Fuga e morte di Mussolini

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Alle prime ore del mattino del 27 aprile 1945, una colonna di automezzi lunga quasi un chilometro, proveniente da Como, si stava dirigendo verso il confine svizzero.

In testa un’autoblindo guidata da fascisti, dietro sei camion con i soldati tedeschi, poi altri tre camion di camice nere, seguiva una lunga fila di auto civili, con a bordo Mussolini e Claretta Petacci, gerarchi ed ex ministri della Repubblica Sociale Italiana.

Due giorni prima i partigiani avevano dato il via alla insurrezione in tutta l’Italia settentrionale. 

Un posto di blocco partigiano fece arrestare la colonna presso l’abitato di Muso, un gruppetto di case sulla costa del lago di Como, due chilometri a sud di Dongo, in una strada stretta che correva a strapiombo sul lago. Il comandante tedesco tentò di evitare lo scontro, ma trattativa durata molte ore non ebbe buon esito. I camion con i soldati tedeschi poterono proseguire dopo essere stati ispezionati, gli italiani, invece, furono fermati e identificati.

Per sottrarlo all’arresto a Mussolini venne fatto indossare un pesante pastrano di un sergente della Luftwaffe di taglia troppo larga, ed un elmetto anch’esso fuori misura. Inizialmente il duce aveva rifiutato il travestimento, ma poi aveva ceduto; l’atteggiamento era completamente passivo, molto lontano dal piglio decisionistico abituale. I fascisti dell’autoblindo dopo un’estrema resistenza, vennero uccisi o fatti prigionieri.

 

A Dongo i partigiani procedevano al controllo dei camion tedeschi; durante l’ispezione del quinto camion il partigiano Giuseppe Negri “Zoccolin”, calzolaio di Dongo, notò un soldato col bavero rialzato, gli occhiali scuri, la testa reclinata, i pantaloni con la banda nera che sporgevano dal pastrano. Imbracciava stancamente il mitra ed aveva accanto una borsa di pelle.

Il partigiano intuì che quell’uomo non era un soldato tedesco. Mussolini venne fatto scendere e identificato. Intanto anche la Petacci aveva confessato la sua identità e al comandante partigiano che la interrogò, con le lacrime agli occhi, implorò di essere messa col duce. Quando la richiesta fu accolta mostrò una gioia incontenibile, gratitudine e riconoscenza.

Per motivi di sicurezza si decise di trasferirli prima in una caserma a Germasino e successivamente in una cascina isolata nei pressi di Bonzanigo di Mezzegra, un paesino a mezza costa sul lago. Arrivarono a tarda notte e la famiglia dei contadini, che in passato aveva dato ospitalità ai partigiani, non fece domande e mise a disposizione una camera al primo piano con al centro un letto matrimoniale.

Ora un vecchio di sessantadue anni e una donna di trentatré erano insieme in una povera camera di una casa colonica: Lui era stato uno degli uomini più potenti d’Europa, aveva attraversato da dominatore vent’anni di storia nazionale ed internazionale, aveva esaltato le masse inquadrate dal regime. Lei era una donna bella e sensuale, un carattere volitivo, inquieto e geloso, caratterizzato dalla passione e dalla dedizione. Durante l’adolescenza la Petacci gli aveva scritto lettere di ammirazione, la relazione era iniziata quando aveva vent’anni. Anche nelle lettere che gli aveva inviato a Salò gli manifestò tutto il suo amore, la stima per quanto lui aveva fatto e l’indignazione perché non gli veniva più dato alcun potere. l

Durante la notte la porta della camera rimase socchiusa; il partigiano di guardia li udiva parlare sottovoce, senza però carpire il filo dei discorsi. Del resto il pensiero di Mussolini era già stato espresso chiaramente nelle lettere che aveva scritto all’ amante durante i nove mesi della Repubblica di Salò: nessun bilancio sugli errori politici, sui propri errori, solo accuse di tradimento al re e ai militari. Aveva definito il popolo italiano “fellone”, senza gloria, i bolscevichi “cani che mordono”, Roosevelt un “grandissimo criminale”. Nessuna pietà per i soldati caduti nei Balcani, in Russia, in Africa, per i “ribelli”, i partigiani, torturati e assassinati.

Al mattino tardi, col sole ormai alto, dal cortile una donna, Lia de Maria, ricordò di aver visto sia Mussolini che la Petacci appoggiati al davanzale della finestra mentre guardavano il paesaggio del lago, splendido nella nascente primavera: apparivano calmi, rassegnati, due amanti prossimi al tramonto della vita.

La decisione di non consegnare Mussolini agli Alleati era stata presa in precedenza.

Nel pomeriggio due comandanti partigiani, Walter Audisio, “colonnello Valerio” e Michele Moretti “Pietro” salirono in camera e ordinarono ai due di seguirli. Condotti nella frazione di Giulino di Mezzegra furono posizionati al muro di Villa Belmonte, sormontato da una fitta cancellata di ferro. Non opposero resistenza, Claretta non volle allontanarsi dal duce e così vennero fucilati entrambi contemporaneamente. Erano le ore 16.10 del 28 aprile 1945.

Con una esecuzione anonima, in un luogo anonimo, si conclusero ventitré anni di storia italiana, un lunghissimo periodo di violenze, uccisioni, leggi razziali, l’alleanza con i criminali nazisti, proseguita nella Repubblica Sociale, creando profonde divisioni nel popolo italiano.

Il giorno seguente i cadaveri vennero esposti al ludibrio pubblico nel piazzale Loreto di Milano insieme ai gerarchi fucilati a Dongo. Fu una inevitabile risposta ad uno scempio perpetrato dai fascisti nello stesso luogo, l’anno precedente. Il 10 luglio del 1944 erano stati fucilati quindici partigiani, i corpi scomposti lasciati esposti per tutto il giorno al sole, nel caldo estivo, coperti di mosche. Un cartello li qualificò come “assassini”, e ai parenti fu impedito di piangerli: armi alla mano, i militi fascisti obbligarono i passanti ad assistere allo “spettacolo”. Dieci anni dopo furono gli italiani, finalmente liberi a rendere un doveroso “omaggio” al loro spietato dittatore.

 

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