Chavismo, lezione n.1: Chávez non era un indovino
Attraverso questo spazio settimanale, spesso trasmesso in diretta per diverse ore, Chávez spiegava le politiche governative, denunciava le pressioni esterne e coinvolgeva direttamente i cittadini nelle trasformazioni sociali e politiche. Più che un talk show, Aló Presidente rappresentava un’occasione di educazione politica, in cui il comandante in capo “seminava” consapevolezza, rafforzava il senso di appartenenza e resistenza, creando un legame diretto con la popolazione, al di là dei tradizionali media ostili al suo governo. In questo contesto, per oltre vent’anni Chávez ha “vaccinato” il popolo venezuelano contro le narrazioni e le strategie della propaganda neoliberista e imperialista, costruendo una coscienza collettiva capace di riconoscere e respingere le manipolazioni esterne. Questo processo ha reso la società venezuelana più resistente agli attacchi mediatici e giudiziari, trasformando ogni tentativo di delegittimazione in un’occasione di rafforzamento dell’identità rivoluzionaria. Hugo Chávez non era un indovino né un profeta.
La sua affermazione sull’accusa di narcotraffico, espressa in una puntata di Aló Presidente del 2005 dal Palazzo Miraflores, non è una predizione magica, ma il frutto di un’analisi politica lucida e profonda. Chávez comprendeva perfettamente i meccanismi del potere globale e anticipava le strategie con cui i centri di potere avrebbero cercato di neutralizzare i governi sovrani scomodi. La sua lucidità sta nel capire la natura asimmetrica della lotta politica internazionale, in cui il diritto penale diventa uno strumento di guerra politica. Non prevedeva il futuro come un oracolo, ma interpretava con chiarezza le dinamiche di potere in gioco, educando un popolo a resistere con consapevolezza. Oggi questo video circola con insistenza sui media internazionali, spesso accompagnato da narrazioni che presentano Chávez come un indovino o un profeta che avrebbe “previsto” eventi futuri. Tuttavia, questa lettura è superficiale e distorta, molti giornalisti e analisti occidentali, privi di una conoscenza approfondita del contesto politico latinoamericano e delle strategie di delegittimazione (forse perché essendo parte del meccanismo non riescono a vedere nulla dall’interno) tendono a semplificare la sua affermazione riducendola a una previsione misteriosa. Questa interpretazione non solo sminuisce la figura di Chávez, ma oscura il valore politico e strategico del suo messaggio, che rappresenta un monito e una lezione sull’uso del diritto penale come strumento di lotta politica asimmetrica. Questo limite culturale impedisce di comprendere pienamente la realtà venezuelana e le sue dinamiche di resistenza. In particolare, oscura la consapevolezza maturata in oltre vent’anni dal popolo venezuelano, “vaccinato” contro la propaganda neoliberista attraverso Aló Presidente e il lavoro politico del chavismo sui territori. Di conseguenza, si sottovaluta un aspetto cruciale: Trump e le sue strategie di delegittimazione hanno commesso un grave errore di calcolo. Hanno ignorato quanto fosse radicata e preparata la società venezuelana a resistere alle narrazioni esterne, rendendo inefficaci le loro azioni di criminalizzazione e coercizione. Capire questo significa riconoscere che la lotta politica e mediatica non si gioca solo sulle accuse e sugli arresti, ma sul terreno più profondo della coscienza collettiva e della capacità di resistenza di un popolo. In questo scenario, Trump ha escluso María Corina Machado come interlocutrice credibile, ritenendola poco “rispettata”, e ha puntato sulla vicepresidente, convinto che fosse più influente sul popolo venezuelano. Questa valutazione però non rispecchia la realtà politica interna, né Machado né la vicepresidente (e men che meno Guaidò) godono di un reale ascendente sul chavismo, che non si lascia guidare da leader esterni o figure dissidenti prive di radicamento popolare. Il chavismo, radicato e consolidato dopo decenni di educazione politica e partecipazione diretta, non è facilmente influenzabile da strategie convenzionali di leadership o da pressioni esterne. Chiunque voglia modificare questo quadro deve affrontare una scelta netta: o rieducare profondamente un popolo attraverso un lavoro culturale e politico di lungo termine, o tentare di piegarlo con la forza, ad esempio con bombardamenti e interventi militari. Tutto questo è il risultato di una mancata conoscenza storica, sia della propria che di quella degli altri. Ignorare le radici profonde del chavismo, la sua lunga costruzione politica e culturale, così come le esperienze storiche dei popoli latinoamericani, significa cadere in gravi errori strategici, come sottovalutare la forza di una coscienza collettiva già “vaccinata” contro le narrazioni esterne. Non studiare la storia, la propria e quella degli altri, impedisce di comprendere le dinamiche reali del potere, il senso delle resistenze popolari e le conseguenze delle strategie di delegittimazione e intervento. È una lezione che emerge con chiarezza dalla vicenda venezuelana e che, se ignorata, condanna a ripetere gli stessi errori di valutazione. I governi Russi lo hanno ben capito in Afghanistan gli Statunitensi no, gli Italiani invece…lasciamo perdere (per il momento).
https://substack.com/@luigispeciale
Trascrizione in Italiano del video Aló Presidente, 2005
Si tratta degli Yankees, la nazione più aggressiva nella storia dell’umanità. Hanno osato lanciare bombe atomiche su città indifese. Ecco Hiroshima e Nagasaki. Cos’è tutto questo? Hanno invaso Panama, bombardato e ucciso migliaia di persone. Hanno bruciato un intero quartiere per catturare Noriega accusandolo di narcotraffico. Ecco lì è prigioniero chi era presidente di Panama. Non è che, io ricevo diversi avvertimenti, anche da ambienti che non sono realmente alleati, ma da persone serie, preoccupate per l’operazione in corso, progettata al Pentagono per segnalarmi. Questa cosa sta arrivando, si sta avvicinando, ed è un’operazione che va avanti da diversi anni. Qualche anno fa qualcuno me l’ha detto, mi ha detto: «Ti finiranno per accusare di narcotraffico, direttamente a te, a te Chávez. Non è che il governo lo appoggia, che lo permette. No, no, no. Ti applicheranno la formula Noriega.» È uno dei piani che negli Stati Uniti sono stati sviluppati. Stanno cercando il modo di associare Chávez direttamente al narcotraffico, e poi qualunque cosa sarà valida contro un narcotrafficante che è presidente, perché un viaggio in qualunque paese del mondo, e arriverà un commando e lo porterà via. Non si tratta solo degli Stati Uniti, no? No. Hanno invaso l’Iraq con la scusa che ci fossero armi di distruzione di massa. Non ce n’erano, non ce ne sono state. Però lo hanno impiccato senza processo o altro. Credo che sette avvocati che cercarono di difendere Saddam furono assassinati. Chi lo difendeva? Era già morto. Fidel mi disse un giorno: «Chávez, se a te o a me succede quello che successe a lui, che ci invadono, dimmi, l’ultima cosa che possiamo fare è fare come Saddam, nasconderci in qualche buco. Bisogna morire combattendo, Chávez, lì in prima linea della battaglia.» E questo è quello che farei. Non fuggirò in montagna, ma morirò in prima linea con la dignità di un venezuelano che ama questo paese.
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Se muoio sopravvivimi con tanta Forza pura da risvegliare la furia Del pallido e del freddo […] Non voglio che muoia la mia Eredità di allegria Pablo Neruda Cento sonetti d’amore Buon viaggio dottor Alberto, sarai per sempre con tutti noi. Domani ci rivedremo ancora. Grazie di tutto. Antonella Orefice e la Redazione del Nuovo Monitore Napoletano
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Aló Presidente non era semplicemente un programma televisivo, ma un vero e proprio laboratorio politico e uno strumento diretto di comunicazione tra Hugo Chávez e il popolo venezuelano, attivo dal 1999 al 2012.