Lo sfruttamento eccessivo delle attività produttive

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I metodi intensivi, che caratterizzano gran parte delle attività produttive della società moderna, presentano aspetti positivi, ma sono accompagnati da pesanti effetti collaterali che possono mettere in crisi definitiva il futuro dell’umanità.

Un ulteriore scivolamento del modello di sviluppo intensivo verso quello eccessivo è pertanto da evitare.

Intensivo proviene dal latino medioevale, “suffisso o infisso”, aggiunto a una radice verbale o a un elemento morfologico, e conferisce un determinato grado di intensità o espressività. Non molto in uso prima del secondo conflitto mondiale, diviene un termine comune negli ultimi decenni del secolo scorso, e nel nuovo millennio è soprattutto riferito alle attività produttive.

Eccessivo proviene dal latino excedere, “andar fuori, andare oltre”, composto di ex- e cedere, “andare, ritirarsi”. Al contrario d’intensivo è per lo più usato per i comportamenti, gli stili di vita, i modi di espressione.

Dante fa intervenire addirittura Beatrice nel II canto dell’Inferno «O donna di virtù, sola per cui l’umana spezie eccede ogne contento».

In medicina le cure intensive nascono con le prime esperienze di Florence Nightingale, infermiera inglese; nel 1854 partecipando alla guerra di Crimea si rese conto che separare i feriti gravi dai quelli meno gravi, e dedicare loro cure prioritarie, portava ad una decisa riduzione della mortalità.

 

Un secolo dopo, nel 1950, un anestesista austriaco, Peter Safar, si trovò di fronte alla necessità di ricorrere a cure intensive e continue per mantenere in vita bambini poliomielitici con gravi difficoltà respiratorie e formulò il concetto di “Supporto Avanzato della vita”.

I reparti di terapia intensiva si diffusero nel 1953 in Danimarca e nel 1955 negli Stati Uniti.

Oggi nel mondo industrializzato esiste un reparto di terapia intensiva e di rianimazione anche negli ospedali di media grandezza.

Nessuno ovviamente mette in dubbio la loro necessità: nella recente pandemia da COVID-19 hanno salvato la vita a migliaia di pazienti. Vi è tuttavia un eccessivo ricorso a queste strutture nelle fasi terminali della vita, e ne consegue non solo una spesa economica elevata, ma soprattutto l’“accanimento terapeutico” anche quando non esiste alcuna possibilità di guarigione.

L’agricoltura intensiva moderna prevede il maggiore sfruttamento del suolo rispetto a quella tradizionale con l'utilizzo d’innovazioni tecnologiche, della chimica e di macchine per rendere più rapidi i processi di lavorazione.

Si ottiene così un aumento della produzione, ma gli effetti negativi sono numerosi: necessità di grandi quantità di acqua e di energia, uso intensivo di fertilizzanti chimici e pesticidi con inquinamento delle falde, esaurimento del suolo, tendenza alle monoculture con riduzione o scomparsa della biodiversità.

L'allevamento intensivo non necessita il collegamento con un terreno, ma può essere svolto in ambienti confinati.

Il fattore principale che ne ha favorito lo sviluppo è stata la riduzione dei costi.

Si calcola che ogni anno siano allevati nel mondo circa 70 miliardi di animali e due su tre sono allevati in modo intensivo.

Se l’aumento della produzione può andare incontro alla richiesta alimentare per l’aumento della popolazione mondiale gli aspetti negativi sono molteplici: enorme consumo di cereali per nutrire i bovini, e conseguente deforestazione per ottenere terreno agricolo.

Le condizioni di vita degli animali spesso pessime: insorgere periodico di malattie umane provenienti dagli allevamenti come l’influenza aviaria, uso massivo di antibiotici accompagnato da diffusione di nuove forme di batteri resistenti anche per l’uomo, qualità inferiore delle carni e degli altri prodotti rispetto a quelli ottenuti con metodi tradizionali.

Altri aspetti negativi sono l’uso di ormoni per indurre lo sviluppo esagerato e rapido degli animali; l’utilizzo di farine di origine animale per nutrire animali erbivori (una delle cause della “mucca pazza”); l’inquinamento delle falde acquifere per la quantità massiva delle deiezioni; il contributo al riscaldamento globale con la emissione di gas metano da parte degli animali e infine la scomparsa delle specie tradizionali.

E’ definito con il termine “sovrapesca” (dall'inglese overfishing) il depauperamento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca, pratica che impedisce alle riserve di pesce di riprodursi.

Il fenomeno della “sovrapesca” a livello mondiale ha portato allo sviluppo di navi e reti enormi, anche di alcuni chilometri di lunghezza, tecnologie sofisticate che permettono di trovare i banchi di pesci e pescare in fondali dove un tempo sarebbe stato impossibile.

Vi è una corsa a racimolare in ogni angolo del globo tutto il pescabile, di qualunque specie.

Uno studio internazionale pubblicato nel novembre 2006 sulla rivista Science ha messo in evidenza come un terzo delle risorse ittiche mondiali abbiano subito un collasso, e che se l'attuale andamento dovesse continuare, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell'arco dei prossimi 50 anni.

Il fenomeno dell’overtourism, o “sovraffollamento turistico”, è stato definito con molta precisione dalla World Tourism Organization come «l'impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori». Secondo la stessa Organizzazione nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000).

Grandi navi, a parte venti milioni di turisti, gravitano ogni anno sul centro storico di Venezia, che ha meno di 50mila abitanti.

All’aeroporto di Bergamo, città di 120mila abitanti, sono transitati nel 2021 sei milioni e mezzo di passeggeri.

Il sovraffollamento di turisti in visita al Machu Picchu, considerato patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO ha indotto il governo peruviano a prendere provvedimenti per prevenire il degrado ambientale: dal 2019 l’accesso sarà consentito ad un numero limitato di persone e per non più di un’ora.

Ogni abitante del nostro pianeta ha il diritto ad una terapia adeguata e una alimentazione sufficiente e può aspirare a visitare le bellezze del mondo.

È tuttavia altrettanto evidente che l’attuale sfruttamento delle risorse provoca effetti negativi non più sostenibili.

Le variazioni climatiche che ne conseguono sono incombenti e minacciano il futuro dell’umanità. Evitare la transizione da intensivo ad eccessivo è uno slogan, ma sono necessarie sia scelte politico-economiche adeguate, che una diffusa conoscenza individuale dei problemi.

È sempre valido il monito di Orazio, poeta latino espresso nelle Satire duemila anni fa: «Est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum»  (esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto).

 

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