Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Pensieri intrusivi: evidenziarli per depotenziarli

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Vi è mai capitato di avere un pensiero intrusivo?  Era il titolo di un articolo pubblicato sulla rivista Donna di La Repubblica nel 2014a firma di Elasti che mi aveva colpito,

Non conoscevo il termine “intrusivo” riferito ai nostri pensieri e nei trattati sui quali preparavo l’esame di psichiatria negli anni 50, e su quelli di psicologia o psicanalisi di allora, erano descritte soprattutto le idee ossessive come manifestazioni di malattia mentale.

Una ricerca su Medline ha documentato che da parte di psicologi e psichiatri l’interesse per i pensieri intrusivi è piuttosto recente: cliccando intrusive thoughts si trovano solo 3 pubblicazioni scientifiche nel periodo 60-70, 47 nel 2000 e 159 nel2020 con un totale di oltre 2000.

Dall’esame della letteratura emerge che i pensieri intrusivi sono involontari, hanno un contenuto quasi sempre spiacevole, sono ricorrenti, spesso associati a stati depressivi transitori e possono alterare l’equilibrio psichico, provocando ansia o angoscia, ma soprattutto che essere presenti in soggetti senza modificazioni strutturali della personalità.

Solo se persistenti sfociano nel 2-3 % dei casi in una nevrosi ossessiva, vera e propria malattia mentale, oggi descritta dall’acronimo DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo, caratterizzata da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che “obbligano” la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali per tranquillizzarsi.

 

Questo non avviene nei pensieri intrusivi che rimangono allo stato di pensiero.

Gli esseri umani pensano molto e velocemente; sono oltre mille i pensieri che vengono alla mente in un solo giorno.

Il pensiero identificala specie umana: quattro secoli fa Cartesio, filosofo e matematico, coniava l’espressione, ormai famosa, Cogito ergo sum, Penso dunque sono.

A prescindere dalle implicazioni filosofiche e della genesi, il pensiero si presenta con una incredibile varietà di espressioni e nella pratica quotidiana si rivela quasi sempre utile e razionale; comunque, ad eccezione dei pensieri intrusivi e delle idee ossessive, dipende sempre dalla volontà del soggetto; agli estremi ci sono i pensieri sublimi di tipo religioso espressi da Blaise Pascal o laico da Einstein e quelli orribili di Adolf Hitler nel Mein Kampf.

Dal punto dista etimologico il termine “intrusivo” proviene dal latino medioevale trudere, spingere, col prefisso intensivo “in”, spingere dentro; anche il termine “ossessione”, ha una derivazione latina, obsessio nella accezione militare di assedio, occupazione. Secondo alcuni ricercatori idee ossessive e pensieri intrusivi hanno origine comune, ma è opportuno tenerli distinti dal punto di vista pratico.

I pensieri intrusivi possono comparire in situazioni quotidiane banali, come aver dimenticato le chiavi di casa, o di chiudere il gas, ma hanno spesso un contenuto di tipo aggressivo o sessuale patologico, come la pedofilia, le malattie, il timore di essere contagiati, la propria identità sessuale, oppure il frequente ricordare eventi avversi del passato.

La maggior parte delle persone non dice di averli, anche per il loro spiacevole contenuto: un esempio è quello riportato nell’articolo citato all’inizio: una giovane donna è in cucina dove è presente anche la culla col bambino, sulla tavola si trova un coltello e la donna ha un pensiero terribile, transitorio, senza alcuna conseguenza, ma che le lascia un sentimento profondo di angoscia e colpa.

Alcuni studi suggeriscono una frequenza elevata di pensieri intrusivi nella popolazione normale: da una ricerca del2013 effettuata su settecento studenti di tutto il mondo è emerso che il 90 per cento aveva pensato di andare fuori strada con la macchina, più del 40 per cento provava l’impulso di gettarsi dall’alto, un desiderio così comune che in inglese ha anche un nome: high-place phenomenon.

Pensieri intrusivi sono stati riportatianche in personaggi famosi: Winston Churchill aveva l’impulso a saltare dai balconi e a gettarsi sotto i treni in corsa, il grande matematico Kurt Gödel si faceva preparare il cibo dalla moglie pensando fosse avvelenato; l’idea ossessiva si trasformò in anoressia grave che lo portò alla morte.

Alfred Nobel era così terrorizzato di essere bruciato vivo che le ultime parole del suo testamento furono: «È mio espresso desiderio che quando morirò mi vengano aperte le vene, i miei resti potranno essere cremati solo dopo che questo sarà stato fatto e che medici competenti avranno confermato la mia morte».

Eliminare i pensieri intrusivi è tutt’altro che facile per la loro tendenza a ripresentarsi, ma depotenziarli è possibile e necessario non solo per evitare l’ansia e l’angoscia che quasi sempre li accompagnano, ma anche per impedire che divengano costanti sfociando in una vera e propria malattia mentale.

Se lo stato di salute generale è compromesso da altre malattie occorre mettere in atto tutte le misure per riportarlo in equilibrio; inoltre devono essere valutati gli stati di ansia o depressione quasi sempre presenti.

E’ molto importante evitare stress eccessivi e mantenere le relazioni affettive, possibilmente in un contesto sociale positivo.

Terapie farmacologiche sono state proposte solo nei pazienti con malattia mentale conclamata e ovviamente richiedono l’intervento del medico.

Le tecniche di meditazione possono essere utili per imparare a controllare i pensieri che invadono la nostra mente senza il nostro permesso.

Durante gli anni universitari ho praticato lo hatha yoga con relativo tappetino e posizioni seguendo le indicazioni tratte dal libro di Constant Kerneiz, filosofo e induista francese (Hatha Yoga, Casini ed. Roma, 1951).

I pensieri involontari, dovevano essere tagliati alla radice con la tecnica della falce; in seguito ho abbandonato tappetino e posizioni, ma la tecnica della falce mi è ancora utile.

Recentemente si è diffusa la meditazione mindfulness: le tecniche usate sono varie.

Le più utilizzate si basano sulla focalizzazione dell’attenzione e sul controllo della respirazione, allontanando ogni pensiero interferente.

La meditazione può permettere anche un’autoanalisi, o introspezione psicologica.

La scrittura dei problemi riscontrati in una specie di diario, la rende ancora più efficace.

Nel finale del film di Billy Wilder, A qualcuno piace caldo, del 1981, Jerry Daphne subiva la corte del miliardario Osgood Fielding III e quando gli confessò di essere un uomo, ebbe la famosa risposta: «Well, nobody's perfect» (Beh, nessuno è perfetto).

Del tutto aderente alla realtà umana la battuta è rassicurante per chiunque non solo per chi ha pensieri intrusivi.

Lasciandoli andare senza reagire con rituali o azioni mentali, considerandoli semplicemente come eventi mentali, ne facilita la gestione.

Gli psicologici consigliano una “attivazione comportamentale che impedisce ai pensieri intrusivi di bloccare le azioni, il rifiuto di obbedire agli ordini del terrorista che è nella testa.

Viene citata la metafora del conducente dello scuolabus: l’autista sa dove vuole andare ma, alle sue spalle, i bambini gridano «Stop! Vai a sinistra! Vai a destra!» ridono, cantano. Tutto questo disturba il conducente, che però va avanti senza obbedire e ascoltarli.

Non cerca di farli scendere, e non può farlo, ma segue comunque il suo percorso, malgrado tutto e tutti.

E’ una metafora colorita, ma che conferma ancora una volta il ruolo fondamentale della nostra coscienza nel controllare pensieri ed atti.

 

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