Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Conferma e smentita nella scienza

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Non v’è dubbio che nella ricerca scientifica di norma si parte da problemi; da quei problemi, per esempio, che nascono da smentite subite da qualche teoria che vive nella mente di un ricercatore.

Questa mente, si obietta spesso, non è venuta al mondo con le teorie che possiede ora; è una mente ora istruita, e quindi piena di idee, ma che una volta, all’inizio, era una tabula rasa che ha imparato tante cose guardando il mondo, girandosi intorno e osservando.

All’inizio, pertanto, non ci sarebbero problemi, ma solo osservazioni pure, effettuate da una mente sgombra da pregiudizi la quale si affaccia al primo mattino del mondo.

Scrive Popper a questo riguardo: «Quello che sto combattendo è proprio questa venerabile idea. Io asserisco che ogni animale è nato con molte aspettazioni, solitamente inconsce o, in altre parole, che è dotato fin dalla nascita di qualcosa che corrisponde da vicino all’ipotesi, cioè alla conoscenza innata - innata in questo senso - da cui partire, anche se può ben darsi che di questa conoscenza non possiamo fidarci affatto.

 

Questa conoscenza innata, queste aspettative innate, se disilluse, daranno vita ai nostri primi problemi, e l’accrescimento della conoscenza, che ne segue, si può descrivere come un accrescimento che consiste nelle correzioni e nelle modificazioni della conoscenza precedente».

Naturalmente l’osservazione è fondamentale nella scienza: lo è perché le osservazioni servono a confermare o a smentire le ipotesi proposte quali tentativi di soluzione di problemi. Tuttavia il primato spetta alla teoria.

Sono le teorie che risolvono i problemi, e questi sorgono nella tensione tra sapere ed ignoranza; nella misura in cui ci è possibile dire che la scienza o la conoscenza comincia da qualche parte, è vero quanto segue: la conoscenza non comincia con percezioni o osservazioni o con la raccolta di dati o di fatti, ma comincia con problemi.

Non c’è sapere senza problemi, ma neppure problema senza sapere. Ciò significa che essa comincia con la tensione fra sapere e ignoranza.

Ogni problema nasce dalla scoperta che c’è qualcosa che non va nella scienza che riteniamo di avere; o, in termini logici, dalla scoperta di una contraddizione interna fra ciò che riteniamo di sapere e i fatti, o, in termini ancora più esatti, dalla scoperta di un’apparente contraddizione fra quello che riteniamo essere il nostro sapere e quelli che riteniamo i fatti.

In breve, il punto di partenza della ricerca è sempre il problema; la ricerca non prende l’avvio da un’asserzione osservativa, ma da una situazione problematica.

Non tutti saranno forse convinti di questa posizione, e vi sarà chi si ostina a pensare che l’osservazione debba necessariamente precedere le ipotesi e i problemi.

Al fine di scardinare tale idea, Popper propone un semplice esperimento: un esperimento che «io - egli dice - desidero eseguire, col vostro permesso, prendendo voi stessi come cavie. Il mio esperimento consiste nel chiedervi di osservare qui ed ora. Spero che tutti voi stiate cooperando, ed osserviate! Ma temo che qualcuno di voi, invece di osservare, provi il forte impulso a chiedermi: ‘Che cosa vuoi che osservi?’. Se questa è la vostra risposta, allora il mio esperimento è riuscito. Infatti, quello che sto tentando di mettere in chiaro è che allo scopo di osservare, dobbiamo avere in mente una questione ben definita, che possiamo essere in grado di decidere mediante l’osservazione. Charles Darwin lo sapeva, quando scrisse: “Com’è strano che nessuno veda che ogni osservazione non può essere che pro o contro qualche teoria».

La ricerca scientifica è una lotta senza sosta con i problemi, e si diventa esperti di un problema lavorandoci sopra e tentando di risolverlo.

Dopo una lunga serie di fallimenti possiamo dire di essere diventati esperti di questo particolare problema. Saremo diventati esperti, nel senso che, ogni volta che qualcuno offre una nuova risoluzione, quest’ultima sarà o una di quelle teorie che abbiamo provato invano (cosicché saremo in grado di provare perché non funziona) o una nuova soluzione, nel qual caso potremo appurare rapidamente se superi o no almeno quelle difficoltà standard che conosciamo così bene grazie ai nostri tentativi falliti di superarle.

Popper ritiene che, anche se i nostri tentativi di risolvere il problema falliscono continuamente, avremo imparato anche per il solo fatto di esserci cimentati con esso. Sintetizzo quanto sopra detto in alcuni punti:

1) L’idea che noi possiamo, volendolo, e in via preparatoria rispetto alla scoperta scientifica, purgare la nostra mente dai pregiudizi - cioè da idee o teorie preconcette - è ingenua e sbagliata.

Soprattutto dalla ricerca scientifica impariamo che alcune delle nostre idee - l’idea che la terra è piatta, o che il sole si muove - sono pregiudizi. Scopriamo che una delle nostre credenze è un pregiudizio solo dopo che il progresso della scienza ci ha portato ad abbandonarla; non esiste infatti alcun criterio grazie al quale potremmo riconoscere i pregiudizi in anticipo rispetto a questo progresso.

2) La regola “purgatevi dai pregiudizi” può dunque avere il pericoloso risultato che, dopo aver fatto uno o due tentativi, pensiate di essere finalmente liberi da pregiudizi, e questo naturalmente significa soltanto che vi attaccherete più tenacemente ai vostri pregiudizi e ai vostri dogmi inconsci.

3) Inoltre, la regola significa “purgate la mente da tutte le teorie”. Ma la mente, così purgata, non sarà una mente pura: sarà solo una mente vuota.

4) Noi operiamo sempre con teorie, anche se spesso non ne siamo consapevoli. L’importanza di questo fatto non dovrebbe mai essere sminuita. Piuttosto dovremmo tentare, in ciascun caso, di formulare esplicitamente le teorie che sosteniamo: ciò infatti ci dà la possibilità di creare teorie alternative, e di discriminare criticamente fra due teorie.

5) L’osservazione “pura” - cioè l’osservazione priva di una componente teorica, non esiste. Tutte le osservazioni - e, specialmente, tutte le osservazioni sperimentali - sono osservazioni di fatti compiute alla luce di questa o di quella teoria.

L’osservazione e l’esperimento, pertanto, hanno una funzione decisiva: ci aiutano a eliminare le teorie più deboli, e così offrono un sostegno, anche se solo temporaneo, alla teoria che sopravvive, cioè a quella che è stata severamente controllata ma non è stata confutata.

L’osservazione e l’esperimento sono il tribunale dell’immaginazione teorica, della fantasia creatrice di ipotesi, in quella lotta tra la natura che non si stanca di produrre e la ragione che non vuole stancarsi di capire. «Noi - asserisce Popper - abbiamo molti esempi di inferenze deduttivamente valide, ed anche alcuni parziali criteri di validità deduttiva; ma non esiste nessun esempio di inferenza induttiva valida».

E «io sostengo - afferma ancora - che né gli animali né gli uomini usano una procedura come l’induzione, o una qualche argomentazione basata sulla ripetizione di esempi. La credenza che noi facciamo uso dell’induzione è semplicemente un errore. È una specie di illusione ottica».

Di fronte all’immagine di una scienza che procede per congetture e confutazioni e che avanza da problemi a problemi, di fronte a una concezione della mente umana come qualcosa di essenzialmente attivo che crea e scopre problemi, inventa congetture e seleziona teorie, l’induttivista tenterà un altro assalto.

Nella scienza - egli dirà - c’è molto di costruito, ma c’è pure qualcosa di non costruito, di originario, una sorta di materia prima fornita alla mente dall’esterno: materia prima che consiste nelle percezioni o impressioni o dati sensoriali.

In breve: ci sarebbero dei dati sensoriali non costruiti o elaborati dalla mente umana. Anche qui, però, dal punto di vista popperiano l’induttivista è in errore.

La sua tesi psicologica è ampiamente confutata dai fatti. Nel cinema, ciò che viene “dato” è una sequenza di fotogrammi, ma ciò che vediamo, o osserviamo, o percepiamo, è il movimento, e non possiamo fare a meno di vedere il movimento, anche se siamo a conoscenza del fatto che stiamo guardando solo i fotogrammi, per esempio, di un cartone animato.

Il fatto è, semplicemente, che vedere o osservare o percepire è una reazione, non solo a stimoli visivi, ma anche a certe situazioni complesse, nelle quali ricoprono un ruolo non soltanto sequenze di stimoli, ma anche i nostri problemi, i nostri timori e le nostre speranze, i nostri bisogni e le nostre soddisfazioni, le nostre simpatie e antipatie.

Ciò significa, come affermano i rappresentanti della psicologia della forma (Gestalt-psychologie), che anche le percezioni sono costrutti di una mente attiva e spontanea.

Vi è bisogno di creatività se vogliamo risolvere i problemi in cui inciampiamo: in altre parole occorrono buone idee. Ma come è possibile selezionare tra le tante idee che ci vengono in mente le idee valide per la soluzione dei problemi?

Per scoprirle tra le tante altre idee noi dobbiamo controllarle, metterle alla prova e confrontarle con l’esperienza.

Una teoria è il suo contenuto, e il contenuto di una teoria sono le sue conseguenze; per questo una teoria va controllata sulle sue conseguenze.

Le teorie, dunque, vanno controllate di fatto; ma, per essere controllata di fatto, una teoria deve essere controllabile in linea di principio.

Una teoria è controllabile in linea di principio dai fatti quando da essa sono deducibili conseguenze che, descrivendo osservazioni possibili, possono venire contraddette da proposizioni che - per quanto ne sappiamo - descrivono “fatti”. La controllabilità di una teoria equivale, dunque, alla sua falsificabilità.

La verità, dunque, può sempre sfuggirci, per quanti siano gli sforzi che facciamo al fine di afferrarla.

Non possediamo alcun strumento, alcuna procedura che ci permetta di riconoscere infallibilmente la verità delle teorie, anche se ci fosse capitato per caso di aver colto asserti veri, corrispondenti a qualche pezzo o aspetto della realtà.

Un giudice, in tribunale, non ha alcun criterio assoluto di innocenza: egli dichiara innocente un imputato quando, dopo aver sottoposto costui a tutta una serie di prove, non riesce a trovarlo colpevole.

E, come sappiamo, ci sono giudici e processi più severi e ci sono giudici e processi meno severi; così come ci sono indizi labili, alibi di ferro e coincidenze clamorose.

Al pari che in un processo, anche nella ricerca scientifica noi dichiariamo vera una proposizione se non riusciamo a dimostrarla falsa. Ma della verità di tale proposizione non siamo mai certi in assoluto, analogamente al giudice che, per quante prove di non colpevolezza possieda, non sarà mai certo in assoluto dell’innocenza di un imputato.

Come nell’amministrazione della giustizia imputati una volta dichiarati innocenti possono venir di nuovo processati qualora appaiano fatti nuovi o ci si accorga, per esempio, di una falsa testimonianza, così nella ricerca scientifica una legge confermata da un numero stragrande di prove, può venir sconvolta (come ci dimostra a volontà la storia della scienza) da controlli successivi.

 

 

 

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