Inutile imporre limiti alla cultura russa
La guerra in Ucraina è riuscita a produrre, anche sul suolo italico, episodi di quella “cancel culture” che sta diventando dominante negli Usa e nel mondo anglosassone in generale. La crisi ucraina ha però indotto alcune personalità del mondo accademico a invocare una sorta di censura preventiva non solo nei confronti della Federazione Russa intesa come Paese, ma anche di alcuni grandi esponenti della cultura russa. Come se fossero in qualche modo corresponsabili delle azioni di Putin. All’Università di Milano Bicocca lo scrittore e traduttore Paolo Nori era stato invitato a tenere un corso su Fedor Dostoevskij. Per quanto possa suonare incredibile, è intervenuto il prorettore del suddetto ateneo che ha bloccato l’iniziativa con motivazioni risibili. Temevano, i responsabili di Milano Bicocca, che un corso sul grande scrittore (tra l’altro perseguitato a suo tempo dalle autorità zariste), “potrebbe generare forme di polemica, soprattutto interna, in questo momento di grande tensione”. Che cosa possano mai significare simili frasi scritte in tradizionale burocratese, e cosa c’entri Dostoevskij con l’invasione dell’Ucraina, lo sa soltanto il buon Dio. Dal canto suo Nori, allibito per motivi più che comprensibili, ha deciso di rinunciare affermando che chiederà di tenere le sue lezioni altrove.
C’è tuttavia un episodio ancora più recente. Il celebre direttore d’orchestra Valerij Gergiev si è visto annullare un concerto alla Reggia di Caserta perché non ha condannato l’invasione putiniana dell’Ucraina, e l’unico ad opporsi al veto rivolto al musicista russo è stato il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Chi scrive concorda con lui. C’è in questa vicenda una dose notevole di stupidità. Significa forse che, dopo l’attacco all’Ucraina, dovremmo rinunciare a parlare di tutti i giganti della letteratura russa, a cominciare da Lev Tolstoj per giungere ad autori più vicini nel tempo quali Vladimir Majakovskij e Boris Pasternak? Molti di loro, lo si rammenti, subirono persecuzioni da parte delle autorità sovietiche, proprio come Dostoevskij le subì da quelle zariste. E sarà pure proibito parlare di Aleksandr Solzenicyn, autore del celeberrimo “Arcipelago Gulag”? Lui pure, com’è noto, perseguitato dai vertici sovietici. La speranza, ovviamente, è che siano soltanto fuochi di paglia, e che la ragione torni a farsi valere in ambito accademico e altrove. I segnali, però, non sono affatto incoraggianti. A Genova un teatro ha annullato il “Festival internazionale di musica e letteratura russa”, che doveva tenersi per commemorare i 200 anni dalla nascita di Dostoevskij, ed episodi simili stanno spuntando come funghi ovunque nel nostro Paese. Al sindaco di Firenze hanno addirittura chiesto di abbattere una statua di Dostoevskij, richiesta per fortuna respinta al mittente. Sta prevalendo, insomma, un clima di grande follia, dove molti non si vergognano di identificare la grande cultura russa, che tanto ha dato all’Europa e all’intero mondo occidentale, con la tragica invasione dell’Ucraina. Si può solo sperare che l’Italia trovi in sé gli anticorpi per bloccare gli atteggiamenti isterici.
Michele Marsonet |
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Com’è noto, la stupidità umana non conosce confini.