Individuale e collettivo
In termini generali, il dibattito verte sulla natura dei gruppi sociali (o collettività) e delle istituzioni sociali. Molto approssimativamente si può dire che vi sono due concezioni che si possono etichettare rispettivamente come “individualistica” e come “collettivistica”. Ma c’è anche una difficoltà terminologica. La controversia ha teso ad assumere la forma di argomenti pro o contro il cosiddetto “individualismo metodologico”, termine coniato dall’economista ed epistemologo austriaco Friedrich von Hayek (1899-1992), alle cui tesi l’opera di Popper ha dato ampia diffusione. Questi autori, e altri che hanno contribuito al dibattito, hanno definito il termine in modi differenti, e di conseguenza definire qualcuno sostenitore od oppositore dell’individualismo metodologico non reca grande vantaggio. La soluzione migliore, almeno all’inizio, sembra quindi quella di evitare il più possibile il termine, e considerare piuttosto i temi specifici che si presentano. Si può notare che uno dei problemi riveste carattere ontologico, cioè riguarda la realtà di entità sociali come i gruppi e le istituzioni. L’individualismo ontologico, spesso attribuito a Popper e Hayek, nega la realtà di tali insiemi sociali, ragion per cui “nel mondo sociale soltanto gli individui sono reali”.
È però dubbio che Hayek o Popper, o chiunque altro, sostenga fino in fondo tale opinione, in ogni caso essa sembra sotto certi aspetti poco difendibile. È infatti difficile credere che le entità sociali siano irreali nello stesso senso in cui la maggior parte della gente ritiene irreali le fate. E, se c’è qualche altro senso in cui esse potrebbero venir ritenute irreali, è talmente oscuro che la discussione del problema non sembra di alcuna utilità. Più degna di considerazione è la questione se le entità sociali abbiano una qualche realtà al di là e al di sopra di quella degli individui in esse coinvolti. Per Durkheim la risposta era positiva. La società - egli scrive - non è una semplice somma di individui; al contrario il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri. Così «l’essere collettivo è per se stesso una natura sui generis.» Ciò si applica non soltanto alla società, ma a tutti i fatti sociali; Durkheim sostiene che i modi collettivi di agire e di pensare hanno al di fuori degli individui una realtà a cui essi si conformano in ogni istante: sono cose dotate di esistenza propria. L’individuo li trova completamente costituiti, e non può far sì che non siano o che siano diversamente dal modo in cui sono. L’asserzione da parte di Durkheim della realtà separata, trascendente gli individui, dei fenomeni sociali ha avuto vasta influenza, ed è stata accettata da molti scienziati sociali. Durkheim stesso, tuttavia, procede oltre. Pur ammettendo che i fatti sociali si manifestano parzialmente nel comportamento individuale, egli sostiene che molti fatti sociali diventano del tutto dissociati dai fatti individuali, come quando le regole giuridiche sono formulate e scritte, o le credenze religiose vengono codificate come articoli di fede. Queste formule esistono come fatti sociali, anche se il comportamento individuale non le applica in modo perfetto. Anzi, secondo Durkheim è questa possibilità di separare i fatti sociali dai fatti individuali che permette di studiare scientificamente i primi: “I fatti sociali sono tanto più suscettibili di venire rappresentati, quanto più sono completamente distaccati dai fatti individuali che li manifestano”. Per quale motivo? Perché solo attraverso tale separazione i fatti sociali diventano abbastanza stabili da poter essere osservati. Le manifestazioni individuali dei fatti sociali sono - ritiene Durkheim - troppo evanescenti per essere colte da uno studio scientifico. La posizione di Durkheim sembra a molti insostenibile. Egli stesso ha la spiacevole consapevolezza che quelle che chiama rappresentazioni “oggettivate” dei fatti sociali (codici di leggi scritti, articoli di fede, ecc.) possono divergere largamente dallo “stato effettivo delle relazioni sociali”. Dove c’è ragione di credere che ciò sia accaduto, ammette Durkheim, esse non possono venir trattate come fatti sociali. Non è tuttavia facile vedere come si possa scoprire se questa separazione esista in un caso particolare, se non confrontando le formule in questione con il comportamento effettivo degli individui. L’utilità sociologica delle formule dipende dalla conoscenza del comportamento individuale. Infatti, anche da parte di coloro i quali concordano con Durkheim che un fatto sociale è una realtà trascendente l’individuo, si ammette che è il comportamento degli individui a fornire la prova più pertinente dell’esistenza e delle caratteristiche dei fatti sociali. In altre parole nulla dei fatti sociali sarebbe osservabile all’infuori delle loro manifestazioni individuali. Ciò non implica di per sé che un fatto sociale sia semplicemente un insieme di fatti relativi a individui; può darsi che i fatti individuali siano la testimonianza dei fatti sociali senza esserlo essi stessi, nello stesso modo in cui il comportamento e i discorsi della gente forniscono la prova più diretta disponibile delle loro intenzioni e dei loro desideri, senza essere le loro intenzioni o i loro desideri. Formuliamo il nostro problema con maggior precisione. I gruppi sociali sono semplicemente individui legati tra loro in certe relazioni, oppure no? E, analogamente, le istituzioni sociali sono semplicemente azioni e atteggiamenti di individui collegati in modi particolari? Per quale ragione si potrebbe affermare che i gruppi sociali sono qualcosa di diverso da individui in particolari relazioni? Durkheim sostiene che «il gruppo pensa, sente e agisce in modo del tutto diverso da quello in cui si comporterebbero i suoi membri, se fossero isolati.» Tuttavia, se i membri di un gruppo fossero isolati non sarebbero in rapporto reciproco nei modi implicati dalla loro appartenenza al gruppo, e necessariamente agirebbero e penserebbero in modi diversi da quelli che derivano dalle loro relazioni come membri del gruppo. Ciò non dimostra che i gruppi siano qualcosa d’altro che individui in rapporto tra loro. Ma l’argomento di Durkheim diventa più di un truismo quando egli sostiene che i fatti sociali sono coercitivi rispetto agli individui: «l’individuo li trova completamente costituiti, e non può far sì che non siano o che siano diversamente dal modo in cui sono», ma deve semplicemente conformarsi ad essi. Il concetto è espresso in termini forti, però è vero che il carattere specifico dei gruppi influenza largamente i loro membri. Si può inoltre affermare che l’influenza del gruppo su un singolo membro non è soltanto l’influenza di parecchi individui su uno solo, poiché il gruppo non può essere identificato con l’insieme di individui che appartengono ad esso in un dato momento. Un gruppo può persistere, può mantenere la propria identità, può perfino conservare essenzialmente immutate le proprie caratteristiche, nonostante che tutti i suoi membri vengano sostituiti. È come se il gruppo dovesse essere considerato un’entità separabile dai propri membri individuali, un’entità che essi si trovano di fronte e che li modella. Come definire, allora, la spiegazione dei fatti riguardanti gli insiemi sociali? Secondo una definizione corrente, l’individualismo metodologico è la dottrina per la quale tutti i fatti sociali sono, in linea di principio, spiegabili individualisticamente, ossia soltanto in termini di fatti concernenti gli individui. Tutti i riferimenti ad altri fatti sociali sono, in questa prospettiva, teoricamente eliminabili da tali spiegazioni. Se i riferimenti ai fatti sociali sono essenzialmente riferimenti sommari a caratteristiche e a relazioni di individui, ogni riferimento a un fatto sociale presente in una spiegazione potrebbe, in linea di principio, essere sostituito da riferimenti ai corrispondenti fatti individuali. Nell’ambito degli studi sociali ci imbattiamo di continuo in quelli che sono i concetti collettivi: società, stato, patria, classe, rivoluzione, setta, umanità, capitalismo, pubblica amministrazione, chiesa, popolo, nazione, e così via. Dinanzi a questi e ad analoghi concetti il primo problema che sorge è di natura ontologica: che cosa corrisponde nella effettiva realtà a tali concetti collettivi? È questo l’antico problema degli universali, così come lo ritroviamo all’interno degli studi sociali. È il problema del rapporto tra le voces e le res, tra i concetti universali e la realtà. Si tratta di un problema filosofico fondamentale: lo si ritrova anche nella riflessione sulla fisica, in filosofia della matematica, ed anche in filosofia della medicina: esistono le malattie o soltanto i malati? Popper afferma che la scienza non può esistere senza universali e che “tutti gli universali sono disposizionali”. “Fragile”, “rosso”, “sembrare rosso” (in certe condizioni), “conduttore di elettricità” sono esempi di termini disposizionali. E con la parola “vetro” denotiamo corpi fisici che esibiscono un certo comportamento conforme a leggi, e lo stesso vale per la parola “acqua”. Cosa corrisponde al concetto universale di umanità? A questo concetto, sosteneva il caposcuola del nominalismo medievale, il francese Roscellino, corrispondono solo individui: Pietro, Giacomo, Giovanni, etc. Non esiste l’umanità e, accanto a questa, gli individui: esistono solo individui. L’umanità è semplicemente una parola, un nomen, un flatus vocis; è uno stenogramma che sta ad indicare unicamente individui che agiscono in base a loro idee e desideri. Roscellino è un nominalista, in quanto i concetti universali sono per lui puri nomina; realista, invece, fu, tra gli altri, Guglielmo di Champeaux, per il quale i termini universali stanno proprio ad indicare delle effettive sostanze, vere e proprie realtà; così, l’umanità è quella realtà sostanziale presente in individui come Pietro, Giacomo, Giovanni, e per cui tutti costoro sono uomini. Gli individualisti (o nominalisti) sono coloro i quali pensano che ai concetti collettivi non corrisponde niente di specifico, di autonomo e distinto dagli individui, da individui con certe idee e le cui azioni producono effetti intenzionali ed esiti inintenzionali. Contrari agli individualisti (nominalisti) sono i collettivisti (realisti), secondo i quali ai concetti collettivi corrispondono effettive realtà che istituiscono, plasmano e normano l’individuo: potrebbe esistere il soldato senza l’esercito, e il fedele senza chiesa e il cittadino senza lo stato? Connessa, sebbene diversa da quella ontologica, è la questione metodologica: da dove cominciare nella ricerca della genesi e dei mutamenti delle istituzioni e dei fatti sociali? Da dove si dovrà partire nello studio, per esempio, della decadenza di una religione, della comparsa di un nuovo partito, dello scoppio di una rivoluzione, dello spostamento dell’elettorato da un partito ad un altro? Per il collettivista, le realtà collettive sussistono indipendentemente dagli individui, la cui esistenza e le cui azioni sarebbero inesplicabili senza esse (stato, nazione, chiesa, esercito, sistema economico, etc.); di conseguenza è esattamente da queste entità collettive che occorrerà partire, comprenderne la configurazione per poi capire i modi di sviluppo di tali realtà e, infine, le leggi che li determinano. È così che guardano allo svolgersi delle vicende umane Saint Simon e Comte, Hegel e Marx. Quella che per il collettivista metodologico è la procedura adeguata per lo studio della genesi e dei mutamenti istituzionali e dei fatti sociali, viene reputata pura e semplice mitologia dagli individualisti metodologici: una mitologia antropomorfica che assegna un’esistenza reale e autonoma dagli individui ad entità come lo stato, il partito, lo spirito del popolo; una mitologia che di queste ed altre analoghe entità predica vita, volontà, astuzia, intenzionalità. Per l’individualista metodologico esistono unicamente gli individui e, quindi, è dall’azione degli individui che prende il via lo studio degli eventi sociali, per puntare sulle conseguenze intenzionali e ancor più su quelle inintenzionali delle azioni. La terza grande questione che vede schierati da opposte parti collettivisti e individualisti è quella politica. Il problema è: il fine è costituito dalla società, dalla nazione o dall’individuo? A questo proposito l’economista ed epistemologo austriaco Ludwig von Mises fa presente che la disputa sul realismo o sul nominalismo dei concetti diventa uno scontro sulla priorità dei fini. Per un collettivista, come Comte, l’uomo propriamente detto non esiste, non può esistere che l’Umanità, poiché tutto il nostro sviluppo è dovuto alla società, sotto qualunque aspetto lo si consideri. Hegel, da parte sua, sostenne che gli individui servono solo come mezzo per il progresso della storia del mondo. Per il marxismo la storia è guidata da ineluttabili leggi di sviluppo. Unica realtà sono gli individui anche per il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, che scrive: «è stato l’individualismo che ha arricchito il mondo e tutti gli uomini del mondo», e per Norberto Bobbio allorché asserisce: «Eliminate una concezione individualistica della società. Non riuscirete più a giustificare la democrazia come forma di governo.» Per capire l’importanza anche pratica del dibattito si rammenti che, nel 1987, la premier britannica Margareth Thatcher sostenne che non esiste la società: ci sono soltanto gli individui.
Michele Marsonet
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Molti sono i problemi che si presentano in relazione alla natura della spiegazione nelle scienze sociali. Occorre chiedersi, in particolare, se nella scienza sociale la spiegazione sia individualistica oppure no. La controversia sull’individualismo in realtà investe non soltanto la spiegazione, ma l’intera complessa questione delle relazioni tra individuale e sociale.