Giustiniano Lebano, un uomo, un destino, un mondo a parte

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Circondata da una cinta muraria con un cancello sormontato dallo stemma ducale di una nobile casata, tra pini e cipressi secolari, c’è qualcosa che, nonostante l’incuria, ancora vive e si racconta: Villa Lebano.

Siamo a Trecase, un comune in provincia di Napoli.

Doveva essere splendida oltre un secolo fa, quando era abitata dalla famiglia di una persona famosa per gli studi intensi e l’eccellente carriera professionale. Ma poi il tempo ne ha distorto il ricordo: da famoso a famigerato.

Lo stregone, l’alchimista, il mago. È così che una diffusa diceria ha etichettato Giustiniano Lebano. Anni di studi e incommensurabili conoscenze sono finiti negli anfratti più bui, quelli dai quali rifugge la mente incapace di aprirsi al pensiero metafisico. Lo si evita come un morbo maligno, pericoloso e letale. Lo si deride con malcelato timore e due chiacchiere risolutive. Era uno stregone, un massone, uno strano, uno di cui è meglio non parlarne.

Tutto deve essere messo a tacere, tutto deve sparire. E tutto è sparito, dalla biblioteca ai cimeli lasciati in eredità al genero e poi sparpagliati tra mani private che gelosamente ne custodiscono i segreti.

Ma perché? Cosa aveva scoperto di così inquietante Giustiniano Lebano tanto da farsi tabù nella memoria del luogo?

Chi erano i suoi adepti e dove sono adesso? E perché nel varcare quel cancello qualcuno dice di avvertire energia negativa e sinistre leggende vogliono distogliere studiosi e curiosi dall’indagare più a fondo?

Tutto è stato inghiottito da un buco nero, non c’è nemmeno una tomba a ricordarlo. Quando morì il 23 novembre del 1910 fu sepolto nella Confraternita dei Nobili nel Cimitero di Torre Annunziata, ma poi i suoi resti sono misteriosamente spariti con tutta la toga. Forse sono stati trafugati in nome di una leggendaria Rosa Croce dell’eterno ritorno sotto altri nomi e in diverse reincarnazioni successive?

Non abbiamo risposte, né tantomeno la presunzione di formulare ipotesi. Ciò che resta da raccontare è il vissuto di un uomo che, nonostante la brillante carriera e le pregevoli opere, è stato impietosamente bistrattato per essere andato “oltre”, violando quei confini inaccessibili e temuti dalle menti “limitatamente razionali”.

Giustiniano Lebano era nato a Napoli il 14 maggio 1832 da una famiglia di nobili origini. Il padre Filippo aveva aderito alla Carboneria e più tardi anche Giustiniano, dopo aver conseguito le lauree in Lettere e in Giurisprudenza, seguì le orme del genitore aderendo alla Giovane Italia.

Repubblicano, antiborbonico e fermo oppositore del potere papale, per le sue idee finì presto tra i sospettati del regime. Per sfuggire alla cattura, con l’aiuto di un abate, si nascose nel monastero di San Giovanni a Carbonara, da lì più tardi riuscì a scappare alla volta del Piemonte e poi in Francia, a Parigi dove ebbe la possibilità di incontrare personaggi molto noti del tempo, tra cui l’esoterista Edward Lytton con cui trascorse molto tempo parlando di tarocchi e spiritismo.

Finita l’epoca borbonica, tornò a Napoli, riprese l’esercizio dell’avvocatura ed ottenne prestigiosi incarichi ministeriali volti al bene del popolo.

Nel 1863 sposò Virginia Bocchini, nipote di Domenico, noto maestro massone e alchimista che, alla sua morte, gli lasciò in eredità tutto il suo archivio oltre al pensiero e le teorie che Lebano accolse e proseguì.

In quegli anni di fine secolo lo spiritismo a Napoli era molto diffuso e veniva praticato da studiosi e gente facoltosa che accoglievano nei loro salotti medium di comprovata fama, come Eusapia Palladino i cui poteri (ma anche le sue truffe) erano noti in tutta Europa, tanto da interessare scienziati e futuri premi Nobel come Pierre e Marie Curie.

I giovani sposi Lebano dal centro storico di Napoli si trasferirono a vivere in una villa alle falde del Vesuvio, in una contrada chiamata Lava.

Erano anni difficili per Napoli e le province: imperversava il brigantaggio e il colera, due mali che misero a dura prova la vita della giovane coppia.

Per la sua vicinanza alla nuova politica italiana, Lebano fu più volte minacciato di morte dai briganti al soldo dei Borbone, cosa che lo costrinse a vivere sempre in uno stato di allerta, almeno fino a quando il pericolo non fu scongiurato grazie a molteplici arresti. Ma intanto il colera stava falcidiando la popolazione e ben tre dei quattro figli della coppia ne furono vittime.

La disperazione per la morte dei primi due fece sprofondare Virginia in un profondo sconforto, tanto da farle perdere fiducia nella medicina e affidarsi alla magia cercando di esorcizzare il male che si era annidato nella villa.

Non avendo sortito alcun effetto, prese ad accusare il marito ritenendo la sua mancanza di fede la causa di tanta sofferenza. Quando anche il terzo stava per morire, in preda alla più irrazionale disperazione, si rinchiuse col ragazzo in una delle sale della villa, fece un cerchio di sale all’interno del quale iniziò a bruciare libri e manoscritti, ma le sue vesti presero fuoco e con esse anche lei e il figlio.

Avvolti dalle fiamme, il piccolo morì da lì a poco, mentre lei, nonostante le ustioni, riuscì a sopravvivere. Fu una tragedia nella tragedia.

Con il corpo e l’anima totalmente devastati, Virginia trascorse i suoi ultimi giorni legata a un letto in preda alla follia: aggrediva e accusava il marito di tutto il male che si era abbattuto su di lei e i suoi bambini. Urlava, si dimenava, tentò più volte il suicidio, le sue grida di sofferenza echeggiavano nella villa e si udivano per ogni dove. Poi finalmente un infarto mise fine alla sua disperazione nel luglio del 1904.

Virginia trovò la pace nel corpo, ma forse non nell’anima. Si, perché uno dei servitori, anni dopo, testimoniò di udire ancora quelle grida per lungo tempo e da allora quella straziante disperazione si è tramutata in leggenda noir.

Si dice che chiunque si aggiri per la villa e scorge il fantasma di Virginia è destinato a morire entro il mese. Chiunque provi ad a cercare i sigilli magici dello “Stregone” senza essere un iniziato sarà perseguitato dai suoi malefici. Insomma, Villa Lebano è finita avvolta in un cupo mistero.

Fatiscente, sinistra, angosciante, preda di sciacalli e curiosi avventurieri resta lì, sola, abbandonata a sé stessa, custode e vittima del suo passato. È in vendita, ma nessuno pare sia interessato ad acquistarla. Probabilmente quel sigillo di Salomone sull’intonaco della facciata, ancora impressiona e testimonia il tenebroso passato.

È indubbio che Giustiniano Lebano studiò e praticò riti esoterici, che nella sua villa iniziò alla massoneria tanti adepti e accolse studiosi provenienti da ogni parte, da Dumas ad Helena Blavatsky, amò la teosofia e l’alchimia. Insomma, fu un uomo amante del paranormale che ebbe l’ardire di spingersi oltre, forse troppo, tanto da finire inghiottito da un buco nero, quello dei pregiudizi, delle dicerie e delle leggende.

E così alla fine lo “Stregone di Torre Annunziata” ha vinto sul patriota risorgimentale, sul filantropo, sullo storico, sull’avvocato e il funzionario ministeriale. Decine e decine di opere, frutto di studi e ricerche rigorose, restano dimenticate nella polvere delle biblioteche. E questo accade quando la storia di un uomo di valore è scomoda, quando la fervida intelligenza è condannata ad essere svilita anche nella sua memoria.

Questa è la condanna inflitta dai mediocri per le menti eccelse.

Perché lui, Giustiniano Lebano, non apparteneva a questo mondo. Lui meritava di esistere in un mondo a parte.

 

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