Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Novembre 1920 -2020

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Il 1° novembre del 1995 a Gioiosa Ionica (RC) venne ucciso il 23enne Luigi Coluccio, titolare di un bar.

Pagò con la vita la determinazione sua e dei familiari a resistere alle richieste della ‘ndrangheta. Fu ucciso sulla porta del suo bar. Gli assassini attesero che girasse le spalle alla strada per calare le saracinesche. Dietro una siepe, si erano nascosti due killer che avevano ricevuto l’ordine di ucciderlo. Con un fucile a canne mozze calibro 12: cinque colpi che raggiunsero Luigi in ogni parte del corpo, compresa la testa. La morte fu istantanea.

Il padre, Pasquale, era il proprietario di un supermercato. Un altro fratello della vittima, Rocco, era il titolare di un’avviata paninoteca, in una delle strade principali del paese; attività che, se non davano ricchezza, quanto meno assicuravano una certa tranquillità economica ai Coluccio. 

Le prime avvisaglie dell’offensiva del racket risalivano a tre anni prima, quando «qualcuno» fece arrivare ai Coluccio dei chiari segnali, ai quali il capofamiglia non diede eccessivo peso. Il 13 giugno del 1992, il primo, duro attacco. La paninoteca di Rocco Coluccio fu incendiata.

Ma i Coluccio non cedettero. E così un altro dei figli di Pasquale, Salvatore, fu ferito da una fucilata.

Ma dai Coluccio nessun segnale di resa. Allora fu alzato il tiro; decine e decine di litri di benzina furono versate dentro il supermercato di Pasquale Coluccio e l’esplosione che lo demolì fu sentita da tutto il paese, ma la risposta della famiglia, evidentemente, fu sempre la stessa. Una sfida che la ‘ndrangheta volle punire con il delitto.

Il 2 novembre del 2004 a Bruzzano Zeffirio (RC) venne ucciso Paolo Rodà a soli 13 anni. Quella mattina si recò in macchina insieme al padre Pasquale a Ferruzzano dove possedevano un terreno e degli animali. Erano appena arrivati e avevano spento il motore della macchina quando alle loro spalle cominciarono a partire i colpi di lupara che polverizzarono il lunotto posteriore.

Paolo, che era seduto sul sedile posteriore, fu colpito immediatamente e morì. Pasquale e il figlio maggiore scesero dalla macchina e cercarono di fuggire. Il ragazzo rimase ferito, mentre Pasquale fu raggiunto e ucciso. Il duplice omicidio riaprì la faida di Motticella che lasciò sul campo numerose vittime.

Il 3 novembre del 2020 a Casalnuovo (NA) venne ucciso il 19enne Simone Frascogna.

Fu accoltellato perché stava avendo la meglio in una colluttazione contro alcuni ragazzi che avevano causato la lite, sfociata in omicidio per futili motivi.

Simone si trovava a bordo di un'auto con un amico 18enne quando un'altra vettura incominciò a inseguirli. Successivamente, le tre persone che viaggiavano su quest'auto aggredirono i due ragazzi con un'arma da taglio. Simone venne colpito da nove fendenti al torace, mentre il suo amico venne ferito da due coltellate al fianco.

I due giovani vennero trasportati al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Napoli. Simone morì in ospedale, il suo amico venne curato e dimesso. Dalle prime ricostruzioni emerse lo spirito nobile di Simone Frascogna che morì per aiutare e soccorrere l'amico Luigi, vittima del branco, prima ferito e poi salvato dall'intervento di Simone. Il 15 luglio 2021 uno degli assassini è stato condannato a 30 anni di reclusione. Il successivo 8 settembre il giudice per le udienze preliminari del Tribunale dei minori condannò rispettivamente a 10 e 7 anni di reclusione gli altri due minori.

Nel settembre del 2022 la sentenza di Appello ha ridotto di tre anni la condanna per l'assassino. 

Il secondo grado di giudizio della quinta sezione della corte d'Assise d'Appello ha parzialmente riformato la condanna, riducendola a 27 anni.

Il 4 novembre del 1973 ad Afragola venne ferito a morte il piccolo Alfredo Manzoni, di soli 7 anni.

Fu ferito accidentalmente in maniera grave nel corso di un regolamento di conti tra cosche rivali. Venne raggiunto da un proiettile vagante nel corso dell’esecuzione di un imprenditore edile legato alla camorra e gli fu lesionata la colonna vertebrale. Dopo due anni di cura in un ospedale di Ariccia, il piccolo, condannato a restare paralizzato per il resto dei suoi giorni, si spense per sopravvenute complicazioni.

Nella palazzina in cui abitava il costruttore viveva anche una zia di Alfredo e quel giorno il bambino era in visita dalla zia insieme ai genitori. Dinanzi alla palazzina di via Ciampa, arrivò una Opel guidata dal figlio del costruttore. Di fianco a lui, sul sediolino passeggeri, c'era un suo amico, mentre il costruttore era seduto dietro. La Opel si fermò proprio davanti alla palazzina. Mentre i tre scendevano dall'auto, alle spalle arrivò a gran velocità una Giulia scura dal cui finestrino sbucarono le canne di due pistole. I killer iniziarono a sparare e in un momento cadde a terra il costruttore. Il piccolo Alfredo era di spalle quando gli assassini spararono e un proiettile gli si conficcò nella schiena. Mori il 28 maggio 1975 a Velletri al termine di una lunga agonia.

Il 5 novembre 2011 venne ucciso a Santa Maria La Carità (NA) Carlo Cannavacciuolo, aspirante veterinario di 27 anni.

Al rientro dai festeggiamenti per il suo onomastico, mentre era fermo in auto con la sua fidanzata, subì un tentativo di rapina. Durante il tentativo di fuga per proteggere la sua fidanzata, venne raggiunto da due proiettili, di cui uno al cuore.

Prima di rientrare a casa decise di fermarsi con la sua fidanzata in via Ponticelli. Mentre erano fermi in auto, due banditi con il volto coperto e armati di pistola si avvicinarono alla vettura e uno dei due infranse il finestrino con il braccio. Il gesto violento e inaspettato provocò la reazione istintiva di Carlo, che tentò di fuggire inserendo la retromarcia. A quel punto uno dei rapinatori fece fuoco, ferendo mortalmente il giovane. Un proiettile lo colpì’ al braccio e l'altro al cuore.

Carlo aveva 27 anni ed era un giovane veterinario. 

Violante Petrucci, 27 anni, muratore, e Ciro Afeltra, 30 anni, entrambi di Pimonte, inchiodati dalle prove raccolte dai carabinieri, confessarono l'accaduto. Petrucci aveva ucciso Carlo esplodendo due colpi di pistola. 

Il processo di primo grado si chiuse con la condanna all'ergastolo per Petrucci e Afeltra, accogliendo la richiesta del PM Raffaele Marino della Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Il 14 gennaio 2015 furono confermati in Appello i due ergastoli agli assassini di Carlo. Nel marzo 2016 la Corte di Cassazione rese definitivo l'ergastolo per i due killer del giovane di Santa Maria la Carità.

Il 6 novembre del 1989 a Grumo Nevano l’imprenditore Pasquale Miele fu trucidato con un colpo di fucile per essersi rifiutato di pagare il racket. Aveva soltanto 28 anni quando divenne l’ennesima vittima innocente della camorra.

Pasquale era un giovane imprenditore emergente, insieme al padre Tammaro e ai due fratelli Giuseppe e Rosa, gestiva un piccolo laboratorio di abbigliamento situato accanto alla sua abitazione, nel paese di Grumo Nevano in provincia di Napoli.

Un colpo di fucile a canne mozze lo raggiunse mentre era affacciato da una finestra di casa. A sparare fu una banda criminale che aveva avuto l’ordine di intimidire la famiglia Miele perché non pagava il pizzo, perché non era scesa a compromessi con la camorra.

Pasquale era fidanzato e il matrimonio era già stato fissato per sette mesi dopo.

Le indagini furono subito puntate sul mondo del racket e per gli inquirenti ci furono pochi dubbi: l'esecuzione era stata compiuta da una banda che aveva l'ordine di intimidire la famiglia Miele.

A oggi ancora alcuna verità giudiziaria sull'omicidio di Pasquale.

Il 6 novembre del 2004 venne ucciso a Scampia (NA) Antonio Landieri, 25 anni.

A causa di complicazioni dovute al parto, era stato colpito alla nascita da una paralisi infantile che gli aveva procurato numerose difficoltà motorie. Venne ucciso dalla Camorra con due proiettili alla schiena in un agguato nel rione “Sette Palazzi” dove abitava, durante la prima faida di Scampia. È stata la prima persona con disabilità, vittima innocente, uccisa dai clan. 

Fu scambiato, insieme ai suoi cinque amici, per un gruppo di spacciatori del rione. I suoi compagni furono tutti feriti alle gambe, mentre Antonio, a causa della sua difficoltà motoria fu l’unico a non poter scappare e per tale ragione fu raggiunto dai sicari.

Ci sono voluti dieci anni per ristabilire la verità.

Nel settembre del 2015 Gennaro Notturno, esponente di spicco del gruppo scissionista, decise di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni fornirono agli inquirenti una serie di elementi fondamentali per ricostruire l’accaduto. Così, il 23 gennaio del 2016, scattarono gli arresti per cinque esponenti del clan di camorra: tra questi il mandante della spedizione di morte ai Sette Palazzi e gli esecutori materiali. Nell’ottobre del 2018, il processo di primo grado si è concluso con la condanna all’ergastolo per due esponenti del clan, mentre diciassette anni di reclusione sono stati comminati per un componente del commando e per il collaboratore di giustizia. 

La Corte Suprema di Cassazione ha confermato tutte le condanne.

Il 7 novembre del 1980 il politico Domenico Beneventano, detto Mimmo, divenne vittima innocente della camorra.

Era di origini lucane ma si trasferì adolescente con la famiglia a Ottaviano. Era laureato in Medicina e specializzato in Chirurgia e lavorava presso l'ospedale San Gennaro di Napoli.

All'attività professionale aveva sempre associato l'impegno politico: venne eletto consigliere comunale ad Ottaviano nelle liste del PCI per due volte consecutive, nel 1975 e nel 1980. Al centro del suo impegno politico la lotta alla camorra e alle sue infiltrazioni nelle amministrazioni locali, negli anni in cui Ottaviano era il feudo indiscusso di Raffaele Cutolo e della sua NCO.

Le sue denunce e la sua intransigenza ne fecero un personaggio scomodo, così la mattina del 7 novembre 1980 venne ucciso in un agguato camorristico proprio mentre stava uscendo di casa per recarsi a lavoro in ospedale. Fu sepolto a Sasso di Castalda.

Per Domenico Beneventano non c’è mai stata vera giustizia. 

L’8 novembre del 1997 il piccolo Silvestro Delle Cave scomparve nel nulla. 

Aveva 9 anni e viveva a Roccarainola, un piccolo centro abitato tra Napoli e Avellino.

Silvestro era solito giocare presso il rione popolare delle case Gescal e con i suoi amici si divertiva a fare gli scherzi suonando suonare ai campanelli dei palazzi per poi scappare via.

Tra i tanti campanelli suonati per gioco anche quello di Andrea Allocca, un anziano pensionato settantenne che, furioso per lo scherzo subito, scese in strada a sbraitare. L’anziano così raggiunse il gruppetto di amici ed inveì con parole e gesti. Silvestro spaventato si paralizzò e cominciò a piangere. Allocca, per calmare il piccolo, lo invitò a salire a casa. Da quel momento iniziarono gli abusi che Allocca, il genero Gregorio Sommese di 43 anni e il cognato di quest’ultimo Pio La Trocchia, perpetuano quasi quotidianamente nei confronti del piccolo Silvestro.

Il piccolo da quel giorno diventò abulico, perse la gioia di vivere. Silvestro non ce la faceva più e voleva raccontare tutto al suo papà così i tre orchi, per paura di essere scoperti, decisero di ucciderlo. Andrea Allocca con un bastone picchiò forte sulla testa di Silvestro ed insieme a Sommese fece pezzi il corpo del bimbo. Pio Trocchia ebbe invece il compito di trasportare con la sua Panda il corpo in un luogo isolato. In aperta campagna i tre pedofili e assassini diedero poi fuoco a quei poveri resti. 

Le ricerche del bambino partirono dalla Campania per toccare tutta l’Italia. I carabinieri intanto avevano messo sotto controllo i telefoni di Allocca e Sommese.

Una intercettazione portò all’arresto dei due pedofili. Poche ore dopo viene fermato anche Pio Trocchia. Le confessioni dei tre sono dettagliate e prive di emozioni. Per loro Silvestro non è un bambino ma un oggetto. 

Dopo 8 anni, il 12 aprile 2005, venne ritrovata una valigia con dentro i resti e alcuni oggetti, scarpette da tennis e frammenti di abiti, appartenuti al piccolo Silvestro.

Il 9 novembre del 1995 a Catania venne ucciso l’avvocato Serafino Famà, 57 anni.

Famà era un avvocato penalista che non considerava la sua funzione un semplice lavoro: era un professionista integerrimo che agiva a difesa della forma e delle regole, un uomo di Legge che si rifiutava di scendere a compromessi.

L’uccisione di Famà fu ordinata dal boss di mafia Giuseppe Di Giacomo dal carcere di Firenze in cui era detenuto, per ritorsione, in quanto l'intervento di Famà come penalista in un processo che lo vedeva imputato in prima persona, aveva condotto alla mancata testimonianza di un testimone considerato “chiave” da Di Giacomo e quindi causa diretta della irrealizzabilità della sua scarcerazione.

Il 10 novembre 1988 a Siracusa venne ucciso Carmelo Zaccariello, 23 anni.

Stava parlando con la fidanzata davanti al bar di cui il padre era il titolare, quando un commando formato da due giovani killer entrò in azione scaricando le loro pistole tra la gente presente, ferendo, in maniera anche grave, tre persone ed uccidendo, oltre a Carmelo, anche il vero obiettivo dell’aggressione.

Carmelo fu la vittima innocente della “strage del bar Moka”, in una guerra tra cosche rivali.

Si è dovuto attendere circa dieci anni di indagini “dovute” su Carmelo per avere la certezza che il giovane non aveva nulla a che fare con la malavita, con i suoi assassini, bestiali criminali. Dieci anni dopo il drammatico evento, la Prefettura di Siracusa ha emesso un documento dove si legge che «Carmelo Zaccarello è un giovane di ottima condotta morale e civile…vittima innocente di mafia.»

Il 10 novembre 1992 a Gela (CL) venne ucciso Gaetano Giordano, 55 anni. Si era ribellato al racket.

Terminato il servizio militare aprì un’attività di parrucchiere per uomo e poi con la moglie Franca consolidò l’attività economica trasformandola in negozi di profumeria.

Negli anni ’80-’90 Gela però era una polveriera: frequenti erano gli incendi e sparatorie fra clan rivali per la supremazia sul territorio. I commercianti della città per lo più si adeguavano a pagare il pizzo.

Quando nel 1989 Gaetano e Franca ricevettero la prima richiesta estorsiva, si recarono immediatamente dai Carabinieri a sporgere regolare denuncia. Passarono alcuni anni relativamente tranquilli, fin quando, il 10 novembre 1992, senza che nulla facesse presagire quanto poi successo, alle ore 20 Gaetano Giordano venne ucciso sotto casa, raggiunto da cinque colpi di pistola alla schiena. Con lui c’era anche il figlio Massimo, rimasto ferito nell’agguato.

Dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia si scoprì successivamente che l’uccisione di Gaetano fu decisa con un sorteggio, estraendo un biglietto con il suo nome tra altri 3-4 biglietti coi nomi di commercianti che come lui avevano denunciato gli estorsori.

L’uccisione di Gaetano Giordano doveva essere un monito per negozianti e imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo. Ma quell’omicidio sortì l’effetto opposto: la cittadinanza prese coscienza e i mafiosi ebbero sempre meno titolo sul territorio. Nel maggio 2005 fu istituita a Gela l’“Associazione Antiracket Gaetano Giordano”.

L’11 novembre 1986 a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta, venne ucciso il titolare di un bar, Gennaro Galano, 53 anni.

Con due colpi di pistola alla testa e al petto, un giovane killer assassinò il proprietario di uno dei bar più noti e frequentati: un personaggio noto non solo nel campo del commercio, ma anche in quello della politica. Era infatti il segretario della sezione Fuorigrotta della Democrazia cristiana e negli anni scorsi era stato anche candidato alle elezioni amministrative. Gennaro Galano, 53 anni, titolare insieme con il fratello dell’omonimo bar che si trovava all’angolo tra piazza San Vitale e Viale Augusto, fu colpito da distanza molto ravvicinata.

Deciso a non piegarsi al racket della camorra, fu assassinato all'uscita del suo bar mentre si trovava in compagnia della figlia. Erano passate da poco le 14 quando un giovane sui venti anni, di media statura e con un giubbotto nero, gli si piazzò davanti. Senza pronunciare una parola gli puntò contro la pistola e sparò due volte. Due proiettili mortali. Il commerciante morì mentre lo portavano all' ospedale San Paolo.

Lo Stato ha onorato il sacrificio di Serafino Famà con il riconoscimento concesso dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99 a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo.

Il 12 novembre del 2000 a Pollena Trocchia (NA) venne uccisa durante una sparatoria la piccola Valentina Terracciano, una bimba di soli 2 anni.

Fu uccisa mentre si trovava nel negozio dello zio. Con lei anche la madre e il padre i quali restarono lievemente feriti.

L'obiettivo dell'agguato di camorra era il fratellastro dello zio, ma l'impossibilità di trovare l'uomo predestinato spinse i sicari a colpire un suo congiunto, lo zio di Valentina appunto, compiendo cosi una “vendetta trasversale”. 

La bambina venne colpita da diverse pallottole alla testa e morì dopo un giorno di agonia all'ospedale. I killer di Valentina furono oggetto, alcuni giorni dopo il delitto, di un'esecuzione propagandistica a Cerveteri, nel Lazio, ordinata dalla stessa malavita.

Per chi ancora si ostina a dire che la camorra non uccide donne e bambini. Per chi ancora crede che le punizioni per tali delitti non siano solo propaganda per salvare la faccia, una faccia sporca di sangue. Non credete più alle favole, quelle raccontate per dipingere diversamente da come è in realtà un mondo che è soltanto lerciume. Non siete più bambini. Lo erano quelle vittime innocenti e lo saranno per sempre.

Il 13 novembre 2009 ad Ercolano venne ucciso Salvatore Barbaro, 29 anni.

Fu ucciso in un agguato per uno scambio di persona.

Si divertiva cantando canzoni neomelodiche nei locali del Vesuviano in modo da poter incrementare i propri guadagni, derivanti dal lavoro di salumiere, per aiutare la famiglia. Quel giorno era a bordo della sua auto nei pressi degli scavi archeologici di Ercolano, in provincia di Napoli, quando fu colpito da una scarica di proiettili: i killer lo avevano scambiato per il reale obiettivo dell’agguato perché aveva una macchina uguale a quella della vittima designata.

Il giorno 8 dicembre 2016 venne condannato a trent'anni di carcere un uomo, ritenuto il killer del giovane cantante neomelodico "Salvio". La condanna per uno dei componenti del gruppo di fuoco di un clan arrivò ad opera del Gip del Tribunale di Napoli, Rosa De Ruggiero, che giudicò con rito abbreviato il ras.

Il  giovane cantante fu una vittima innocente della guerra di camorra tra i due clan rivali in città: gli Ascione-Papale e i Birra-Iacomino. Una guerra combattuta per il controllo non solo di Ercolano ma anche di alcune zone di Torre del Greco. L'alleanza dei Birra con il clan Gionta di Torre Annunziata aveva infatti come obiettivo ultimo la costituzione di un unico ponte camorristico che controllasse tutta la costa. In questa scia di sangue rimase coinvolto anche Salvatore Barbaro, giovane musicista del posto.

Il 13 settembre 2017 furono chiesti tre ergastoli per i presunti killer di Salvatore Barbaro.  Il pm - come riporta il "Roma" - chiese il massimo della pena.

Il 21 dicembre 2017 la quarta sezione della Corte d'Assise di Napoli condannò all'ergastolo in primo grado i tre presunti mandanti ed esecutori dell'omicidio di Salvatore Barbaro.

Nel 2019 la Corte di Assise di Appello di Napoli terza sezione, confemò l'ergastolo per il mandante e l'esecutore dell'omicidio di Salvatore e assolse, a parziale riforma della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Napoli, un terzo imputato.

La camorra non uccide per errore. Uccide e basta.

Il 14 novembre a 2010 Palmi (RC) venne ucciso per errore Martino Luverà, operaio di 33 anni. 

Fu ucciso mentre stava rincasando. Era sulla linea di fuoco del vero obiettivo.

Martino Luverà, operaio 33enne originario di San Martino di Taurianova, ma da tempo residente in provincia di Imperia, andò incontro, suo malgrado, all’appuntamento con la morte. Mentre stava rincasando nell’abitazione di alcuni parenti, presso i quali stava trascorrendo un periodo di vacanza, si venne a trovare sulla linea di fuoco di un raid punitivo nei confronti dell’avvocato Francesco Nizzari, il vero obiettivo.

Ad oggi l’assassinio di Martino non ha un colpevole. Il presunto killer è stato scagionato dalle accuse.

Il 15 novembre del 1995 a Somma Vesuviana venne ucciso il piccolo Gioacchino Costanzo, aveva solo due anni.

Quel giorno Gioacchino si trovava con Giuseppe Averaimo, pluripregiudicato legato alla camorra, compagno della nonna, Rosa Esposito, secondo gli inquirenti dell’epoca “una femmina d’onore, una dura abituata a convivere con ambienti inquinati dove l’illecito è la costante”.

Quel giorno sua madre, Maria Prosperi, lo aveva affidato a lei perché in casa avevano dei lavori di ristrutturazione. La nonna lo aveva affidato al compagno che, con la sua Station Wagon, si era diretto a Somma Vesuviana, all’angolo tra via San Sossio e via Annunziata, per vendere sigarette di contrabbando.

Gioacchino stava in braccio ad Averaimo, giocando con alcuni pacchetti di sigarette, quando verso le 10:30 un’auto si affiancò alla loro e quattro killer spararono all’impazzata, per poi scaraventare Averaimo giù dalla macchina e finirlo con altri due colpi di pistola alla testa. Uno di quei proiettili iniziali colpì Gioacchino alla guancia e si fermò al cervello, uccidendolo all’istante.

Averaimo era solito girare spesso con il bimbo, convinto che i rivali non avrebbero mai messo in percolo la sua vita. Così non fu e la scellerata quanto vigliacca scelta determinò la morte del piccolo nell'agguato in cui lo stesso pregiudicato è stato ucciso.

Per l'omicidio di Gioacchino furono condannati come mandanti i fratelli Giuseppe, Saverio e Salvatore Castaldo, coinvolti anche nell'omicidio cinque anni più tardi di Valentina Terracciano, altra bambina di due anni vittima collaterale di un agguato di camorra.  Dopo quell'episodio i tre boss decisero di collaborare con la giustizia.

Il 16 novembre 1989 avvenne l’incidente ferroviario di Crotone in cui persero la vita 12 persone. 

Alle ore 13:20, il treno locale, proveniente da Cariati si scontrò, dopo essere indebitamente partito dalla stazione di Crotone, con il treno proveniente da Catanzaro. L'urto fu violentissimo in quanto entrambi i treni viaggiavano a velocità prossime ai 100 km/h. Le automotrici in seguito all'impatto si rovesciarono nella scarpata laterale, mentre il locomotore Diesel si sfasciò, soprattutto nella parte anteriore.

I vigili del fuoco accorsero da Crotone e da Catanzaro e lavorarono per ore tra le lamiere per estrarre i corpi delle vittime. 

Errori umani, guasti ai sistemi di controllo e sicurezza, regime di circolazione degradato. Le cronache dell'epoca raccontano anche di episodi agghiaccianti: uno su tutti, il capostazione che appena si accorse che il treno era partito, cercò addirittura di fermarlo rincorrendolo, senza riuscirvi.

Nello scontro persero la vita 12 persone tra viaggiatori e personale delle ferrovie: Carmelina Pistoia, Delia Sozzi, Antonella Serventi, Rosanna Perri, Rita Angela Geracitano, Loredana Gentile, Emma Gagliardi, Franca Cefalà, Mirella Cavalli, Antonio Sorrenti, Angelo Giuffrè, Salvatore Bruno. Il 16 novembre 2016 una targa venne posta a memoria nella piazza antistante la stazione di Crotone.

Il 17 novembre del 1981 a Villa Literno venne trovato nelle campagne il corpo senza vita di Michele Borriello, 24 anni.

Venne ucciso in un agguato teso da un boss perché testimone scomodo di un omicidio di camorra. Molto probabilmente si trovava nelle campagne di Villa Literno per una gara di tiro a piattello. Colpito alle spalle, mori’ dissanguato. Lascio’ la moglie e due bambine piccole.

Le indagini ruotarono intorno alla faida interna a un clan della zona.

I carabinieri della campagna di Aversa, agli ordini del capitano Pietro Mazzone, ricostruirono la dinamica del delitto. Gli assassini, molto probabilmente quattro, si sarebbero nascosti nella cunetta dell'alveo Divino Amore nei pressi del piccolo ponte che portava nel fondo Marchesa I, dove appunto si trovava la fattoria del Terracciano.

Nel mirino dei killer c'era sicuramente Raffaele Terracciano, mentre Michele Borriello venne colpito perché ritenuto un testimone scomodo. Michele Borriello è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.

Il 18 novembre del 1994 a Taranto venne ucciso durante un attentato mafioso l’agente di polizia penitenziaria Carmelo Magli, 24 anni.

La notte dell’attentato in cui perse la vita, stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro al penitenziario catanese. A pochi chilometri da casa fu affiancato da una moto di grossa cilindrata con a bordo dei sicari e fu trucidato da colpi d’arma da fuoco. Il veicolo finì fuori strada e venne ritrovato il giorno seguente. Il movente dell’omicidio fu quello di lanciare un messaggio a tutto il corpo di polizia penitenziaria in vista del processo Ellesponto alla criminalità organizzata pugliese.

I responsabili dell’omicidio furono condannati dalla Corte d’Assise di Lecce che comminò tre ergastoli.

Il 19 novembre del 1996 venne ucciso a Gragnano l’imprenditore caseario Michele Cavaliere.

Venne colpito quella mattina mentre si recava al suo caseificio. Due killer fecero fuoco alle 4:10 del mattino. Michele fu trasportato all’ospedale in cui morì il successivo 12 dicembre. Il movente apparve subito chiaro agli inquirenti: Cavaliere si era rifiutato categoricamente di pagare il pizzo ai suoi estorsori.

Si era ribellato a un esponente della malavita organizzata che, tramite due emissari, gli aveva chiesto una tangente. Presentò denuncia. Pagò con la vita il suo coraggio. 

Per il suo assassinio fu condannato all'ergastolo un boss di Gragnano, ritenuto uno dei due esecutori materiali. Ad incastrarlo i bossoli della pistola ritrovati sul luogo del delitto: la perizia balistica ha consentito di accertare che quel proiettile partì dalla pistola sequestrata all'uomo un anno prima, quando fu arrestato nel suo covo di Gragnano. L'ordine di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario, firmato dai pubblici ministeri di Torre Annunziata Ciro Cascone e Andrea Nocera, fu consegnato al boss in cella, nel penitenziario de L’Aquila, dov'era all'epoca rinchiuso.

Il 21 novembre la 21enne Gelsomina Verde divenne, in modo barbaro ed atroce, una vittima innocente della camorra.

Fu torturata e uccisa nel pieno della cosiddetta prima faida di Scampia. Dopo le sevizie il corpo venne dato alle fiamme all'interno della sua auto.

Si ipotizzo’  che il cadavere della giovane donna, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, fosse stato bruciato per nascondere le tracce dello scempio inflittole.

Gelsomina era del tutto estranea agli ambienti criminali. La ragazza lavorava infatti come operaia in una fabbrica di pelletteria e nel tempo libero si occupava di volontariato: la sua unica "colpa" era quella di essere stata legata sentimentalmente per un breve periodo a un ragazzo, Gennaro Notturno, entrato in seguito a far parte del cosiddetto cartello degli scissionisti di Secondigliano; tale relazione si era peraltro conclusa diversi mesi prima del suo barbaro assassinio.

La famiglia di Gelsomina si costituì parte civile nel procedimento penale che si concluse il 4 aprile 2006 con la condanna all'ergastolo per Ugo De Lucia, considerato uno dei più efferati sicari del clan Di Lauro nonché l'esecutore materiale dell'omicidio, e la condanna a sette anni e quattro mesi per il boss Pietro Esposito.

A 19 anni da quel brutale omicidio, sono stati arrestati anche Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi.

C’è chi ancora ha il coraggio di dire che la camorra non ammazza donne e bambini? Credete a quel che vedete, non a quello che vi propina la cultura malata della malavita.

Il 22 novembre 1920 a Borgetto (PA) vennero uccisi Bernardo Taormina e Francesco Macaluso.

Il giovane Bernardo Taormina, professore d’italiano mutilato, tornato a casa dopo tanti anni di guerra, strinse amicizia con un certo Francesco Macaluso, giovane maestro di musica che aveva deciso di candidarsi a sindaco di Borgetto e mettersi contro i mafiosi che comandavano in paese.

Il padre di Taormina avvertiva spesso il figlio di lasciar perdere l’amicizia con Macaluso in quanto malvisto in paese e potenziale obiettivo dei mafiosi. 

Quel giorno mentre passeggiavano vicino la via Barretta traversa del corso Roma a Borgetto, due mafiosi con la pistola gli spararono. Francesco morì sul colpo mentre Bernardo, ferito solo da un proiettile, perché l’altro aveva preso l’orologio nel taschino, fu caricato sopra il camion e trasportato all’ospedale San Saverio di Palermo.

Durante il tragitto suo padre gli chiedeva: “Chi è stato figlio mio, dimmi chi ti ha sparato” e lui facendogli un sorriso rispondeva: “Perdonami padre mio non è per omertà, ma ti voglio proteggere, non posso permettere che i miei fratelli rimangano dopo di me anche senza di te, spero solo che un giorno le cose a Borgetto possano cambiare e le persone comincino a ribellarsi e denunciare”. (Tratto da Telejato.globalist.it)

Vittime innocenti, Bernardo e Francesco, il cui ricordo è stato accantonato in soffitta. Ma la polvere e le ragnatele non cancellano non posso nascondere per sempre l’ingiustizia e il loro coraggio.

Il 23 novembre 1996 a Torre Annunziata fu assassinato l’imprenditore 35enne Raffaele Pastore mentre era al lavoro nel suo negozio di mangime per animali sito in via Carminiello. Alle 18:30 entrarono due sicari che spararono 10 colpi con una pistola calibro 7,65 mettendone a segno otto. Oltre all'imprenditore, fu ferita anche la madre di quest'ultimo, Antonietta Auricchio di 66 anni, presente all'interno dell'attività commerciale. I due malcapitati furono soccorsi e trasportati all'ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia, ma Raffaele Pastore morì poco dopo il ricovero. Lasciò la moglie Beatrice Federico e due figli in tenera età.

I sicari scapparono senza lasciare traccia. Due anni prima di essere ucciso, Pastore aveva subito un'estorsione di 50 milioni di lire da parte degli uomini del clan Gallo-Cavalieri, ma si rifiutò di pagare denunciando i suoi aguzzini. Sulla base degli indizi raccolti fu arrestato un componente del clan. Gli investigatori ipotizzarono che Pastore fu probabilmente oggetto di pressioni da parte del clan criminale affinché egli ritirasse la denuncia. 

Il 24 novembre del 2009 fu uccisa  Lea Garofalo, testimone di giustizia italiana,

Lea a quattordici anni Lea si innamorò del diciassettenne Carlo Cosco e decise di stabilirsi con lui a Milano, ignara del fatto che lui l’avesse scelta come compagna solo per acquisire maggior prestigio agli occhi della 'ndrina dei Garofalo. Così il 7 maggio 1996, quando il compagno e alcuni componenti della sua famiglia vennero arrestati per traffico di stupefacenti, durante un colloquio in carcere, la ragazza comunicò al compagno la volontà di lasciarlo e di volersi portare via la figlia. 

Da allora madre e figlia furono nel mirino dei Cosco e così Lea decise di rivolgersi ai Carabinieri e di raccontare tutto. Per le sue dichiarazioni, la giovane donna e la figlia vennero inserite, con false generalità, nel programma di protezione.

La vendetta arrivò comunque.  Mamma e figlia il 20 novembre del 2009 presero il treno che le avrebbe portate nel capoluogo lombardo. Fu lo stesso Carlo Cosco ad invitarle. Si trattava di una trappola.

Nel pomeriggio del 24 novembre, Lea e Denise decisero di concedersi una passeggiata per Milano, in zona Arco della Pace. Alle 18.15 circa, Carlo Cosco le raggiunse, prendendo la figlia e accompagnandola a casa del fratello Giuseppe Cosco, per farla cenare e poi salutare i suoi zii e i suoi cugini. Poi l'uomo fece ritorno all'Arco della Pace, dove aveva appuntamento con Lea. L'omicidio si consumò intorno alle 19.10, in un appartamento di piazza Prealpi 2 a Milano, di proprietà della nonna di un amico dei Cosco. Il corpo di Lea Garofalo venne poi trasportato su un terreno a San Fruttuoso e lì distrutto.

I processi per l'omicidio di Lea Garofalo iniziarono grazie a sua figlia Denise diventata anch’essa testimone di giustizia. 

Il 18 ottobre 2010 scattarono le manette per Carlo Cosco e per gli altri presunti partecipanti al delitto.

Il 18 dicembre 2014, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato le condanne emesse dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano a carico dei cinque imputati. Ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, mentre l’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino, è stato condannato a 25 anni, in ragione dello sconto di pena per la sua collaborazione.

Il 26 novembre del 1990 a San Ferdinando (RC) venne ucciso il commercialista 42enne Ferdinando Barbalace. Rientrando a casa dopo un sopralluogo con un cliente, si era fermato, sulla strada che collega Rosarno a Gioia Tauro, nei pressi di San Ferdinando, quando all'altezza di una curva a gomito si accorse di un’auto ferma sulla carreggiata. Pensò subito ad un incidente e corse a prestare soccorso. Ma lo scenario era ben diverso. I killer appostati per uccidere Rocco Tripodi, pregiudicato, appena assassinato, non gli lasciarono neanche il tempo di girare le spalle che venne ucciso a sua volta per non lasciare testimoni dell’accaduto.

Almeno tre persone, nascoste dietro una siepe, aprirono il fuoco con fucili calibro 12 caricati a lupara. Per Tripodi fu la fine: i pallettoni lo centrarono alla nuca e i killer lo infierirono con un colpo di lupara ai genitali. Un macabro segnale nella simbologia mafiosa. Passarono alcuni minuti e sopraggiunse Barbalace. La macchina di Tripodi era fuori strada e il commercialista pensò ad un incidente. Si fermò, tirò anche il freno a mano della 205 e si apprestò a soccorrere il suo cliente. Ma fu un attimo: dalla siepe spuntarono i killer, che non ebbero neanche il tempo di fuggire, e spararono ancora. Barbalace morì all’istante.

Barbalace era conosciuto come un onesto lavoratore, sposato e padre di due bambini, in passato anche candidato in consiglio comunale, famiglia di professionisti stimati in paese. 

Il 27 novembre del 2007 a San Giorgio a Cremano (NA) venne ucciso il 25enne Umberto Improta.

Venne colpito da un proiettile vagante mentre stava uscendo dal Caffè del Presidente. Umberto fu coinvolto in una rissa sebbene fosse completamente estraneo alle dinamiche del fatto. A dover essere colpito era un altro Umberto che aveva osato schiaffeggiare Luigi di Sarno, rampollo della famiglia di Ponticelli. I tre ragazzi che parteciparono alla sparatoria si presentarono poi al commissariato di Ponticelli, accompagnati dai loro avvocati.

Gli avvocati dimostrarono che quella sera i due spararono non per uccidere, ma per intimidire un gruppo di giovani con cui avevano litigato, ottenendo così il riconoscimento del "concorso anomalo".

Il 28 novembre 1946, Giuditta Levato, contadina di 31 anni, fu uccisa a Calabricata (CZ). Giuditta si era iscritta al Partito Comunista italiano nel 1944 e lottava per il rispetto dei decreti Gullo sull’assegnazione delle terre incolte ai contadini. Riuscì a far aprire anche una sezione di partito nel suo piccolo paese.

Era madre di due figli e incinta del terzo, quando il 28 novembre, i grandi proprietari terrieri decisero di far pascolare le proprie mandrie sui terreni coltivati dai contadini. Giuditta e altri si recarono sul feudo per difendere la propria terra: fu lì che venne uccisa, incinta di pochi mesi, da un colpo di fucile sparato all’altezza dell’addome. Il suo delitto resta impunito.

Il 28 novembre 1949 i carabinieri Francesco Butifar e Salvatore Messina vennero uccisi a Bagheria (PA). Il 28 novembre, il Maresciallo Capo, Salvatore Messina, e l’Appuntato Francesco Butifar, si erano recati per un sopralluogo in una stalla per ricercare un carro agricolo oggetto di furto. Lì trovarono un gruppo di criminali con i quali nacque uno scontro a fuoco nel quale persero la vita entrambi i carabinieri.

Il 29 novembre 1996 a Palizzi (RC) Antonino Moio e Celestino Fava furono trucidati senza pietà.

Antonino (Nino) Moio, 27 anni, era un contadino e ogni giorno andava ad accudire gli animali in contrada Guni. Quella mattina cercava compagnia, suonò quindi a casa Fava e chiese di Antonino. Il ragazzo non c’era ma trovò Celestino, il fratello gemello, che si offrì di accompagnarlo.

Celestino Fava era uno studente universitario impegnato nel volontariato. Aveva 22 anni. 

Antonino Moio era la vittima designata di una vendetta trasversale e, secondo gli inquirenti, Celestino sarebbe stato eliminato proprio perché testimone oculare dell’agguato. Si trovarono sotto il fuoco incrociato di lupare, in aperta campagna, mentre raccoglievano legna. 

In quei giorni la Locride reagì con gli studenti a scioperare e a scendere in piazza. Poi il silenzio. Sulla morte dei due nulla si è mai saputo. Solo ipotesi: Celestino è stato di certo ucciso perché testimone oculare dell’agguato, che aveva Nino come bersaglio, probabilmente una vendetta trasversale.

Le famiglie attendono ancora giustizia.

Il 30 novembre del 2006 a Giugliano (NA) venne ucciso Antonio Palumbo, 63 anni.

Era il custode della scuola primaria di Giugliano. Quella sera si trovava nella tabaccheria del paese in via degli Innamorati quando, alle 19:40, fu ucciso da un proiettile sparato da uno dei rapinatori che entrarono nella tabaccheria subito dopo di lui.

Tre i rapinatori: uno fuori a fare il palo e due nel negozio a volto coperto.  Palumbo reagì alla rapina e così dalla colluttazione si arrivò alla sparatoria. I malviventi, dopo aver esploso diversi colpi di arma da fuoco, fuggirono a bordo di due moto facendo perdere ogni traccia.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

 

Nuovo Monitore Napoletano N.204

Dicembre 2025

 

 

 

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Vittime innocenti. Dicembre 1920-2017

 

 

Con questo numero di chiusura anno rivolgiamo un sentito grazie al nostro assiduo collaboratore dott. Alberto Dolara (medico-cardiochirurgo) che ci ha lasciati il 5.12.2025. Esprimiamo la nostra  sincera vicinanza alla famiglia che, con noi ha voluto fosse ricordato con le stesse parole che, nel suo ultimo giorno di vita, ci ha lasciato in un appunto sulla sua scrivania:

 

Se muoio sopravvivimi con tanta

Forza pura da risvegliare la furia

Del pallido e del freddo […]

Non voglio che muoia la mia

Eredità di allegria

Pablo Neruda

Cento sonetti d’amore

Buon viaggio dottor Alberto, sarai per sempre con tutti noi. Domani ci rivedremo ancora. Grazie di tutto.

Antonella Orefice e la Redazione del Nuovo Monitore Napoletano

 

 

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