Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

America e Islam

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É inutile negare che l’elezione del 34enne Zohran Mamdani a sindaco di New York, peraltro ampiamente prevista dai sondaggi, rappresenta per gli Stati Uniti una svolta epocale.

I motivi sono molti. Mamdani è un musulmano praticante che s’identifica con l’ala più radicale del Partito democratico. Si definisce inoltre socialista, termine per lungo tempo tabù negli Usa, e poi sdoganato soprattutto dall’anziano senatore Bernie Sanders e da parlamentari quali Alexandra Ocasio-Cortez.

Qualcuno potrebbe obiettare che New York, la metropoli americana più famosa del pianeta, non rappresenta davvero gli Usa, che si identificano maggiormente con il Mid-West. New York resta tuttavia un centro economico e culturale di prima grandezza, sede di prestigiosi istituti universitari e culla di una cultura “liberal” assai diffusa nella East Coast.

Permane però un senso di smarrimento. Anche perché New York ospita una delle più grandi comunità ebraiche del pianeta, da sempre attivissima nella vita della città.

Ultimamente è cresciuta nel mondo studentesco, accademico e intellettuale americano l’ammirazione per Hamas, organizzazione che ha quale suo fine precipuo l’eliminazione di Israele dalle carte geografiche.

Si tratta di un fatto anomalo per gli Stati Uniti, da sempre alleati di ferro dello Stato ebraico, che hanno difeso e aiutato sin dalla sua fondazione.

Come se non bastasse è pure cresciuto il clima anti-ebraico diffuso nella grande maggioranza degli atenei Usa, dove agli studenti ebrei   viene spesso sconsigliato di frequentare le lezioni a causa delle minacce cui sono sottoposti.

Ebbene, durante la campagna elettorale Mamdani non ha mai condannato Hamas in modo esplicito e, al contrario, ha rivolto tutte le sue critiche a Israele, in piena sintonia con il movimento pro-Pal che domina soprattutto negli ambienti universitari. Su altri punti si è spostato al centro ritirando, per esempio, la proposta di tagliare i fondi alla polizia, e quella di non far pagare il biglietto della metropolitana. E, durante un comizio, gli è scappata la proposta del “passaggio dei mezzi di produzione allo stato”, vecchio slogan marxista.

 

Si tratta di idee piuttosto anomale per un uomo che si accinge a governare New York pur senza avere alcuna esperienza amministrativa. Il vincitore sarà ovviamente costretto a trattare con il governatore dello Stato, un democratico molto più moderato di lui, e anche con il governo federale, a nome del quale Donald Trump ha minacciato di tagliare i fondi alla Grande Mela.

Ma la vera cartina di tornasole sarà fornita proprio dai futuri rapporti con la comunità ebraica che, a causa delle sue dimensioni e della sua influenza non potrà essere ignorata.

Qualcuno ha ipotizzato che il nuovo sindaco seguirà la stessa traiettoria di Barack Obama, partito da posizioni di rottura per poi approdare al centro. L’ex presidente, però, non è musulmano e questo può fare la differenza.

Scontata la preoccupazione di Israele, che da anni vede crescere l’influenza islamica negli Usa anche grazie ai generosi finanziamenti a università e istituzioni culturali americani da parte di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti etc. Anche Israele dovrà per forza di cose tenere conto della nuova situazione venutasi a creare negli Stati Uniti, da sempre indispensabile supporter dello Stato ebraico.

 

Michele Marsonet

 

 

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