni dei diritti umani. Alcuni giovani innocenti vennero arrestati e costretti a confessare sotto tortura. Per quelle false confessioni Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere, prima di essere definitivamente assolto nel 2012 per errore giudiziario. Nel corso degli anni sono emerse ipotesi inquietanti: un possibile coinvolgimento della mafia, collegamenti con il traffico di armi, con ambienti eversivi e con strutture militari segrete legate alla strategia della tensione. Nessuna verità giudiziaria definitiva è mai stata accertata sui veri responsabili della strage. Resta una ferita aperta nella storia italiana, un caso emblematico di verità negate, innocenti condannati e giustizia arrivata troppo tardi. Il 28 gennaio 1946, nelle campagne di Feudo Nobile, in provincia di Caltanissetta, otto carabinieri vennero uccisi dalla banda armata di Salvatore Rizzo. Fiorentino Bonfiglio, Vincenzo Amenduni, Emanuele Greco, Mario Boscone, Giovanni La Brocca, Vittorio Levico, Pietro Loria, Mario Spampinato erano in servizio in una piccola caserma isolata, unica presenza dello Stato in un territorio dominato da banditismo e mafia. Dopo uno scontro a fuoco e l’assalto alla casermetta, furono catturati, legati e tenuti prigionieri per settimane. Si parlò di una trattativa per la loro liberazione, poi improvvisamente interrotta. Lo Stato li abbandonò al loro destino. Vennero assassinati e i loro corpi gettati in un pozzo di una zolfatara abbandonata. I resti furono recuperati solo mesi dopo. Una strage dimenticata, una ferita aperta nella storia della Repubblica. Il 29 gennaio 1979 a Milano veniva assassinato Emilio Alessandrini, magistrato e sostituto procuratore della Repubblica, ucciso da un commando terroristico dell’organizzazione Prima Linea mentre si recava al Palazzo di Giustizia, dopo aver accompagnato il figlio Marco a scuola. Alessandrini era un magistrato coraggioso, impegnato nella difesa del principio di legalità e nella lotta al terrorismo e alle trame eversive che insanguinarono l’Italia negli anni più bui. Aveva indagato sulla strage di Piazza Fontana e sui depistaggi dei servizi segreti deviati, lavorando per rendere la magistratura più moderna, indipendente ed efficace. Fu colpito proprio perché rappresentava un’idea di Stato credibile, capace di contrastare la violenza politica e la criminalità terroristica, restituendo fiducia ai cittadini nelle istituzioni democratiche. Ricordare Emilio Alessandrini significa ricordare chi ha pagato con la vita il proprio impegno al servizio della giustizia e della democrazia. Il 30 gennaio 1988 a Pomigliano D’arco (NA) venne uccisa Irene Foglia, 27 anni, colpita da un proiettile destinato ad un boss. Vittima innocente di camorra. Morì senza quasi accorgersene Irene Foglia, laureata in giurisprudenza, sposata da otto mesi appena e che non nascondeva le proprie ambizioni di diventare notaio. Un proiettile vagante di un commando della camorra che aveva come obiettivo un boss- appartenete alla maxi organizzazione della Nuova Famiglia che aveva Carmine Alfieri come capo-presente anche lui all’inaugurazione di una concessionaria di auto, la raggiunse ad un rene. Deceduta durante il trasporto in ospedale. Nonostante le indagini immediate, gli esecutori materiali del delitto non sono mai stati assicurati alla giustizia con condanne definitive specifiche per la sua morte. Le inchieste dell'epoca si scontrarono con il clima di omertà e la violenta faida in corso tra clan rivali. Il 31 gennaio 2002 a Lauro (AV) venne Assassinato Francesco Santaniello, 50 anni, titolare di una impresa di materiali edili. Si era opposto alle richieste del racket. Vittima innocente di camorra. Dopo la giovinezza in Germania e poi il ritorno in Italia, nel 1992 Francesco decise di fare il grande passo: aprire un magazzino di materiali edili. Grazie alla sua mentalità da investitore, l'attività avviata crebbe sempre più e, a ridosso del nuovo millennio, Edil Santaniello era un'azienda leader nel settore materiali da costruzione, nel Vallo di Lauro ed oltre. Francesco Santaniello, sottoposto alle richieste estorsive del clan di camorra che controlla il territorio, si rifiutava di pagare. Il clan allora si organizzò: aspettò la chiusura del negozio di Francesco e sparò. Quattro volte, da lontano, alle spalle. Erano le 17:00 del 31 gennaio 2002, Santaniello cadde tra le braccia del figlio. Morì poco dopo trasportato al pronto soccorso dell'Ospedale Civile di Nola. Il 21 marzo 2014 i familiari dell'imprenditore hanno preso parte alla XIX giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie organizzata da Libera a Latina, in cui sono stati ricordati i nomi di tutte le vittime cadute, tra cui Francesco Santaniello.
Francesco Emilio Borrelli |
Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.205 Gennaio 2026
Miscellanea Letteratura, Storia e FilosofiaGoffredo Fofi, l’intellettuale totale Campate felici! Il diritto alla felicità nella Costituzione còrsa del 1755 Pasquale Paoli e l’illuminismo napoletano I legami storici e culturali di Dracula con Napoli e l’Italia meridionale
Libere Riflessioni Napoli Capitale Europea dello Sport 2026 Chavismo, lezione n.1: Chávez non era un indovino Polemiche inutili sul presidenzialismo Putin e la ricostruzione della grande Russia
Filosofia della Scienza Gli scienziati e il potere politico
Cultura della legalità Riforma della Corte dei Conti: tra accelerazione amministrativa e rischio di minori controlli Vittime innocenti. Gennaio 1946-2014
Statistiche
La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.Abbiamo 253 visitatori e nessun utente online |



Il 2 gennaio del 1984 ad Ottaviano (NA) venne ucciso il piccolo Silvio Iervolino. Aveva solamente 2 anni e mezzo.