John Keats. Una struggente storia d’amore d’altri tempi

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«Il camposanto inglese è un verde declivio vicino alle mura, al piede della piramide di Cestio, in opinion mia il più bel cimitero pensabile. Nel vedere il sole illuminare l’erba imperlata di rugiada, nell’udire il mormorio del vento tra le foglie degli alberi i quali ombreggiano la tomba di Caio Cestio e i palpiti della terra riscaldata dal sole; nel divisare i sepolcri, quasi tutti di donne e di fanciulle, ti punge la voglia di dormire quel sonno che esse sembrano godere, tale la mente umana, la quale suol popolare dè propri desiderii l’oblio del vuoto.»

Così scriveva Shelley al suo amico Peacock nel marzo del 1819 e in quella terra soleggiata, due mesi dopo, seppellì il figlio Guglielmo che non aveva ancora compiuto i cinque anni d’età.

«Di poi, in meno di due anni il vecchio cimitero s’ebbe il cadavere d’un poeta giovane e infelice – Giovanni Keats. L’Inghilterra se ne commosse, e il cuore di Shelley ispirò il suo genio.»1

Quivi troveranno riposo, all’ombra della più vecchia torre delle mura onoriane, le ceneri dello stesso Shelley il cui corpo, gettato dai marosi sulla spiaggia presso Viareggio dopo il naufragio della sua barca, fu rinvenuto dopo quattordici giorni, il 22 luglio del 1822.

Nelle sue tasche fu rinvenuto un piccolo volume di versi scritti da Keats, che gli era stato regalato da Leigh Hunt al momento dell’imbarco, rivoltato alla pagina The Eve of St. Agnes.

 

Al rogo, allestito dopo alcuni giorni sulla spiaggia, assistettero gli amici Trelawney, Byron e Leigh Hunt che curarono l’iscrizione sulla lapide: Cor cordium (cuore dei cuori) Natus IV Aug. MDCCXCII - Obiit VIII Jul. MDCCCXXXXII - Nothing of him that doth fase but doth suffer a sea-Change into something rich and strange (da Shakespeare: La Tempesta - Nulla di lui perisce, ma è trasformato dal mare in qualche cosa di ricco e di straordinario).

Il cimitero inglese a Roma, detto anche “Cimitero degli eretici”, di origini settecentesche, era luogo di sepoltura per gli acattolici, ritenuti dalla Chiesa Romana indegni di riposare accanto ai battezzati.

E non solo, ma sovente il fanatismo dei preti contro “i cani protestati” li spingeva a violarne le tombe e disperdere o bruciare le ossa, inducendo Lord Ellenborough, alla Camera dei Pari, a tuonare contro ogni privilegio che si voleva concedere (emancipazione dei cattolici) “a quella setta intollerante e violatrice dei sepolcri”.

Fu così che Papa Pio VIII concedette il vecchio campo sino a quando, nel 1821, per tema che nuove piante impedissero la vista della piramide di Cestio, la Commissione di Belle Arti proibì ulteriori sepolture, concedendo però un campo confinante, circondato da mura.

A quel tempo il cimitero non era che un campo aperto, con alberi sparsi, all’ombra dei quali erano state erette poche pietre funerarie e il seppellimento vi poteva avvenire, per disposizione governativa, solo di notte.

Shelley nei suoi scritti si riferiva al vecchio cimitero e quello spazio, «ridente e infiorato ai piedi della piramide di Caio Cestio e protetto dalle vecchie mura Onoriane» non aveva nulla a che vedere con le orride bocche sepolcrali che davano nei locali sotterranei delle chiese, ultima dimora dei cattolici, dove i cadaveri erano ammassati formando cumuli informi, marcescenti e maleodoranti, regno di topi, mosche e di ammassi verminosi.

Miglior fortuna avevano di certo le spoglie dei delinquenti, che in Roma venivano gettati dentro una fossa sotto il Pincio, presso la Porta del Popolo.

Un orrendo spettacolo di barbarie, al tempo, era rappresentato in Napoli dal cimitero vecchio descritto da Renato Fucini comprendente tante caverne sotterranee quanti sono i giorni dell’anno, coperte da botole.2

Sollevato il coperchio della botola designato per una nuova sepoltura, ne usciva un fetore insopportabile, nugoli di insetti e i defunti che vi erano scaraventati andavano ad ingrossare i cumuli che si erano venuti ad ingrossare nel tempo.

Tra i tanti ospiti del cimitero inglese in Roma c’era Guglielmo Howitt che insieme alla moglie Mary si batté strenuamente, tutta la vita, per la libertà del pensiero, e fu proprio nell’Howitts Journal che Mazzini, con le scarpe impegnate e mantenendo coi propri risparmi chi poi gli fu ingrato e calunniatore, scrisse i Pensieri sulla democrazia in Europa.

John Keats, d’indole malinconica, incline al silenzio, alla solitudine e di umili origini, nato a Londra il 31 ottobre 1795, cominciò a scrivere i suoi primi versi a 18 anni ma, all’esito della pubblicazione, non ebbe fortuna.

«La bellezza è una gioia perenne: il suo incanto cresce sempre e non si disperde mai…» Così comincia l’Endimione, ultimato nell’autunno del 1817, quando aveva poco più di vent’anni, subito stroncato da una critica feroce che invece di incoraggiarlo in considerazione della sua giovane età, fu impietosa e malevola.

Più tardi (circa nel 1818), leggendo il Decameron di Boccaccio, ne ricavò un diamante di bellezza straordinaria: Il vaso di basilico.

Narra di Isabella la quale, avendo scoperto che i fratelli avevano ucciso l’amante, andò nella foresta, trovò il corpo e ne portò a casa la testa, seppellendola in un vaso di basilico.

«La pallida Isabella baciava la pallida testa e lamentavasi sottovoce; quella testa era fredda, era morta davvero, ma non morta nel cuore di lei. Era tutto il suo tesoro, e Isabella pettinava i capelli ritti col pettine dorato, e le sopracciglia pelo per pelo intorno alle cavità sepolcrali degli occhi; lavava con lacrime il viscido sudore mortale. E ancora pettinava e sospirava e baciava e piangeva. Poi la ravvolse in una sciarpa di seta che odorava profumi d’Arabia, e balsami divini. E per tomba tolse un vaso del giardino e ivi la depose e la coperse di terra, e vi piantò il basilico gentile che le sue lacrime mantennero sempre verde. E dimenticò le stelle e la luna e il sole, e i ruscelli, non sentì la fredda brezza d’autunno, non s’accorse del giorno che finiva né dell’alba, ma stette in pace perpetua e sempre accanto al basilico».3

Il banchetto durante il quale si tramò la morte di Lorenzo (raffigurato insieme ad Isabella sulla destra) venne idealmente rappresentato in un dipinto di John Everett Millais del 1848/49 (collezione della Walker Art Gallery di Liverpool).

Ignorato e avversato in vita, Keats è divenuto successivamente una icona della letteratura inglese e la sua tomba meta di continui pellegrinaggi, mentre i suoi detrattori sono caduti definitivamente nell’oblio.

Trovò conforto, in patria, nell’amore di Fanny Brawne, una giovane di diciannove anni che aveva incontrato nell’autunno del 1818, scambiandosi la promessa di matrimonio, e che amò per il resto della sua breve vita, al punto che sul letto di morte era divenuto il suo unico pensiero.

Malato di tisi e nella speranza di un miglioramento per il cambiamento di clima, partì per l’Italia il 18 settembre del 1820 stabilendosi a Roma a metà novembre, in un alloggio a Piazza di Spagna, il primo a destra al secondo piano della gradinata che da quella piazza conduce a Trinità dei Monti, rimanendo sempre in contatto epistolare con Miss Brawne.

Le lettere, tradotte da Giacomo Prampolini che ne ha curato anche la prefazione, sono state pubblicate da Angelo Fortunato Formiggìni,4 un editore innovativo e coraggioso, che si tolse la vita la mattina del 29 novembre 1938 gettandosi da una finestra della torre del duomo di Modena, schiacciato dal peso delle leggi razziali emanate tra l’estate e l’autunno del medesimo anno.5

A Roma Keats fu assistito da Joseph Severn, un amico devoto che lo aveva accompagnato nel viaggio dall’Inghilterra, il quale gli fu fratello e infermiere sino alla morte, avvenuta il venerdì 23 febbraio del 1821 verso le undici di sera.

Nelle chiese romane si celebrava Santa Romana, il carnevale volgeva al termine, gli austriaci marciavano su Napoli in soccorso di Re Ferdinando e si respirava ancora, come odore di ozono dopo una tempesta, l’aria che aveva sconvolto l’intera Europa nell’anno appena decorso.

Tre giorni dopo la morte l’autopsia rivelò che i polmoni erano quasi completamente distrutti al punto che i medici non si capacitavano di come potesse essere sopravvissuto negli ultimi mesi.

Ada Franzinetti Guastalla, che ne curò la biografia per l’editore Formiggìni,ha scritto che Keats «aveva sognato la felicità nell’amore e moriva lontano dalla sua donna, senza aver conosciuto dell’amore che il tormento».6

Lo stesso Keats, tormentato dal pensiero dell’amata, scriveva angosciato che «Ogni giorno io desidero la morte per liberarmi da questo dolore. Pur non vorrei morire perché la morte distruggerebbe anche il dolore, che è quanto m’avanza di lei, ed è meglio del nulla. La terra e il mare, lo sfinimento e la decadenza sono terribili per la separazione che adducono; ma la morte è un divorzio eterno. Rabbrividisco pensandoci. Il senso delle tenebre mi avviluppa, veggo la figura di lei fuggirmi per sempre».7

L’amico devoto gli scelse il posto più soleggiato nel vecchio cimitero e fece scolpire sul sasso sepolcrale l’epitaffio che il poeta stesso aveva composto.

«This grave contains all that was mortal, of a young English poet, who, on his death bed, in the bitterness of his heart, at the malicious power of his enemies, desired these words to be engraved on his tomb stone: Here lies one the whose name was written on the water" Feb. 24th 1824» (Questa tomba contiene i resti mortali di un giovane poeta inglese che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”. 24 febbraio 1821).8

Il fedelissimo amico Severn, divenuto un noto artista e finanche console britannico a Roma nel 1861, conservò sempre un caro ricordo e un profondo affetto per l’amico e quando morì, nel 1879, fu sepolto accanto a Keats.

 

 

Note

1. Jessie White Mario, Sepolcri inglesi in Roma, Nuova Antologia, Roma, volume XLV, 1879.

2. Renato Fucini, Napoli a occhio nudo, Firenze, Le Monnier, 1878, Cap. VI.

3. Traduzione di Jessie White Mario in Sepolcri inglesi in Roma.

4. John Keats – Lettere d’amore, A.F. Formiggìni, Roma,1925.

5. La mirabile impresa editoriale e i libri pubblicati da Formiggìni sono descritti nel volumetto “Venticinque anni dopo – 31 maggio 1908-31 maggio 1933” edito dallo stesso Formiggìni nel 1933 e scaricabile da Google books.

6. Ada Franzinetti Guastalla, John Keats, A.F. Formiggìni, Roma, 1922.

7. Traduzione di Jessie White Mario in Sepolcri inglesi in Roma, cit.

8. La data del 24 febbraio (anziché 23 febbraio) riportata sulla lapide non è errata ma corrisponde all’uso del calendario britannico.

 

Pensando di fare cosa gradita ai lettori del Nuovo Monitore si allegano alle note 4 e 6 i pdf dei volumetti di Ada Franzinetti Guastalla e di Giacomo Prampolini, divenuti introvabili.

Un ulteriore scritto dal titolo John Keats e gli inglesi a Roma a firma di Harry Nelson Gay, appassionato cultore di storia del Risorgimento, è stato pubblicato sulla Nuova Antologia, Luglio-Agosto 1912, Vol. CCXLIV.

 

 

 

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