Gli intellettuali angloamericani si ribellano al politically correct
La rivista Harper’s Magazine ha infatti pubblicato un manifesto firmato da nomi prestigiosi e di tutte le tendenze politiche. Insomma progressisti e conservatori uniti per di contrastare un fenomeno che negli Stati Uniti e in Inghilterra ha assunto dimensioni epocali, e giudicato dai firmatari pericoloso per le sorti della democrazia liberale. Il problema di fondo è il seguente. E’ lecito che qualcuno si veda censurare un articolo solo per il fatto di aver espresso opinioni discordanti da quelle dei talebani del politically correct? E può una rivista licenziare un collaboratore che osa mettere in dubbio il “pensiero unico” che si va diffondendo a macchia d’olio? Si può, infine, consentire a un ateneo la messa al bando di grandi personaggi del passato che hanno contribuito alla sua fondazione? Se parlassimo di Cina, Russia o Iran la risposta sarebbe implicita. In quei contesti sono le autorità governative a decidere cosa è corretto e cosa non lo è. Il dissenso degli intellettuali, ma anche dei comuni cittadini, non è ammesso e, al contrario, viene represso con durezza a volte estrema. Basti ricordare il caso di Hong Kong per rendersene conto. C’è una Verità di regime che i capi del partito al potere impongono senza remore per impedire che nella società civile si sviluppi il libero dibattito.
Ora molti rappresentanti del mondo culturale e accademico anglo-americano hanno deciso che la misura era colma, e che occorreva fare qualcosa per impedire che Usa e Regno Unito diventino pericolosamente simili ai tanti regimi tirannici e autoritari che purtroppo prosperano nel mondo. Superando le differenze politiche, anche grandi, che li dividono, questi intellettuali hanno ritenuto opportuno parlare con voce unica per ribadire che la diversità d’opinione è sacrosanta e va difesa in ogni caso, anche quando non si concorda con quanto qualcuno dice e scrive. Per ricordare a quale livello di intolleranza siamo giunti, è importante osservare che tra i firmatari figura persino Noam Chomsky, celebre linguista e filosofo del linguaggio considerato – da sempre – un guru della sinistra radicale americana. Innumerevoli le sue prese di posizione contro l’establishment Usa, senza fare distinzioni tra democratici e repubblicani. Ebbene, anche Chomsky, uno dei simboli della contestazione studentesca degli ultimi decenni, ha firmato ed è sceso in campo per spezzare una lancia in favore della libertà di opinione e di parola. Con lui femministe storiche come Margaret Atwood e Gloria Steinem, intellettuali conservatori quali Francis Fukuyama, romanzieri colpiti dall’anatema degli ayatollah iraniani come Salman Rushdie. Ma anche l’autrice della saga di Harry Potter J.K. Rowling, messa in croce per aver detto che la distinzione tra uomo e donna appartiene alla natura, e non è un’invenzione culturale delle élite al potere. Un altro dei firmatari, il saggista anglo-olandese Ian Buruma, licenziato dalla New York Review of Books per aver pubblicato un saggio non in linea con le opinioni correnti, ha notato a questo proposito che “l’aria si è fatta irrespirabile”. O si trova il modo di porre termine a questa incredibile ondata di intolleranza (e di violenza), oppure le nazioni culla del liberalismo sono destinate in breve tempo a diventare dei Paesi autoritari. Chomsky, tuttavia, ha aggiunto considerazioni interessanti anche perché riguardano un’icona del pensiero marxista come Antonio Gramsci, tuttora popolare non solo in Italia e in Francia, ma anche nell’ambiente accademico anglo-americano. Il famoso linguista, oggi 94enne, sostiene che occorre battersi contro la “fabbrica del consenso”, indipendentemente dal fatto che, a proporla, sia la destra o la sinistra. Aggiunge inoltre che la celebre “egemonia culturale” elaborata da Gramsci, con i suoi corollari quali le figure degli “intellettuali organici”, altro non è che un tipico strumento della suddetta fabbrica del consenso. Chi la teorizza è convinto di stare dalla parte giusta perché ha compreso lo sviluppo inevitabile delle leggi marxiane della Storia, ed è quindi autorizzato ad imporre agli altri la propria visione del mondo. Cosa succede se non si riesce a convincere qualcuno circa la bontà della suddetta visione? In quel caso si deve ricorrere, sempre in nome della Storia, a metodi coercitivi (per il suo stesso bene). In altri termini lo si “rieduca”, magari in appositi campi come accadeva in passato nell’Unione Sovietica e accade ancor oggi nella Repubblica Popolare Cinese. Chomsky, socialista libertario (e spesso confuso), rifiuta nettamente questo metodo affermando che abbiamo a disposizione soltanto due strade: “possiamo fare come Hitler e Stalin o possiamo difendere la libertà di parola”, e tertium non datur. Adesso bisogna ora capire fino a che punto il manifesto sarà efficace, e se le tante autorità accademiche e giornalistiche che hanno ceduto senza combattere ai nuovi talebani avranno dei ripensamenti. La situazione è particolarmente grave in un’America che appare in guerra con se stessa, proprio quando la Cina comunista sta sviluppando la sua battaglia per l’egemonia globale. Anche Chomsky, per quanto in tarda età, ha compreso che la tolleranza nei confronti delle opinioni altrui – e la loro difesa - rappresenta il vero baluardo della democrazia.
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Molti intellettuali americani e inglesi si sono apertamente ribellati alla dittatura del politically correct.