Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I legami storici e culturali di Dracula con Napoli e l’Italia meridionale

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Il personaggio letterario e mediatico di Dracula fa pensare immediatamente ad ambientazioni nordiche o balcaniche, alle nebbie londinesi, alle foreste della Transilvania e alle cime dei monti Carpazi. Per questo motivo, suscita stupore l’associazione di tale figura al solare mondo mediterraneo, all’Italia meridionale, a Napoli. Eppure, tale collegamento non è una fantasia stravagante, ma è basato su precisi elementi storici e culturali.

Lo scrittore irlandese Bram Stoker descrive il conte (usando poi anche il titolo di “voivoda”, principe) Dracula come un nobile della Transilvania, comandante militare contro i Turchi, appartenente agli Szekely, (o Siculi, solo omonimi degli abitanti della Sicilia), uno dei popoli ungheresi, da alcuni ritenuti discendenti degli Unni di Attila (come rivendicato dallo stesso conte nel romanzo), stanziati in Transilvania e in Voivodina.

Parla anche di una sua vasta cultura, incrementata in una sua esistenza plurisecolare, dovuta a una sorta di immortalità acquisita dopo aver praticato l’alchimia e un particolare tipo di magia nera, appresa nella scuola di Scholomance.

 

Il Dracula letterario era un vampiro, poiché si nutriva di sangue umano, ma anche un lupo mannaro, perché si trasformava in lupo, oltre che in altri animali, ed era dotato di poteri di controllo mentale su persone e animali.

Il nome è evidentemente ricavato da quello della famiglia di Vlad III Tepes, detto Draculea, o Dracula (nome con il quale è ricordato in vari testi anteriori al romanzo di Stoker), voivoda di Valacchia (nell’attuale Romania) nel XV secolo, famoso per le sue lotte contro i Turchi e per la sua crudeltà, rivolta anche contro i Sassoni di Transilvania: “Tepes” significa “impalatore”, soprannome dovuto al massiccio uso di tale supplizio che gli venne attribuito.

Storicamente, non era uno Szekely, né era voivoda di Transilvania (dove, però, nacque e, in parte, operò), ma apparteneva ad una stirpe di principi della vicina Valacchia. Un suo nipote, Mircea III Dracula, è però ricordato per aver guidato gli Szekely in battaglia.

Nel recente film Dracula di Luc Besson, il vampiro viene identificato non con Vlad III Tepes, ma con Vlad II, il padre. Stoker non cita il nome di Vlad Tepes, ma solo quello di Dracula, facendo raccontare al conte della stirpe dei Dracula e, in particolare, di due condottieri, suoi antenati, vittoriosi contro i Turchi.

Successivamente, Van Helsing, l’avversario di Dracula, afferma che il conte era non un discendente, ma proprio uno degli antichi Dracula, ancora vivo, o “non-morto”, dopo secoli.

Nella realtà storica, in effetti, c’erano stati altri “Dracula”, a partire proprio da Vlad II “Dracul”, per continuare con vari suoi discendenti, appartenenti alla dinastia detta, per questo motivo, dei “Draculesti”.

Stoker, però, racconta di un fratello di Dracula che si sottomise ai turchi, e questo porta ad individuare proprio Vlad Tepes come ispiratore del personaggio letterario, poiché i turchi riuscirono a rimpiazzarlo per 12 anni con suo fratello, Radu il Bello (“cel Frumos”), che si dichiarò vassallo dell’impero ottomano.1

Le fonti storiche più evidenti di Stoker sembrano essere testi italiani, francesi e latini su Vlad Tepes Dracula, in particolare la Istoria delle moderne rivoluzioni della Valachia di Antonmaria Del Chiaro (1718), recepiti sinteticamente in uno scritto del diplomatico inglese William Wilkinson sulla storia della Valacchia, An Account of the Principalities of  Wallachia and Moldavia (1821), che citano il nome “Dracula” e altre varianti, quali Dragolo, Dragulus, Draula, sempre riferito a Vlad Tepes o a membri della sua famiglia .

Wilkinson, consultato con certezza da Stoker, è la sua fonte principale e diretta sia per il nome, che per la connotazione diabolica del personaggio: «Il loro Voivoda [dei Valacchi], chiamato anche Dracula (...) con un esercito attraversò il Danubio e attaccò le poche truppe turche che erano di stanza nelle sue vicinanze (...) Dracula in lingua valacca significa Diavolo. I Valacchi erano, a quel tempo, come lo sono oggi, abituati a dare questo soprannome a chiunque si rendesse visibile per coraggio, azioni crudeli o astuzia».2

Un’altra fonte certa dello scrittore fu lo studioso ungherese Arminius Vambery, citato nello stesso romanzo come “professor Arminius di Budapest”, amico e fonte di informazioni del professor Van Helsing.

Per quanto riguarda il vampirismo, storie su esseri simili a vampiri, lupi mannari, revenants che escono dalle tombe, spiriti malefici che succhiano il sangue, erano presenti da tempi antichi in varie popolazioni e culture, con nomi quali lamie, striges, strigoi, gul, vrykolakas o brucolachi e altri ancora.

La parola “vampiro” designa questi esseri nelle lingue slave, in particolare nel serbo.3

Nel XVIII secolo in Europa furono denunciati molti casi di vampirismo, in particolare nell’Europa orientale e nei territori di confine con l’impero ottomano e con l’area cristiano-ortodossa, quali l’Ungheria, la Serbia e la Valacchia: ci furono investigazioni della polizia austriaca su casi di vampirismo.4

Sull’argomento furono scritti anche trattati, alcuni che accettavano l’esistenza di tali esseri, come le Dissetations sur les apparitions des anges, de démon et des esprits, et sur les revenants et vampire d’Hongrie, de Boheme, de Moravie et de Sìlese dell’abate benedettino August Calmet del 1751, o, sempre in quell’anno, la Dissertazione in cui si investiga quali sieno le operazioni che dipendono dalle Magie Artificiale e Naturale di Costantino Grimaldi, studioso nato a Cava de’ Tirreni (città dove morirà e verrà sepolto, oltre un secolo dopo, il padre di Bram Stoker).

Altri erano più scettici, con un approccio razionale, tipico dell’Illuminismo, contro le superstizioni, come l’articolo di Voltaire sul vampirismo nel suo Dizionario filosofico, o la Dissertazione sopra i vampiri, dall’arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati, pubblicato a Napoli nel 1744. In queste opere venivano descritte le caratteristiche del vampirismo che poi si ritroveranno nelle opere letterarie sul tema.5

Stoker fu influenzato anche da un articolo di Emily Laszowska Gerard, “Transilvanian superstitions”, apparso nel 1885 su “The Nineteenth Century”, e da varie fonti letterarie.

Una è sicuramente il primo romanzo del cosiddetto genere gotico, Il castello di Otranto di Horace Walpole del 1764, in cui non ci sono vampiri, ma spettri.

Anche i romanzi gotici di Ann Radcliffe (1764-1823), alcuni dei quali ambientati in Italia, influenzarono lo scrittore irlandese.  In un altro classico della letteratura gotica, Frankenstein di Mary Shelley del 1818, lo scienziato Victor Frankenstein viene fatto nascere a Napoli.

Sempre al genere gotico appartiene Il castello dei Carpazi di Jules Verne, in cui la cantante Stilla muore in scena a Napoli: pur non essendo “vampirico”, per tono e ambientazione questo romanzo sembra aver influenzato molto il Dracula di Stoker, pubblicato pochi anni dopo.

Oltre ad altri classici inquietanti, ma non vampirici, quali The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Robert Luis Stevenson del 1886, o The Portrait of Dorian Gray di Oscar Wilde del 1890, precedenti “vampirici” di Stoker sono La sposa di Corinto di Goethe del 1798,  Il vampiro di John William Polidori del 1819, Les Djinns di Victor Hugo (“orrendo esercito di draghi e vampiri”) del 1829, Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu del 1872, La Ville Vampire di Paul Féval del 1867, e Varney il vampiro, o il banchetto di sangue di James Malcolm Rymer o Thomas Preskett Prut del 1845-1847, che termina con il protagonista che si getta nel Vesuvio.

Negli ultimi anni, è stata avanzata l’ipotesi che la nobildonna di origine balcanica Maria Balsa, moglie di Giacomo Alfonso Ferrillo, nobiluomo napoletano, potesse essere la figlia naturale di Vlad III Tepes Dracula.

Seguendo questa ipotesi, Vlad Dracula, scomparso tra il 1476 e il 1477, sarebbe stato sepolto non in terra di Romania, dove tradizionalmente viene collocata la sua tomba, ma a Napoli, nel sepolcro del suocero di Maria Balsa, Matteo, o Mazzeo, Ferrillo, importante nobile della corte aragonese di Napoli, forse identificabile con il poeta noto come “Barone di Muro”,7 nella chiesa di Santa Maria La Nova a Napoli. In effetti, nel chiostro della chiesa si trova un bassorilievo che ricorda Matteo Ferrillo, con incisa l’immagine di un drago, affiancato da elementi egizi. Sia Vlad che Ferrillo appartenevano all’Ordine cavalleresco del Drago (Societas Draconistarum), istituito nel 1408 da Sigismondo di Lussemburgo, re d’Ungheria, poi imperatore del Sacro Romano Impero, principalmente per contrastare l’espansione dei turchi ottomani nei Balcani e combattere l’eresia hussita.8 Nel Libro delle tre magie, o Libro di Abramelin, un testo forse del XV secolo, secondo alcuni scritto invece dall’occultista inglese John Dee (1527-1608), si narra di un rituale magico di resurrezione compiuto per una donna amata dall’imperatore Sigismondo.9

Il nome stesso di Dracula deriva dal soprannome dato a suo padre, Vlad II, detto “Dracul”, ovvero drago, proprio per la sua appartenenza all’Ordine, e da quello di “Draculea” (spesso scritto “Dracula”), ovvero “figlio del drago”, attribuito ai suoi discendenti.

«Il drago o dragone della fauna fantastica o favolosa s'immagina di solito come un rettile immane, con ali e piedi, dal fiato pestifero. Suoi caratteri particolari, accentuati presso i varî popoli in maniera differente, sono la testa di cane o di gatto, la bocca multilingue e ignivoma, le ali di pipistrello, le zampe ritorte, la pelle coperta di squame, setolosa e striata sul dorso e sotto l'addome, lo sguardo acuto e spesso omicida(…) L'antichità ne fece il custode del vello d'oro, dei giardini delle Esperidi, della fonte Castalia, ecc.; il Medioevo ne fece, col cristianesimo, il simbolo del demonio, con la cavalleria quello degli ostacoli che si frappongono alla virtù. Ma alla base di tutti i racconti, e delle rappresentazioni artistiche in cui un eroe lotta col dragone, starebbero credenze dualistiche, quali si ritrovano in antiche cosmogonie, come la babilonese (lotta di Marduk contro Tiamat (…) Il dragone rappresenterebbe qui la potenza malefica contro la quale combatte il dio o l'eroe che personifica il bene. (…) accanto alla concezione del drago serpente comparisce, non di rado, l'altra del drago antropomorfo: un gigante ghiotto della carne dell'uomo e più del suo sangue, dotato di poteri stregonici».10

Come si vede, la figura del drago si confonde con quella del vampiro.

Il tabù del sangue è presente nell’ebraismo, nell’islamismo e in alcune confessioni cristiane. Infatti, nella cucina ebraica kosher e in quella islamica halal la carne animale può essere mangiata solo dopo una procedura di dissanguamento.

Al contrario, nella cucina europea questo non avviene, e in certe regioni viene anche mangiato direttamente il sangue, come avviene con la morcilla in Spagna o il sanguinaccio in Italia. Il sangue del toro sacrificale era usato nel culto di Mitra come rituale iniziatico, mentre il sangue del drago assumeva diverse valenze nei racconti medievali: l’esempio più noto è l’eroe delle saghe nordiche e germaniche Sigfrido, che bagnandosi nel sangue del drago Fafnir diventa invulnerabile, e bevendolo acquisisce la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli.11

Il drago (latinoDraco), richiamato già nell’Apocalisse,è sicuramente presente nelle immagini dei santi cosiddetti “sauroctoni”, quali San Michele Arcangelo e San Giorgio, quale rappresentazione del male, vinto dal santo, a volte sotto forma di serpente, altre volte con le caratteristiche del mitico animale. Da tale simbolismo deriva l’insegna dell’Ordine del Drago, ovvero un drago che tende a mordersi la coda, similmente al serpente Ouroboros degli Gnostici.

Gli antichi Daci, che vivevano proprio nelle terre che furono poi degli Ungheresi, dei Valacchi e dei Dracula, avevano come insegna un drago, una sorta di serpente con la testa di lupo.

In quelle terre, e in altri vasti territori euroasiatici, vivevano anche i Sarmati, popolo di cavalieri delle steppe, che avevano un’insegna simile: secondo Erodoto, il loro nome era Sauromates, il popolo dei “sauri”, delle lucertole, una variante dei draghi (per inciso, nel romanzo di Bram Stoker Dracula stesso viene descritto mentre si muove come una lucertola, arrampicandosi sui muri con dita e piedi). 

I Sarmati, una parte dei quali, federata con altri popoli, fu poi nota come Alani, furono reclutati dai Romani come truppe di cavalleria, e il drago divenne l’insegna della cavalleria romana, portata da un cavaliere detto draconarius.12

 Nel periodo in cui i Romani si scontrarono con i Sarmati Iazigi nelle regioni danubiane, per poi reclutarli nel loro esercito, inviandone un consistente numero in Britannia, un comandante romano agì sia in Dacia e nei Balcani, sia in Britannia: si tratta di Lucius Artorius Castus, che, prima di essere “dux legionum britanniarum”, fu preposto alla flotta imperiale di Miseno, presso Napoli.  Artorius Castus, appartenente ad una gens originaria della Campania, è considerato la probabile base storica delle narrazioni su Re Artù. Una delle più antiche raffigurazioni di Re Artù è presente nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto.13

Il drago è molto presente nei racconti arturiani: Merlino ebbe una visione di due draghi, uno rosso e uno bianco, che si scontravano sotto il terreno su cui Vortigern tentava di costruire la sua fortezza; una stella a forma di drago annunciò l’avvento al potere del padre di Artù, Uther Pendragon, il cui nome significa “testa di drago” o “capo dei draghi”; il drago è presente sull’elmo di Artù e nella bandiera del Galles, la nazione erede del regno di Artù

Ulteriori elementi iconografici che richiamano il drago e i Balcani sono presenti nella cattedrale di Acerenza, in Basilicata, dove sono sepolti Giacomo Alfonso Ferrillo e sua moglie, Maria Balsa, che di quelle terre erano signori feudali. L’ipotesi della possibile sepoltura di Vlad Dracula in Italia nasce proprio dalle suggestioni provocate da quegli elementi e dal ritrovamento del libro Albero della famiglia Dragona in due studiosi locali, i fratelli Glinni.14

L’ Albero della famiglia Dragona si riferisce alla famiglia nobile romana dei Dragone Boncompagni e alla sua pretesa discendenza dai Dragoni di Sassonia e dai Dragoni Confidati di Assisi. Anche nel blasone ditale famiglia, come per i Ferrillo e per i cavalieri dell’Ordine del Drago, è presente il mitico animale.15

Sul piano delle suggestioni, sorprendente è il fatto che l’antico nome di Acerenza, Acherontia, derivato dal fiume Acheron che, nei miti greci, recava nel regno dei morti, compaia proprio nel romanzo Dracula di Bram Stoker: «…grandi farfalle, nella notte, con teschi e ossa incrociate sul dorso” Van Helsing ha annuito, e mi ha sussurrato, inconsapevolmente: «La Acherontia Atropos degli Sfingidi, quella che voi chiamate farfalle testa di morto.» (cap. XXI).

La farfalla Acherontia, comunque, era presente già in un racconto di Edgar Allan Poe. Il duca di Calabria, futuro re Alfonso di Napoli, che aveva avuto come precettore proprio Matteo Ferrillo, visitò nel 1487 le Basiliche Paleocristiane di Cimitile (nella contea di Nola, feudo degli Orsini, con cui il futuro re era imparentato), una delle quali dedicata al culto di San Canio (Calonio), cui è intitolata anche la cattedrale di Acerenza. Il culto del sangue dei martiri e delle Sacre Reliquie era ben diffuso nell’Italia meridionale, avendo in Cimitile uno dei più antichi centri di devozione.16

Lo stemma di Cimitile, il cui nome deriva da Coemeterium, cimitero, include farfalle e un teschio con ossa incrociate.  A Cimitile la tradizione collocava il luogo della prigionia di San Gennaro, il cui culto è notoriamente legato a quello del sangue: il santo fu messo a morte dal governatore della Campania Dracontius(Dragonzio o Dragone), nome che ha la stessa etimologia di Dracula, dal latino draco.

Il culto del sangue, in effetti, si ritrova negli insegnamenti e rituali cristiani, sia pur in maniera simbolica. Molti sono i santi legati al culto del sangue, come Santa Patrizia e San Lorenzo.

La più sacra, rinomata e ricercata reliquia della cristianità era proprio il Santo Graal, la coppa dell’Ultima Cena, con la quale poi Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù crocifisso. Il Graal entrò nei racconti di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, diffusissimi nell’Europa medievale, quale elemento cristiano, a prescindere dalle possibili radici pagane.17

Tra i tanti possibili Graal, il più noto è il Santo Caliz, conservato a Valencia, all’epoca territorio degli Aragonesi, che erano molto legati al mito del Graal, del quale lasciarono alcune tracce nel Castel Nuovo (Maschio Angioino) di Napoli.

Il Graal non indicava solo la coppa, ma anche il regno nel quale era custodita, la terra del Graal. Un cronista tedesco del XIV secolo, Dietrich von Niem, situa il Graal a Pozzuoli.18

La leggenda partenopea di Virgilio Mago si intreccia con quella arturiana nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, in cui l’antagonista è il mago Klingsor, discendente di Virgilio, proveniente da Capua, città che nell’antichità aveva come simbolo una coppa con serpenti (dracones).  Wagner trovò nella Villa Rufolo a Ravello, sempre in Campania, il modello per il giardino magico di Klingsor.

Il mito dei vampiri e di Dracula si presenta quale un rovesciamento dei culti cristiani del sangue e del mito del Graal, “Il regno vampirico del Graal”, come lo definisce Jean Markale, nel quale il sangue assume una connotazione negativa.19

Si notano similitudini tra Artù e Dracula: entrambi condottieri (“dux”), figli di un uomo chiamato drago (Pendragon “testa di drago” e Vlad Dracul, “il drago”) e non-morti: oltre che come vampiro nel romanzo, esistevano leggende secondo le quali il Dracula storico sarebbe tornato un giorno per riunificare i principati di Romania, così come Artù per difendere la Britannia.20

Un ulteriore elemento suggestivo è costituito dal viaggio di Bram Stoker in Italia, tra Napoli, la vicina Cava de’ Tirreni, Gaeta e Foggia a causa della morte di suo padre, avvenuta proprio a Cava de’ Tirreni, dove fu sepolto, nel 1876.21

I paesaggi delle zone interne, montuose, che Stoker attraversò in questo suo viaggio italiano richiamano le cupe atmosfere che lui attribuisce, nel romanzo, alla Transilvania, che mai visitò. Non mancano, in queste zone, storie di spiriti, come la “malombra” che rapisce i bambini, il “munaciello” a Napoli, o streghe, come le “ianare” di Benevento.

Non sappiamo se tale viaggio abbia influenzato direttamente l’elaborazione del romanzo “Dracula”, pubblicato nel 1897, però lo scrittore fu nei posti in cui si trovano i citati elementi suggestivi e le testimonianze della famiglia Ferrillo, legata a quella di Dracula attraverso i matrimoni della famiglia Arianiti Commeno, cui apparteneva la madre di Maria Balsa in Ferrillo.

A pochi metri dalla tomba di Matteo Ferrillo, nella cappella Turbolo, sita all’interno della chiesa di Santa Maria La Nova, è presente una lunga epigrafe scritta in caratteri non latini, che richiamano gli alfabeti greco, cirillico, copto e altri ancora,22 rimasta per secoli non decifrata. Recentemente, uno studioso rumeno, Cristian Tufan, ha pubblicato una sua interpretazione di tale iscrizione, che sarebbe un codice con più strati di scrittura e narrerebbe, in greco bizantino, proprio l’arrivo a Napoli di un Vlad di Valacchia, “vissuto due volte”, e la sua sepoltura in quel luogo dopo la morte, avvenuta nel 1480.23

Non sono ancora state pubblicate le evidenze che hanno portato lo studioso rumeno ad elaborare tale trascrizione, in maniera tale da poterla verificare. Nel testo visibile dell’epigrafe, comunque, si leggono le lettere “BLAD”, che in cirillico sarebbero proprio “VLAD”, come pure le lettere “BAUL”, che in rumeno indicherebbe il male, e altre identificabili con il nome della chiesa, Santa Maria La Nova. Il nome “VLAD” viene reso in latino come “BLADUS”. Ulteriori indagini archeologiche sono in corso: per ora, si è scoperta una camera sepolcrale, con resti umani, al di sotto della misteriosa epigrafe.

Maria Balsa, o Balsha, era stata indicata nella Apologia dei tre seggi illustri di Napoli di Antonio Terminio come figlia del Despota di Serbia Stefano III Brankovic e di Angelina Arianiti Commeno, ma, in realtà, questa figlia del Despota e di Angelina era un’altra Maria (1466-1495) che sposò il marchese di Monferrato Bonifacio III, e non Giacomo Alfonso Ferrillo.

La moglie di quest’ultimo, invece, era ricordata in una precisa fonte coeva, scritta da suo cugino Giovanni Musachi, Despota d’Epiro, come figlia di Gojko Balsha, signore di Misia (località identificabile come una regione dell’Albania costiera, e non come altre omonime regioni in Asia Minore o in Romania),24 e di Comita Arianiti Commeno, sorella della suddetta Angelina.25

Angelina e Comita Arianiti Commeno erano sorelle di Andronica Arianiti Commeno, moglie del condottiero Giorgio Castriota detto Scanderbeg, che guidò la resistenza cristiana, in particolare albanese, contro l’avanzata dei turchi ottomani nei Balcani, considerato l’eroe nazionale dell’Albania: anch’egli membro dell’Ordine del Drago, era soprannominato “Drago della montagna” o “Drago dell’Albania”.26

Dopo la morte di Scanderbeg, avvenuta nel 1468, la sua vedova Andronica Arianiti Commeno si rifugiò a Napoli, accolta e protetta dai sovrani aragonesi, che in precedenza erano stati aiutati a mantenere il trono da Scanderbeg con un intervento militare in Italia. Andronica portò con sé i familiari, tra i quali la nipote Maria Balsa, di sette anni di età. Anche il figlio di Andronica, o Donika, Arianiti Commeno e di Giorgio Castriota Scanderbeg è sepolto in Santa Maria La Nova, a Napoli: sulla sua lapide funeraria è riportato il nome “Maria”, riferito evidentemente a sua cugina Maria Balsa.27

Gli Arianiti Commeno erano una nobile famiglia dell’Albania che vantava una parentela con la casa imperiale bizantina dei Commeno. Giorgio Arianiti, padre di Angelina, Andronica e Comita, fu uno dei comandanti della resistenza albanese contro i turchi ottomani, assieme al genero Scanderbeg.

I Balsa, o Balsha (cognome serbo, ma forse collegato ai De Baux o Del Balzo), erano i signori di Zeta, principato situato fra l’attuale Montenegro e l’Albania, e prendevano il loro cognome dal ramo principale, cui apparteneva Balsha III, chje morì nel 1421 senza lasciare discendenti diretti, per cui il dominio su Zeta fu ereditato dal Despota di Serbia, suo zio, Stefan lazerevic. Il padre di Maria, Gojko Balsa, apparteneva a un ramo collaterale della famiglia, secondo alcuni figlio di Stefan Strez, figlio illegittimo di Durad Balsa, del ramo principale.28

Secondo un’altra versione, Gojko era figlio del nobile italiano e capitano di ventura Stefano Maramonte, figlio di Filippo, barone di Botrugno in Puglia, cugino della moglie di Balsa III per parte di madre, appartenente alla nobile famiglia albanese dei Thopia.29

Secondo una ulteriore versione, Stefano Maramonte era da identificare con Stefan Balsic, o Balsa, figlio di Konstantin Balsa.30

Le fonti concordano, comunque, sul fatto che la madre di Gojko Balsa fosse una sorella di Scanderbeg, Vlajka Kastrioti o Jelena Kastrioti, come pure sul fatto che la moglie di Gojko Balsa e madre di Maria Balsa fosse Comita Arianiti Commeno. Maria Balsa, quindi, era pronipote di Scanderbeg, il “Drago dell’Albania”, per parte di padre (figlio della sorella dell’eroe albanese), e nipote di Scanderbeg per parte di madre (sorella della moglie del “Drago dell’Albania”).

Un’altra sorella della madre di Maria Balsa era Maria “Despina” (femminile di “Despota”, parola greca che indicava il “signore” o anche l’imperatore, senza i connotati negativi assunti negli ultimi due secoli), cognata di Vlad Tepes Dracula, in quanto moglie di suo fratello Radu III Dracula, detto il Bello (cel Frumos), Voivoda di Valacchia tra i due regni di Vlad Dracula, ovvero tra il 1462 e il 1474.31

Se non figlia, quindi, Maria Balsa può essere sicuramente definita nipote di Dracula.

Un ulteriore legame familiare di Maria Balsa con la famiglia Dracula è costituito dalla cugina, Caterina Crnojevic di Zeta (Catalina Bin Sarata), figlia di Durad Crnojevic, figlio della zia di Maria Voisava Arianiti Commeno, che sposò Radu IV il Grande (cel Mare) Dracula, figlio di Vlad IV il Monaco (Calugarul), un altro fratello di Vlad Tepes Dracula. I Crnojevic erano una nobile e potente famiglia serba, che successe ai Balsa nel governo di Zeta.32

Il matrimonio di Giacomo Alfonso Ferrillo con Maria Balsa, quindi, lo legava con vincoli di parentela con le principali casate dominanti nei Balcani centrali, ovvero gli Arianiti Commeno, i Castriota Scanderbeg, i Musachi e i Thopia in Albania ed Epiro, i Balsa e i Crnojevic in Zeta e Montenegro, i Brankovic in Serbia e i Dracula in Valacchia. Quando Giacomo Alfonso Ferrillo ricoprì l’incarico di governatore di Bari e Otranto, questi legami furono utili per mantenere buone relazioni con l’altra sponda dell’Adriatico, pur ormai sottoposta a una potenza ostile quale l’impero ottomano, come dimostra una lettera inviatagli nel marzo del 1514 dal sangiacco di Epiro, dipendente quindi dall’impero ottomano, in cui si rendono espliciti omaggi alla sua signora (Maria Balsa), considerata dal sangiacco come una figlia, e alla di lei madre, la signora Comita. Da quest’ultimo particolare si evince che la madre di Maria Balsa era con lei nel regno di Napoli, ancora vivente nel 1514.33

Vlad Tepes Dracula, inoltre, aveva sposato la nobildonna ungherese Jusztina Ilona Szilagyi de Horogszeg, cugina del Re d’Ungheria Mattia Corvino. Quest’ultimo sposò nel 1476 la principessa Beatrice, figlia del Re di Napoli Ferdinando (Ferrante) d’Aragona. Dracula, quindi, era anche imparentato per matrimonio con la casa reale aragonese di Napoli.

I legami tra i Balcani e il Sud Italia sono sempre stati forti: basti pensare alla Magna Grecia, al collegamento tra Roma e la parte orientale dell’Impero, al dominio bizantino nel Meridione, ai Normanni del Sud Italia che acquisirono città e terre al di là dell’Adriatico, ereditate poi dagli Angioini, all’unione personale dei regni di Napoli e Ungheria nel XIV secolo, ai successivi legami familiari tra le case reali dei due regni. L’impero bizantino era in declino e le potenze balcaniche, in particolare la Serbia, assurta al rango di “impero”, e il regno di Ungheria, cercavano di mantenere il controllo della costa orientale del mare Adriatico, scontrandosi con gli interessi della Repubblica di Venezia. La Repubblica marinara di Ragusa (Dubrovnik) manteneva la sua indipendenza, come pure altre realtà locali, quali il principato di Zeta.

In questo contesto irruppe la travolgente avanzata dei turchi ottomani. Passati dall’Anatolia ai Balcani nel 1356, in un secolo conquistarono la maggior parte della penisola balcanica, raggiungendo l’Adriatico nel 1421 e conquistando Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, nel 1453. Le potenze balcaniche furono occupate, o ridimensionate, o costrette ad un rapporto di vassallaggio nei confronti del nuovo impero d’oriente, ormai turco e musulmano. L’avanzata turca portò molte popolazioni cristiane dei Balcani a rifugiarsi in Italia, dove si formarono loro comunità, come quelle Arbereshe, albanesi, in Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, o quelle croate in Molise, ultima testimonianza linguistica della vasta migrazione dei Morlacchi (Valacchi di mare) nelle terre adriatiche italiane.34

Il Regno di Napoli rappresentava la parte più orientale della penisola italiana e dell’Europa cristiana mediterranea non assoggettata agli ottomani e, quindi, era la più esposta al rischio di invasione: tale minaccia si concretizzò nel 1480 con l’occupazione turca di Otranto e dei territori circostanti, con il massacro di centinaia di persone. I turchi furono respinti dalle truppe napoletane, anche con il supporto di un contingente ungherese, comandato da Balazs Magyar, già voivoda di Transilvania.35

Balazs è la forma ungherese di “Biagio”, che nelle lingue slave diviene “Vlas”, che significa anche “valacco”: abbiamo quindi nell’Italia del sud un Vlas voivoda di Transilvania, molto vicino come nome e come imprese al Vlad voivoda di Valacchia. I due personaggi negli anni precedenti avevano vissuto e combattuto nelle stesse zone e per lo stesso sovrano, il re d’Ungheria. Matteo Ferrillo partecipò alla guerra di Otranto sostenendo la galea armata di Alessandro di Capri, mentre il figlio Giacomo Alfonso, come si è visto, fu governatore di quei territori negli anni seguenti, accompagnato dalla moglie Maria Balsa, imparentata con il “drago d’Albania” Scanderbeg e con i “draghi di Romania”, i Dracula.

La suggestiva ipotesi di Dracula a Santa Maria La Nova a Napoli e ad Acerenza ha sicuramente il merito di aver messo in luce gli importanti legami storici tra la sua famiglia e la nobiltà del Regno di Napoli, nel contesto delle relazioni politiche con il mondo balcanico.36

 

Antonio Trinchese

 

 

Note

1. https://www.oltreilchiostro.org/pdf/didattica/Medioevo_Dracula.pdf

2.  M. Lőrinczi, Le radici italiane del Dracula di Stoker, 2007.

 https://people.unica.it/mlorinczi/files/2008/04/dracula5.pdf

3. J. Markale, L'énigme des vampires , Pygmalion, Gérard Watelet, Parigi, 1991, pp. 17, 22.

4. M. Introvigne, Il dibattito teologico ed esoterico sull’esistenza dei vampiri (secoli XVII-XIX) 2. Un’epidemia di vampirismo nell’Impero Austro-Ungarico, 2024, https://bitterwinter.org/il-dibattito-teologico-ed-esoterico-sullesistenza-dei-vampiri-secoli-xvii-xix-2-unepidemia-di-vampirismo-nellimpero-austro-ungarico/

5. Cfr. E. Petoia, Vampiri e lupi mannari, Newton & Compton Editori, Roma, 2003; J. Collin De Plancy, Histoire des Vampires et des spectres malfaisants avec un examen du vampirisme, 1820, pubblicato in italiano come Storia dei Vampiri e degli spiriti malefici, Luni Editrice, Milano 2024.

6. A. Di Nola, Introduzione a Petoia, cit., p.26.

7. Dizionario Biografico degli Italiani, “Ferrillo, Mazzeo”; A. Rescio, Una amicabile practica tra l’Albania e la Puglia, in «Mediterranea», n. 43, agosto 2018.

8. G. Reale, (a cura di), Vlad dove sei? Gli indizi del codice La Nova di Napoli, La Valle del Tempo, Napoli, 2025.

9. Markale, cit., pp. 59-60.

10. Treccani, voce “Drago”.

11. Markale, cit., pp. 202-220.

12. R. Brzezinski, M. Mielczarek, The Sarmatians 600 BC-AD 450, Osprey, Oxford, 2002.

13. A. Trinchese, Dalla Campania a Camelot. Le origini storiche del mito di Re Artù, Stamperia del Valentino, Napoli, 2023.

14. Cfr. S. Bady, Dracula non muore mai, Mondadori, Milano, 2025; L. Miriello, Sulla presunta tomba di Dracula a Napoli, Stamperia del Valentino, Napoli, 2021; A. Bolzani – R. Glinni, Dracula, Bram Stoker e il Sud Italia: un legame insospettabile, https://pilloledifolklore.org/2020/10/10/dracula-napoli/

15. L. Alessandi, Inventario dell’antica biblioteca del S. Convento di S. Francesco in Assisi compilato nel 1381, Tipografia Metastasio, Assisi, 1906, p. 243.

16. C. Ebanista, Il culto del sangue dei martiri tra medioevo ed età moderna: il caso di Cimitile, in «Reti Medievali», 23, 2, Firenze University Press, Firenze, 2022

17. F. Marzella, Re Artù, Laterza, Bari, 2025, pp. 133-159.

18. R. Barber, Graal, Piemme, Milano, 2004, pp. 320-322.

19. J. Markale, cit., pp. 258-277.

20. Idem, p. 109.

21. B. Stoker, The lost journal of Bram Stoker: the Dublin years, Robson Press, London, 2012, p. 243.

22. L. Miriello, cit., p.114.

23. C. Tufan, Undi este tu, Tepes Doamne?Snagov, Comana sau Napoli, in G. Reale, cit., pp. 14-28.

24. F. Pastore, Dracula nel Regno di Napoli – Parte terza. L’epigrafe misteriosa della cappella Turbolo, https://guardopensoedico.wordpress.com/tag/maria-balsa/

25. G. Musachi, Giovanni, Breve memoria de li discendenti de nostra casa Musachi. Per Giovanni Musachi, Despoto di Epiro, pubblicato in «Chroniques grèco-romanes inèdites ou peu connues publièes avec notes et tables gènèalogiques», ed. Charles Hopf, Berlino, 1873, pp. 270-340 (Miriello p. 35).

26. A. Zoncada, Scanderbeg. Storia albanese del XV secolo, Tipografia e Libreria Editrice Ditta Giacomo Agnelli, Milano, 1874, pp. 73, 255, 431, 437, 479.

27. Reale, cit.

28. Musachi, cit.

29. B. Candida GonzagaMemorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia, vol. 6, Napoli, De Angelis e figlio, 1882.

30. J. V.A. Fine, Jr, The Late Medieval Balkans A Critical Survey from the Late Twelfth Century to the Ottoman Conquest. University of Michigan Press, 1994, p. 528.

31. S. Gorovei, Maria Despina, doamna lui Radu cel Frumos,Annals of Putna (Analele Putnei), issue: 1-2/2006, pp. 145-152.

32. https://it.findagrave.com/memorial/236112232/radu-the_great

33. Rescio, cit.

34. I. Besker, Dell’identità dei Morlacchi, in «Atti e Memorie della Società Dalmata di Storia Patria», n. 8 (Vol. XXVIII, n.s., XVII), Roma, 2006, pp. 63-85.

35. N. Lavermicocca, Adriatico, golfo mediterraneo: incontri e scontri di civiltà e culture, in «La Puglia, l’Adriatico e i Turchi (dai Selgiukidi agli Ottomani, 1071-1571)», a cura di Nino Lavermicocca, Capone Editore, Lecce, 2013, pp. 65-71.

36. Ringrazio per gli spunti di riflessione Roberto Cinquegrana, Alfredo Carannante, Umberto Zanfrisco, Anna e Giuseppe Giambusso, Maria Rosaria Virdis, Giuseppe Trinchese, e come sempre Antonella Orefice per la disponibilità a divulgare i miei scritti.

 

 

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