Il reato di apologia mafiosa
“Santo subito”, “uomo d’onore”, “grande uomo”, “i suoi valori li ha portati fino alla morte”. Non sono frasi rivolte ad un benefattore, ma alcuni dei commenti che accompagnano un post su Facebook di un utente che mostra orgoglioso il suo omaggio alla tomba in cui è sepolto uno dei boss più potenti e sanguinari della storia della camorra: Raffaele Cutolo che diede vita alla NCO (nuova camorra organizzata) la cui guerra con i clan rivali confederatisi nella NF (nuova famiglia) guidata da Carmine Alfieri lasciò una lunga scia di sangue nelle strade di Napoli e provincia. Basti solo pensare come la parola “onore” sia stata trasfigurata. Normalmente la si utilizza per indicare una persona dagli alti valori morali, ma nella cultura camorrista, mafiosa in generale, per valori si intendono quelli legati al concetto di omertà.
Inneggiare a boss, criminali e alle organizzazioni mafiose in toto non è lesivo solo per l’immagine della società, ma soprattutto per il concetto di legalità e perché contribuisce a quell’eredità di disvalori, che vengono trasmessi di generazione in generazione, i quali modificano, come da decenni e decenni hanno modificato, stravolgendoli del tutto, gli usi e costumi delle popolazioni dei territori storicamente tenuti sotto controllo dalle mafie. Anche se non si diventa camorristi, mafiosi, ‘ndranghetisti, né magari si ha neanche simpatia per certe figure, è comunque molto probabile, lì dove manca la cultura e l’attenzione dello Stato, che ci sia attenga a quei disvalori tipici delle culture mafiose che poi portano a vivere in maniera errata e nociva per la società. Per questo la proposta di legge da me presentata, con l’introduzione del reato di apologia mafiosa, non è importante, ma fondamentale.
Francesco Emilio Borrelli |
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