Ricordi di guerra a Firenze,1943-44

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Le notizie delle guerre in atto come quella in Ucraina alimentano i ricordi di chi ha vissuto quelle precedenti in Europa. Riportarli alla memoria è necessario per sottolineare ancora una volta quali sono le terribili conseguenze dei conflitti e l’importanza della pace.  

Una tragica forza obliqua.

Nel 1943 abitavo a Bellariva, un quartiere alla periferia nord-est di Firenze sulla riva destra dell’Arno, costituito prevalentemente da orti e campi.

La nostra casa era isolata, poco distante dal fiume, con il profilo delle colline ben visibile sullo sfondo. Una buona postazione per osservare l’arrivo degli aerei durante la seconda guerra mondiale.

Spesso ci sorvolava, altro nel cielo, un piccolo ricognitore appena visibile, in tedesco Storch, cicogna in italiano, ma non veniva percepito come portatore di culle, piuttosto premonitore di disgrazie.

Gli aerei alleati arrivavano di solito in formazione dal sud delle colline, partendo dall’Italia già liberata nel 1943-44.  

Le “fortezze volanti” americane, altissime nel cielo, proseguivano per i bombardamenti al nord, lasciando scie bianche come gli aerei moderni. Quelli che dal settembre ‘43 al marzo del ‘44 sganciarono ripetutamente il loro carico di bombe sulla nostra città, volavano molto più in basso e comparivano improvvisamente.

 

Con la curiosità dei miei dodici anni ed una vista ottima, lo spettacolo mi attraeva e qualcuno dopo l’allarme aereo chiedeva: «dov’è il ragazzo che vede gli aeroplani?» Mi sentivo importante e investito di una certa responsabilità.

Il 23 marzo 1944 fu l’ultimo bombardamento su Firenze prima del passaggio del fronte nell’agosto successivo

Dopo l’allarme, mia nonna prese in braccio il fratellino nato da pochi giorni e rimanemmo in attesa nel campo di fronte a casa. Vi era anche un rifugio rudimentale che non usammo quel giorno: l’anno precedente era stata scavata una buca di 20X4 metri, profonda 3 metri, ricoperta con pali di legno e terra, non certo sufficiente come riparo diretto da una bomba, ma utile per eventuali schegge o frammenti di esplosioni. In settembre erano fiorite sulla copertura di terra le verdi piante delle patate con i bei fiori bianchi.

Quella mattina di primavera il cielo era sereno, gli aerei in formazione arrivarono dalle colline, questa volta proprio nella nostra direzione. L’obbiettivo era lo scalo ferroviario di Campo Marte.

Prima di arrivare sopra di noi lasciarono cadere delle “pilloline” nere; immerso in una società contadina, a me parvero capre che lasciavano cadere i propri escrementi.

Seguirono fischi assordanti, un silenzio brevissimo e subito dopo le esplosioni ripetute, violentissime.

Alcune bombe caddero a non più di cento metri dal campo dove eravamo. Non avevo mai vissuto l’esperienza di un bombardamento da vicino, e rimasi stordito dalla violenza delle esplosioni.  

Nell’attuale guerra in Ucraina questi terribili rumori provocano nei soldati gravissimi disturbi mentali.

Dopo l’immediato sollievo per lo scampato pericolo, la curiosità infantile riprese il sopravento: perché le bombe erano state sganciate prima di arrivare sopra di noi e non perpendicolari sull’obbiettivo come sembrava dalle illustrazioni e dai documentari di guerra?  

La risposta venne più tardi dallo studio della composizione delle forze, espresse in un parallelogramma: un oggetto che cade da un aereo in volo è soggetto a una duplice forza, quella d’inerzia orizzontale dovuta alla velocità dell’aereo, e quella verticale di gravità; la forza risultante è obliqua.

Compresi da allora come non solo le leggi della fisica, ma tutte le conoscenze acquisite dall’uomo nel suo lungo cammino, potessero avere, se usate in guerra, conseguenze terribili: quella “forza obliqua” aveva provocato a Firenze negli anni 1943-44 circa 700 vittime innocenti.

Il ponte sommerso.

Nella primavera-estate del 1944 i fiorentini non sapevano che la città si era arricchita di un nuovo ponte. In realtà si trattava di un’opera della quale avrebbero volentieri fatto a meno.

Il ponte fu costruito dai tedeschi nella zona nord-est della città, a Bellariva e doveva servire per la ritirata dopo la distruzione di tutti i ponti della città.

Ufficiali del genio si stabilirono nella nostra abitazione, situata poco più di cento metri dal cantiere, per dirigere i lavori. Fortunatamente il loro comportamento fu corretto.

Scelsero un punto dove l’argine del fiume era interrotto da un breve approdo, usato in precedenza per i carri che caricavano la rena estratta dal fiume, a fianco di una piccola fabbrica di laterizi, contigua alla storica Villa “La casaccia”.  

Travi squadrate allineate una accanto all’altra, poste sotto il livello dell’acqua in quel punto poco profondo, formavano un lungo, chiaro corridoio di legno, da una sponda all’altra, non visibile dall’alto da un eventuale attacco aereo.

All’inizio dell’approdo fu scavata una buca, conteneva una mina sorvegliata da una sentinella.  

Alla costruzione del ponte erano addetti giovani manovali della TODT, l’organizzazione tedesca del lavoro coatto.

A mezzogiorno, interrompevano il lavoro al fiume e sudati, a torso nudo nel sole caldo della primavera inoltrata, si affollavano sotto le nostre finestre gridando affamati per il rancio.

Nell’edificio accanto un distaccamento di SS aveva fatto un rastrellamento e nella notte si udivano canti rauchi di guerra.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati in un altro quartiere della città; al ritorno trovammo la nostra casa colpita da una cannonata, la camera dove dormivo con i miei fratelli distrutta. Se fossimo rimasti lì molto probabilmente non saremmo sopravvissuti.

Anche il ponte sommerso era stato fatto saltare in aria come gli altri ponti storici della città; le travi di legno, annerite dalle esplosioni disperse nel fiume sembravano rami spezzati di un albero. L’esplosione della mina aveva provocato un enorme cratere che impediva l’accesso al fiume.

Nel dopoguerra per molti mesi divenne una discarica per i barattoli vuoti degli alimenti portati delle truppe alleate; i residui, incendiati, producevano un fumo maleodorante.

È trascorso molto tempo, la speculazione edilizia ha progressivamente sommerso la verde Bellariva della mia infanzia, ma là dove vi era l’approdo e iniziava il ponte sommerso, è tuttora visibile una spaccatura dell’argine del fiume, come una ferita aperta, testimonianza della sua breve esistenza e di un periodo tragico.

 

 

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