Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Axel Honneth e il lavoratore sovrano

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Axel Honneth è il teorico della cosiddetta lotta per il riconoscimento, esponente della terza generazione della Scuola di Francoforte.

Nel suo ultimo saggio intitolato Il lavoratore sovrano: Lavoro e cittadinanza democratica (2025) sono stati sintetizzati gli ultimi studi del filosofo che ruotano intorno al complicato rapporto tra democrazia e lavoro.

Come ha scritto lo stesso autore nella premessa, in origine il testo era stato redatto in occasione di tre serate di lettura alla Walter Benjamin Lectures, che si sono svolte a Berlino nel mese di giugno del 2021. 

La tesi di Honneth ruota intorno al sillogismo in cui uno Stato democratico moderno può dirsi tale solamente se esiste anche una politica del lavoro organizzata secondo una concezione democratica. Lavoro che deve essere quindi regolato da norme nei suoi rapporti di produzione e che deve anche riuscire ad influenzare la società stessa. Risulta evidente che Honneth, argomentando le sue tesi, parte dalle concezioni teoretiche dei suoi due capiscuola: Rawls e Habermas.

 

Il lavoratore per essere un pieno cittadino democratico del secondo millennio deve possedere tre requisiti, che si possono definire anche come tre archetipi normativi.

Il primo di questi è quello dell’alienazione, termine tra l’altro già ampiamente utilizzato nell'Ottocento dalla letteratura filosofica e economica: Hegel nella Filosofia del diritto coniò tale vocabolo in un'accezione semantica per spiegare il tipo di coercizione fisica e psicologica che provava il lavoratore salariato di fronte alla dura condizione di lavoro nelle fabbriche e alla loro dura disciplina. Locuzione che poi è stata ripresa da Marx nei Manoscritti economici filosofici in cui ne diede un nuovo significato rispetto a Hegel, dove il prodotto-merce non era più il frutto dell'intero processo produttivo del lavoratore in quanto parcellizzato.

Il lavoratore, non essendo più l'homo faber, era diventato semplicemente un mero strumento di una parte infinita del processo produttivo.

Ma Honneth, partendo dalla definizione che ne diede Marx, si pone due domande: «Che cosa si intende perdo di preciso per lavoro ricco e intenso o non alineato. Come viene giustificata numericamente la sua rivendicazione?» (p. 27).

Cercando di dare una risposta a questi due quesiti, il filosofo tedesco teorizza che il lavoro, per non essere alineante, deve possedere una caratteristica fondamentale, l'intrinsecità.

Questa caratteristica consta nel creare un valore sociale al lavoro all’interno della comunità, dove l’attività lavorativa non deve essere uno strumento solamente per il profitto economico di un solo soggetto, ma di cui ne deve trarre beneficio tutta la società, sia materialmente che intellettualmente.

 

Il secondo requisito richiesto da Honneth al lavoro è quello della individualità, che consiste nella piena autonomia intellettuale che deve possedere un lavoratore mentre esercita la sua attività. Inoltre, il lavoratore non deve essere sottoposto ad un potere di carattere arbitrario da parte del datore di lavoro. Il terzo e ultimo requisito, strettamente connesso ai primi due, è quello della democrazia.

Il lavoratore sovrano, parafrasando il titolo del saggio, per essere definito tale deve avere le caratteristiche intellettuali e pratiche che gli possono permettere di potersi autodeterminare dal punto di vista politico:

«Come il suffragio universale o anche una sfera pubblica integra, anche un'organizzazione sufficientemente buona del lavoro sociale è per questo paradigma un presupposto costitutivo, insostituibile dell'inclusione di ogni cittadino e cittadina dello Stato nella formazione democratica della volontà» (pp. 35-36).

In sintesi il lavoro non deve solamente ruotare intorno nella sua garanzia e su un reddito decoroso, ma deve avere anche una finalità sociale in cui lo stesso lavoratore può sviluppare una propria coscienza critica e determinarsi autonomamente come cittadino e come lavoratore.

Il doppio risultato che si potrebbe ottenere, attuando questi tre presupposti, sarebbe quello che il lavoratore porterebbe un valore aggiunto, tramite le proprie idee e i suoi sistemi di valori, all’organizzazione del processo produttivo al quale appartiene.

Per Honneth anche la tesi della divisione del lavoro sostenuta dall’assunto marxisa, ancora oggi preponderante nella concezione economico politica, deve essere ripensata in toto. Nel termine di lavoro non deve essere più inserito il significato di carattere solamente produttivo, cioè solamente funzionale alla creazione del valore individuale di un prodotto, ma vanno inserite anche quelle peculiarità che non producono un bene esclusivamente materiale. Due esempi di questa tipologia di lavoro citati sono il lavoro domestico non pagato e quello dell'assistenza alla persona.

Ma l'Autore non si fa illusioni sulla messa in atto delle proprie idee a causa di un contesto politico-economico globale attuale incerto, dove i nuovi rigurgiti autoritari e nazionalistici non fanno altro che produrre il ritorno di una politica economica di tipo mercantilista, alludendo alle politiche daziarie di Trump. Contingenze attuali che vanno quindi a dissipare qualsiasi anelito di riforma del lavoro, dato che per sussistere le tesi di Honneth è necessaria un'economia interconnessa e globalizzata. Honneth imputa la colpa di questa situazione anche alle istituzioni politiche dell’Occidente che ostacolano il processo di democratizzazione del lavoro.

Da queste accuse non sono esclusi neanche i partiti politici di sinistra e progressisti che hanno ormai abbandonato le tematiche del lavoro per quelle socio-culturali. Risulta evidente che per addurre tali concetti l'Autore riprende la sua teoria sul riconoscimento, inserendola in questo specifico contesto: dove i partiti politici tramite le nuove forme di comunicazione, come i social network e i media online, hanno spostato la loro attenzione sulle rimostranze di piccole minoranze sociali e culturali le quali non si sentono riconosciute da parte degli establishment politici ed economici dei loro rispettivi Stati. Questi conflitti che vengono definiti identitari hanno messo da una parte i diritti inerenti alla situazione del lavoro.

 

Lorenzo Bravi 

 

 

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