La negazione della morte nel pensiero di Sigmund Freud
Nel mondo reale Freud era un uomo eccezionalmente coraggioso che affrontò la sfortuna, sofferenza e la stessa morte con una fermezza incrollabile. Per quanto addietro si risale nella sua vita lo si trova sempre propenso a pensieri sulla finitezza umana. Fin dai quarant’anni fu preso dal terrore di invecchiare e, come ha testimoniato lo psicoanalista britannico Alfred Ernest Jones, egli diceva di pensare alla morte ogni giorno e, d’altra parte, nutriva il desiderio di morire. Attraverso l’analisi dei sogni Freud ha analizzato le fantasie di morte molto evidenti nei bambini durante il periodo del complesso edipico. Lo sviluppo del “senso” della morte lo ha portato ad una duplice conclusione: da una parte, una morte naturale, a livello dell’Es viene sempre percepita come un assassinio: la persona è stata uccisa da desideri aggressivi causati dall’ambivalenza affettiva nei confronti di colui che moriva.
D’altra parte, l’idea della propria morte, quale fine totale dell’essere, negazione di ogni forma di esistenza, per Freud non è assolutamente compresa nell’Inconscio il quale non conosce alcun tipo di negazione, vive in un sistema senza tempo, ed è immerso in una realtà psichica nella quale non esistono limiti ai desideri. Per l’Io, invece, che vive in un continuo confronto con la realtà, la morte rappresenta un problema irrisolvibile, perturbante ed incombente. Accettare l’idea della propria morte, sottraendole quel significato di annullamento totale dell’esistenza, è stato il primo compromesso approvato dall’essere umano per difendersi dalla offesa radicale causata dalla morte stessa al proprio narcisismo. La morte rende l’essere umano impotente, lo disarma della propria megalomania e dell’onnipotenza del suo pensiero. Di fronte alla fine dell’esistenza, secondo Freud, l’Io rinuncia al suo investimento libidico narcisistico e si arrende alla sua inevitabile fine. Ma la rinuncia non è totale. Difficilmente gli uomini riescono a riconoscersi nella trama di dipendenze reciproche, a considerarsi dei meri anelli nella catena delle generazioni, come staffette che alla fine della loro corsa cedono al altri la fiaccola. Di fronte all’orrore del Nulla l’Io si difende attraverso dei meccanismi tanto antichi quanto è antica la consapevolezza della propria morte. Considerando l’atteggiamento dei genitori che si dimostrano particolarmente teneri verso i loro figli, Freud ha osservato che tale comportamento rappresenta la riproduzione del proprio narcisismo al quale i genitori stessi hanno da tempo rinunciato. L’identificazione con i figli, secondo l’analisi freudiana, è una difesa contro la morte: nei figli si prolunga la vita dei genitori. Altro meccanismo di difesa messo in luce dalla psicoanalisi è rappresentato dal mito. Gli esseri umani si sono sforzati di rimuovere ed occultare la coscienza importuna della propria finitezza con rappresentazioni più gradevoli, ed a questo scopo hanno avuto a disposizione la potenza inventiva della specie umana. La Dea dell’Amore, rappresentata in diversi miti e fiabe da una misteriosa e desiderabile terza donna sulla quale ricade puntualmente la scelta del pretendente, nell’interpretazione di Freud è la Morte in persona, la Dea Della Morte. Il vertice della difesa contro la morte è rappresentato dalla religione, unica capace di garantire palesemente una forma di mortalità alla labile esistenza umana. Ma per Sigmund Freud la religione è solo un’illusione perché è il prodotto del soddisfacimento del desiderio. Dio Padre è necessario per calmare le profonde paure dell’uomo. Il 1920 segnò una tappa fondamentale nel discorso freudiano, in quanto la morte, radicalmente esclusa dal dominio dell’Inconscio, all’improvviso si ergeva al centro del sistema come una della due forze fondamentali, Eros e Thanatos, e forse anche come l’unica forza primordiale nell’ambito dello psichismo, dell’essere vivente e della natura stessa. Secondo Freud, all’inizio della vita si è sviluppata con essa una tendenza alla distruzione. Le tendenze dell’individuo a riprodurre i propri stati ed i propri oggetti iniziali, sono collegate ad una forza universale che tende a ricondurre, regressivamente, il più organizzato al meno organizzato, il vitale all’inanimato, abolendo ogni pulsione, fino al conseguimento del Nirvana. La morte, dunque, è la meta finale della vita e le pulsioni dell’Eros, o di autoconservazione, devono solo garantire all’organismo una morte non violenza, in quanto l’organismo non vuole solo morire, ma morire a modo suo. L’opposizione tra le due pulsioni fondamentali, Eros e Thanatos, va ad accostarsi ai grandi processi vitali che regnano nel mondo inorganico: l’attrazione e la repulsione. Questo aspetto fondamentale, anzi, universale della pulsione di morte è stato sottolineato da Freud in vari modi e si è manifestato particolarmente in riferimento a concezioni filosofiche come quelle di Empedocle e di Schopenhauer.
Bibliografia E. Jones, Vita e Opere di Freud, Milano, 1977. S. Freud, L’Io e l’Es, Torino, 1984. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, Torino, 1983. S. Freud, Il Disagio della Civiltà, Torino, 1985. S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Torino, 1985.
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Nella personalità di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, ci sono parecchi elementi degni di nota circa il suo atteggiamento verso la morte.