Il pauperismo non tramonta mai
Alzi la mano chi non ha mai provato invidia, per esempio, nei confronti di un compagno di scuola più dotato che otteneva voti migliori studiando meno, o per un collega che riesce a svolgere mansioni analoghe alle nostre con minore fatica e risultati più efficaci. Qualora venga contenuto entro limiti fisiologici, tale fenomeno può essere uno stimolo per la crescita e rappresentare un incentivo alla concorrenza, pilastro fondamentale di ogni società che intenda essere non solo democratica, ma anche liberale. Non sono ovviamente d’accordo coloro che vorrebbero imporre l’eguaglianza per legge. Ignorando il fatto che si tratta di un concetto non solo astratto, ma pure pericoloso ove si rammenti che gli esseri umani non nascono affatto eguali, e che le differenze tra loro possono – se sfruttate adeguatamente – costituire un fattore di ricchezza per tutti. Quanto sta avvenendo nel nostro Paese, tuttavia, causa parecchie perplessità (e non credo di essere il solo ad averle). Senza dubbio è giusto penalizzare i redditi alti – o addirittura quelli medi – quando non sono il frutto di meriti reali. Non mi piace usare il termine “casta” perché è ormai diventato una sorta di mantra inutile e ripetitivo. Ma in questo caso lo utilizzo per farmi capire meglio. Dunque si colpisca pure la casta cercando di eliminare sprechi e abusi, e puntando a recidere il cordone ombelicale che lega tanti incarichi manageriali al mondo politico. Non si dimentichi però che lo stipendio deve per forza essere commisurato al grado di complessità del lavoro svolto e al livello di responsabilità che esso comporta.
Altrimenti l’avrà vinta, ancora una volta, la mentalità sindacale che già tanti danni ha causato nel nostro Paese. Tutti eguali? Todos caballeros? Che Dio ce ne scampi. Si è tentata l’operazione nel ’68 e pure in decenni successivi, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E non si pensi che il mio sia un discorso puramente astratto. Per restare in un ambito che conosco bene, quello universitario, la tanto strombazzata riforma Gelmini (che in realtà dovrebbe chiamarsi riforma Berlinguer) era partita con l’intento di rendere gli atenei più efficienti e manageriali. Stiamo invece assistendo in molti casi a una vera e propria “presa del potere” da parte del personale amministrativo a scapito dei docenti, con la moltiplicazione insensata di regole e cavilli degni della burocrazia borbonica. Tutto ciò scordando il fatto che le università non sono fabbriche di biscotti o di automobili. La loro “ragione sociale” consiste in insegnamento e ricerca scientifica, con l’apparato amministrativo che svolge (o dovrebbe farlo) una funzione di supporto. La retribuzione, in questo caso e in tutti gli altri, dev’essere commisurata alla natura delle mansioni, senza indulgere a giacobine pretese di eguaglianza. Eppure, come ho detto in precedenza, la sensazione è che il giacobinismo la faccia ancora una volta da padrone. Non si è ancora capito bene quale sia l’atteggiamento dell’attuale governo al riguardo. È certo che non nutre particolare simpatia per il sindacato, ed è in questo puntualmente ricambiato. In gran parte proviene però da esperienze politiche che con il pensiero liberale non hanno dimestichezza e nemmeno intendono acquisirla. Forse è ancora presto per dirlo con certezza. Tuttavia nei progetti e nelle azioni governative si percepisce una tendenza “pauperista” che preoccupa. E che, nonostante le polemiche ufficiali, potrebbe alla fine riconciliarlo proprio con quell’ideologia sindacale che a parole combatte lancia in resta.
Michele Marsonet |
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L’invidia sociale è un fenomeno comune se si guarda alla storia del genere umano. In fondo è del tutto naturale che chi occupa posizioni più basse provi invidia per coloro che stanno sopra. Altrettanto normale che il risentimento riguardi soprattutto il reddito: se il proprio è basso si tende inevitabilmente a provare un sentimento di frustrazione notando che qualcuno guadagna di più.