Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 2025, la maggioranza degli intellettuali sono a corte

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Si ripete con crescente insistenza che gli intellettuali sono scomparsi. Dai giornali alle cattedre universitarie, dalla saggistica ai convegni, la domanda ricorrente è dove siano finiti i grandi pensatori, chi rappresenti oggi la coscienza critica della nazione. È una domanda mal posta.

Gli intellettuali non sono scomparsi, la maggioranza è a corte. Non si tratta di eccezioni isolate o casi marginali, ma di un fenomeno sistemico che attraversa le democrazie occidentali e che a Napoli, come spesso accade, si manifesta nella sua forma più compiuta, mentre altrove è ancora in via di maturazione. Napoli non arretra, ma avanza. Quanto qui osserviamo con chiarezza cristallina rappresenta il destino dell’intellettuale europeo nell’iperliberismo consumistico.

La mutazione non riguarda la scomparsa fisica di queste figure, ma la loro trasformazione funzionale: da produttori di analisi conflittuali dei rapporti di forza a semplici produttori di merci culturali che simulano impegno critico senza praticarlo. Le cattedre restano salde, i premi letterari continuano a essere assegnati, gli articoli si moltiplicano, le conferenze si susseguono.

 

Il contenuto è però radicalmente mutato. Proliferano articoli che lamentano la scomparsa degli intellettuali citando figure del passato, mentre gli autori, spesso docenti formati da maestri della tradizione materialista, si chiedono dove siano i grandi pensatori. La risposta è sempre nostalgica, era meglio prima, quando esistevano le ideologie, i conflitti reali e tutto sembrava avere un senso più profondo.

Questa è la mutazione compiuta. Intellettuali formati da chi analizzava concretamente classe, territorio ed economia producono oggi testi che sostituiscono l’analisi con la malinconia, i rapporti di forza con atmosfere culturali, il conflitto con la celebrazione della vitalità artistica contemporanea.

Il problema non è individuale ma strutturale. Questi intellettuali rappresentano il risultato finale di un sistema di formazione e selezione che ha fallito nella trasmissione del metodo critico. Hanno appreso le forme, a citare i maestri, a usare il lessico dell’impegno civile occupando posizioni istituzionali, ma hanno perso la sostanza, cioè l’analisi documentata, il conflitto con il potere, la capacità di nominare i meccanismi sistemici.

Questo è un fallimento generazionale della trasmissione critica. Sorgono dubbi profondi: se anche chi ha studiato con i migliori maestri della tradizione critica italiana finisce a produrre nostalgia consolatoria, cosa possiamo aspettarci da chi non ha avuto nemmeno quella formazione? Il meccanismo di selezione funziona con precisione chirurgica. Le istituzioni culturali, università, case editrici, giornali, fondazioni, premiano chi produce materiali che simulano profondità critica senza analizzare i rapporti di potere.

Questo fenomeno si può definire spazzatura filosofica. Non si tratta di un insulto, ma di una categoria descrittiva che indica testi che citano nomi prestigiosi senza svilupparli, lamentano la perdita di ciò che non praticano più, celebrano vitalità culturale come compensazione della resa politica e concludono con saggezza popolare che maschera la rinuncia all’analisi.

Tale produzione ottiene premi letterari, recensioni su quotidiani nazionali, visibilità nelle presentazioni, cattedre dove viene insegnata come modello. Il sistema seleziona e promuove questa tipologia perché non disturba. Può essere consumata senza conseguenze, condivisa sui social senza imbarazzo, citata nei convegni senza conflitto.

Al contrario, chi produce analisi documentate, nomina soggetti e responsabilità, mantiene il rigore metodologico che i maestri insegnavano, viene marginalizzato non con censura esplicita, troppo evidente e difficile da giustificare, ma con la non-promozione.

Il lavoro è formalmente pubblicato per salvaguardare la libertà di espressione, ma non ottiene visibilità, non viene messo in evidenza né discusso, sepolto sotto un flusso di materiale innocuo preferito dal sistema. Non si tratta di complotti o riunioni segrete, ma di un meccanismo che funziona attraverso l’interiorizzazione di criteri emotivi al posto di quelli professionali. Scelte editoriali guidate da simpatia o antipatia invece che da rilevanza analitica, promozione di contenuti che piacciono di più invece di quelli che documentano meglio, premi assegnati a chi celebra anziché a chi analizza.

Nessuna malafede individuale è necessaria, soltanto una mutazione antropologica che sostituisce il pensiero analitico con la reazione emotiva, il giudizio critico con l’impressione immediata, il metodo con il gusto personale.

Esattamente ciò che Pier Paolo Pasolini diagnosticava osservando la trasformazione indotta dal consumismo. Questa diagnosi si applicava agli intellettuali prima ancora che al popolo.

Il consumismo ha distrutto la capacità critica degli intellettuali, trasformandoli in produttori di merci culturali, cattedre, articoli, premi, visibilità, che simulano impegno senza praticarlo.

Napoli mostra questo processo nella sua forma compiuta perché possiede la tradizione più forte da tradire: la questione meridionale elaborata da Antonio Gramsci, l’analisi materialista delle campagne, la scuola storica napoletana, l’illuminismo giuridico di Francesco Mario Pagano. Più alta è la tradizione, più evidente è il tradimento e più chiaro il meccanismo. Non si tratta di corruzione individuale ma di logica sistemica.

Il consumismo culturale funziona come quello economico: produce merci standardizzate, articoli nostalgici, saggi celebrativi, conferenze commemorative, che possono essere consumate da pochi senza disturbo e dimenticate subito. La storia si ripete con inquietante precisione.

Nel 1850 Ernesto Capocci, astronomo di fama e direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, fu destituito da Ferdinando II . Il regime borbonico pensava di neutralizzarlo sottraendogli l’osservatorio, ignorando che così lo liberava a forme di opposizione più efficaci. L’astronomo controllato divenne scrittore incontrollabile.

Oggi il meccanismo è più sofisticato. Non si destituisce formalmente, troppo evidente e brutale, si pubblica ma si nasconde alla visibilità. Si riconosce la qualità, ma si seppellisce sotto materiale innocuo, mantenendo l’apparenza della libertà mentre si pratica la censura attraverso la gestione selettiva della visibilità.

I Borbone erano rozzi nell’uso del potere, i sistemi democratici consumistici sono raffinati, ma la sostanza resta la stessa: chi analizza conflittualmente viene marginalizzato, chi consola viene promosso.

La differenza cruciale è che oggi la marginalizzazione non viene imposta dall’esterno, ma nasce dall’interno. Non sono principi autoritari a destituire scienziati scomodi, ma gli stessi intellettuali trasformati in guardiani più o meno inconsapevoli del sistema che selezionano e promuovono chi non disturba, marginalizzando chi mantiene il metodo critico.

Hanno interiorizzato i criteri del sistema fino a considerarli naturali, ovvi e inevitabili. Il fenomeno non è limitato a Napoli o all’Italia, ma è globale.

Napoli lo mostra con particolare evidenza perché qui la contraddizione è più stridente. Una tradizione intellettuale che da Giambattista Vico a Benedetto Croce ha prodotto pensatori tra i più rigorosi d’Europa viene oggi rappresentata da figure che occupano le stesse cattedre, citano gli stessi nomi, usano lo stesso lessico ma producono l’opposto: nostalgia invece di analisi, celebrazione invece di conflitto, forma invece di sostanza. Il caso esemplare è la questione meridionale.

Gramsci la analizzava come rapporto di forza tra classi, Nord industriale e Sud agrario, borghesia settentrionale e masse contadine meridionali. Nominava soggetti, descriveva meccanismi di sfruttamento, individuava responsabilità precise.

Oggi la questione meridionale è evocata ritualisticamente in convegni e articoli ma priva di contenuto conflittuale. Diventa celebrazione della cultura mediterranea, rivendicazione di identità generiche, lamento sulla marginalizzazione senza mai nominare chi marginalizza e perché. Lo stesso vale per figure come Mimì Rea, Raffaele La Capria e Annamaria Ortese. Vengono citate come icone di un passato glorioso, ma nessuno si chiede cosa farebbero oggi. La Capria criticava la borghesia napoletana e le sue mistificazioni. Ortese descriveva con precisione la miseria materiale e spirituale della città. Rea documentava contraddizioni sociali senza concessioni retoriche. Tutti praticavano conflitto, non nostalgia. Eppure, oggi sono evocati da chi ha rinunciato al conflitto, trasformati in simboli innocui di un’epoca mitizzata.

Questo tradimento è possibile perché il sistema culturale contemporaneo separa la forma del pensiero critico dalla sua sostanza. Si può citare Gramsci parlando di egemonia culturale senza analizzare quali soggetti esercitano oggi quell’egemonia e con quali strumenti. Si può evocare Croce parlando di libertà senza mai nominare i vincoli materiali che la limitano.

Si può richiamare Pasolini sulla mutazione antropologica senza riconoscere di esserne parte. Il risultato è una cultura dell’apparenza critica che sembra impegnata perché usa il lessico dell’impegno, conflittuale perché evoca figure del conflitto, rigorosa perché cita maestri rigorosi, ma è pura simulazione.

Il conflitto vero richiede di indicare soggetti e funzioni, descrivere rapporti di forza e responsabilità, accettare l’isolamento, la marginalizzazione, la rinuncia a premi e visibilità, accettare perfino l’insulto. Tutto ciò che il sistema contemporaneo rende impossibile a chi voglia restare nelle sue istituzioni.

Ezra Pound nei Cantos identificava nell’usura il meccanismo che corrompeva la produzione culturale autentica, scrivendo che con l’usura nessuno ha una casa di pietra ben costruita con blocchi lisci e ben incastrati. L’usura non è solo prestito a interesse, ma principio sistemico che trasforma ogni valore d’uso in valore di scambio, ogni produzione autentica in merce. Questo vale per la cultura come per l’economia.

La cattedra universitaria diventa merce da ottenere con pubblicazioni conformi a mode accademiche, l’articolo merce da vendere a testate che premiano il consenso immediato, il libro merce da promuovere attraverso premi che seguono logiche di mercato. Chi mantiene rigore critico, produce analisi che disturbano, nomina responsabilità precise, viene escluso da questo mercato non per censura esplicita ma per incompatibilità strutturale.

Il sistema non può promuovere chi lo critica radicalmente, come il mercato non può valorizzare chi ne contesta le basi. La marginalizzazione è automatica, sistemica e inevitabile. Qui emerge il punto cruciale: Napoli non è avanguardia della degenerazione, ma della chiarezza.

Quanto altrove resta nascosto sotto apparenze democratiche e pluralistiche, qui si mostra in tutta evidenza. Ex-rettori diventano sindaci con reti accademiche che occupano ruoli chiave nell’amministrazione. Docenti ordinari pubblicano ovunque, adattando i messaggi, dimostrando che il contenuto è fungibile e conta solo la visibilità. Testate storiche pubblicano analisi rigorose per poi seppellirle sotto materiale nostalgico, mantenendo l’apparenza del pluralismo mentre praticano selezione ideologica attraverso la gestione della visibilità.

Tutto ciò non è frutto di banale malvagità individuale ma logica sistemica. Gli interessati spesso credono sinceramente di servire la cultura, mantenere una tradizione, servire la comunità, ma non si accorgono di essere parte del meccanismo che la neutralizza.

Hanno interiorizzato i criteri del sistema a tal punto da considerarli natura delle cose. Questo è il senso più profondo della mutazione antropologica descritta da Pasolini. Non è solo il popolo a perdere capacità critica, ma prima di tutto gli intellettuali. Il popolo che si astiene massicciamente forse ha capito meglio della classe intellettuale che il gioco è truccato.

L’astensionismo non va letto come apatia, ma come rifiuto consapevole di legittimare una farsa. Mentre gli intellettuali continuano a partecipare al gioco, pubblicare, insegnare e ricevere premi convinti di esercitare funzione critica, esercitano invece funzione opposta: legittimano il sistema simulando dissenso. La via d’uscita non può venire dalle istituzioni culturali esistenti perché sono strutturalmente incapaci di produrre pensiero critico autentico. Selezionano sistematicamente chi ha accettato i compromessi necessari per entrarvi.

Chi studia per diventare professore ha già rinunciato a studiare per capire. Chi scrive per essere pubblicato ha già accettato i vincoli editoriali che neutralizzano il conflitto. Chi partecipa a concorsi per premi ha già adattato la scrittura ai gusti delle giurie. L’unica possibilità di mantenere rigore critico è operare fuori da queste istituzioni non per scelta ideologica ma per necessità strutturale.

Le istituzioni contemporanee non tollerano chi le critica radicalmente, come i Borbone non tolleravano Capocci. Con la differenza che i Borbone erano onesti nella loro brutalità, mentre il sistema democratico consumistico è ipocrita: pubblica mantenendo apparenza di pluralismo ma marginalizza con la gestione della visibilità.

Pagano morì in carcere per le sue idee; Gramsci scrisse i Quaderni in cella; Pasolini fu assassinato dopo anni di ostracismo. Questi non sono esempi da imitare masochisticamente, ma promemoria del costo di chi si mantiene fuori dalla corte e al contempo testimonianze che solo fuori dalla corte è possibile pensare liberamente.

Gli intellettuali non sono scomparsi, sono a corte e chi legge deve decidere se riconoscerlo consapevolmente o meno oppure rivendicare l’autonomia che quella tradizione richiederebbe. Non esiste una terza via. Non si può restare dentro le istituzioni del sistema e contemporaneamente criticarlo radicalmente. Non si può ricevere cattedre, premi e visibilità da un sistema e allo stesso tempo nominarne i meccanismi di dominio. Non si può essere dentro e fuori insieme. La scelta è individuale ma ha conseguenze collettive.

Ogni intellettuale che accetta il compromesso produce nostalgia invece di analisi e celebra invece di dar battaglia, rafforzando inesorabilmente il sistema. Ogni intellettuale che mantiene rigore fuori dalle istituzioni, accetta marginalizzazione pur di non tradire il metodo, crea possibilità per chi verrà dopo. La questione è strutturale, non morale.

Il sistema culturale contemporaneo ha bisogno di pavidi intellettuali cortigiani che simulino dissenso per legittimare consenso, figure che evochino tradizioni critiche per neutralizzarle, apparenza di pluralismo per mascherare omogeneità sostanziale. Ogni intellettuale che entra nel gioco, convinto di mantenervi autonomia, diventa parte funzionale. Napoli mostra tutto questo con la chiarezza che altrove manca. Per questo resta centrale, non come museo di decadenza ma laboratorio del futuro.

Quanto qui si compie, altrove matura. Gli intellettuali europei stanno diventando ciò che a Napoli sono già: cortigiani che credono di essere critici, funzionari culturali che si immaginano autonomi, produttori di merci che si illudono creatori. Da allora nulla è cambiato, scriveva chi documentava la repressione borbonica degli intellettuali scomodi. Cambiano le forme, ma resta la sostanza. Il potere tollera il pensiero critico solo quando innocuo, lo promuove quando simulato e lo marginalizza quando autentico.

I Borbone destituivano formalmente. Il sistema democratico consumistico marginalizza attraverso la visibilità selettiva. Il risultato è lo stesso: chi nomina i rapporti di forza viene neutralizzato, chi produce nostalgia consolatoria viene promosso. Gli intellettuali sono a corte. Sapere dove si è il primo passo per decidere dove si vuole stare.

 

Luigi Speciale

 

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