Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Giorgio Ambrosoli e Francesco Marcone. Eroi borghesi

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Per la mitologia classica l’eroe è un essere semidivino, figlio di un mortale e di una dea, che compie gesta prodigiose.

Nel corso della storia successiva l’eroe dismette gradualmente i panni divini e militareschi e il concetto di eroe e delle sue azioni è applicato anche a un modello civile.

Gli eroi moderni sono spesso semplici uomini e donne che si prodigano per una causa, generalmente per il bene comune.

Il termine eroe borghese è stato usato per la prima volta da Corrado Staiano nel suo libro del 1991, Un eroe borghese, nel quale ha descritto la vicenda di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese, ucciso nel 1979 per le sue indagini su illeciti amministrativi. Per le stesse motivazioni venne ucciso a Foggia nel 1995 l’avvocato Francesco Marcone.

Anche lui può essere definito un “eroe borghese”.

Giorgio Ambrosoli, nato a Milano il 17 ottobre 1933, in gioventù era stato monarchico cattolico e conservatore. Nel settembre 1974 la Banca d’Italia lo nominò commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Ambrosoli scoprì, allibito, il castello di trucchi contabili, operazioni speculative, autofinanziamenti truffaldini su cui si era retto l’inganno della Banca.

Sfatando le previsioni di chi lo avrebbe voluto influenzabile, sensibile agli equilibri politici per la sua ideologia, nei cinque anni consecutivi, il «moderato» Ambrosoli, rimase fedele alla propria integrità morale, nonostante le pressioni dall’alto, i tentativi di corruzione che sfociarono in minacce di morte, e la conseguente solitudine in cui gradualmente sprofondò.

 

Su ordine di Sindona l’11 luglio 1979 fu assassinato da un sicario venuto dall’America.

In una lettera alla moglie aveva scritto: «pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese……Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso sè stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.»

La storia di Ambrosoli è un esempio, tragicamente emblematico, della storia politica italiana: una terra di illegalità sistemica, di poteri criminali che si saldano al potere istituzionale, di compromissioni a buon mercato e tentazioni consociative.

Nell’Italia corrotta di ieri come in quella di oggi, l’onestà è la più imperdonabile delle virtù e un servitore dello Stato finisce per diventare un ribelle solitario, un lottatore coraggioso: un eroe borghese, appunto, suo malgrado.

In un’intervista del 2010 Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, cosi commentava l’omicidio di Ambrosoli: «Certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando.».

In seguito si scusò e come credente si disse addolorato per la morte di un innocente.

Ma l’espressione usata dimostrò l’indifferenza e l’insofferenza dominante verso chi lotta per i valori morali e per il bene pubblico.

La storia si ripeté quakche anno dopo con l’avvocato Francesco Martone.

Nato a Foggia il 14 dicembre 1937, dopo alcuni anni di lavoro al nord Italia, era tornato nella città natale nel 1990 con l’incarico di direttore dell’Ufficio Registro, un ufficio importante, con circa 60 dipendenti.

Si era reso subito conto della situazione e nei tre anni successivi riesaminò fascicoli su fascicoli, bloccò pratiche irregolari e impose rigore formale sugli atti che arrivavano alla sua firma.

Inviò una lettera di avvertimento ai notai e commercialisti, diffidandoli dal dare credito a chi millantava scorciatoie burocratiche e notizie pubblicate anche a mezzo stampa.

Il 31 marzo 1995, al ritorno a casa, un killer professionista lo uccise con due colpi di pistola.

Qualche settimana prima aveva denunciato in procura i faccendieri che promettevano di facilitare le pratiche ed intascavano mazzette.

Marcone, come Ambrosoli, era consapevole del rischio che correva: tre anni prima che lo uccidessero, mentre guardava in TV le immagini della strage di Capaci, la figlia Daniela gli chiese: «Possibile che le mafie siano capaci di fare questo? -  e aggiunse: Per fortuna qui non corriamo questi pericoli». E il padre le rispose semplicemente: «Ne sei proprio sicura?»

Le indagini sull’omicidio non portarono a nessun risultato e il caso fu archiviato in via definitiva nel 2004 senza colpevoli, né arresti.

In un’intervista del settembre 2022 su l’Espresso la figlia Daniela ha rievocato l’isolamento della famiglia dopo l’uccisione e come fu negata l’esistenza di una mafia locale che solo dal 2021 ha portato allo scioglimento del Comune di Foggia e di altre cinque amministrazioni del comprensorio.

Nell’intervista ha ricordato anche il suo successivo impegno nell’Associazione Libera contro le mafie a fianco di magistrati coraggiosi, rivendicando l’esistenza di tanti dipendenti pubblici onesti come suo padre.

A Francesco Marcone è stata conferita una medaglia d'oro al merito civile.

Dopo la sua morte la sorella Maria scrisse un libro, Storia di Franco ripubblicato di recente. Si tratta della storia del fratello all’interno della famiglia, dall’infanzia alla morte; una storia commovente, dedicata ai giovani, di una persona da non dimenticare.

 

 

 

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