Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Individualismo parziale e assoluto

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Tutti coloro che si propongono di definire il liberalismo con poche e precise parole sono destinati a percorrere un sentiero irto di ostacoli.

È ovviamente possibile caratterizzarlo come una dottrina che antepone la libertà dell'individuo a qualsiasi altro valore ma, a questo punto, risulta pure necessario compiere alcuni passi ulteriori.

In particolare, occorre chiarire che cosa si intende con il termine “individuo”, come deve essere delimitato il concetto di "libertà", e quali sono le relazioni - e di che tipo - tra libertà individuale e libertà collettiva.

È noto, a questo proposito, che i principi liberali sono flessibili al punto di consentire il loro abbinamento con filosofie assai diverse: basti pensare che in Italia liberale fu Benedetto Croce, esponente dell'idealismo, mentre nell'area culturale anglosassone liberali sono per lo più gli eredi dell'empirismo di Locke e di Hume.

Il pericolo che deriva dall'accresciuta - ma spesso basata su interpretazioni superficiali - popolarità del liberalismo è che esso diventi una semplice moda, il che altro non farebbe che sostituire alla precedente moda marxista un altro modello basato più sull'influenza dei mass media che sulla serietà dell'analisi.

Si può innanzitutto notare che individualismo e liberalismo (inteso nel senso classico) sono abbinati, anche se nella tradizione idealista si affermò per un certo periodo un'accezione di liberalismo diversa da quella oggi in voga.

M’interessa tuttavia il significato più comune del termine, giacché ad esso si riferisce il dibattito odierno.

 

Si afferma infatti da più parti che è il singolo individuo a costituire l'unico metro di giudizio quando si studia il funzionamento della società, mentre quest'ultima non avrebbe, qualora fosse separata dalle persone che la compongono, alcun valore autonomo.

Secondo questa linea di pensiero, il tutto (la società) non è superiore alla semplice somma dei membri (gli individui) che ne fanno parte; ne consegue che ogni strumento di politica sociale che intenda modificare il corso spontaneo degli eventi deve essere rifiutato in quanto potenzialmente limitatore della libertà individuale.

Acquista allora un peso rilevante il concetto di "libertà negativa": un individuo è libero se, e soltanto se, la sua sfera privata non è esposta a coercizioni di alcun tipo.

Enunciata in questo modo, la tesi potrebbe anche sembrare accettabile, ma si deve rammentare che, per i sostenitori di questo genere di approccio, si rivelano coercitivi anche eventuali provvedimenti di politica sociale miranti a ridurre le diseguaglianze tra i cittadini.

Non solo: a loro parere tali provvedimenti, pur assunti a fin di bene, finiscono inevitabilmente con il danneggiare l'intera società a causa degli squilibri artificiali indotti nel gioco del libero mercato.

Ed è proprio la nozione di "mercato" a costituire l’architrave di tale concezione. Non si può negare l’effettiva indispensabilità del libero mercato nella società moderna, ed è pure lecito insistere sul fatto che esso non ha alternative plausibili qualora si voglia continuare a vivere in un ordinamento che assicuri degli accettabili livelli di benessere diffuso.

Tuttavia, si ha spesso l’impressione che in alcune analisi dei nostri giorni il mercato acquisti una dimensione autonoma ed incontestabile (finendo così per essere ipostatizzato): qualunque intervento umano rischierebbe insomma di compromettere i meccanismi spontanei che l'hanno generato.

Se accettiamo tali premesse la spontaneità deve in ogni caso essere preferita alla costruzione esplicita della dimensione sociale, e la funzione dello Stato consiste, tutt’al più, nel proibire l'interferenza con i processi sociali evolutivi spontanei.

Anche chi condivide la concezione liberale classica, che è basata su una visione molto realistica (per non dire improntata al pessimismo) della natura umana, può chiedersi fino a che punto un individualismo così estremo possa essere difeso.

Sulla scia di Popper, è legittimo porre in rilievo i limiti strutturali delle nostre capacità conoscitive ed i pericoli insiti nei progetti politici utopici, i quali trascurano la libertà dell'individuo per realizzare una presunta giustizia sociale "completa".

Ciò non significa negare, tuttavia, che anche l'individualismo ha dei limiti.

Se si parte dall'assunto che la scelta individuale è l'unica base del comportamento umano, l'individualismo rischia di degenerare ben presto nel soggettivismo.

In altri termini, il soggetto diventa una sorta di a priori dalle cui libere scelte tutto il resto può essere dedotto.

Esso non è parte di un contesto più ampio che alle sue stesse scelte conferisce significato, bensì un assoluto al quale in ultima analisi vanno ricondotte le dimensioni del senso, della razionalità e dell'agire.

Potrebbe sembrare, questa, la giusta strada per giungere ad una visione realistica della società, non inficiata da inutili sovrastrutture intellettuali.

Eppure non è così, poiché il risultato è, invece, una grande astrattezza: l'individuo isolato ed assolutizzato non è qualcosa di esistente nella realtà, bensì una mera creazione della mente.

Percorrendo questa strada, si giunge alla conclusione che (1) non esistono dati sopraindividuali che possano essere sottoposti ad esame oggettivo, e (2) dal fenomeno della scelta individuale è possibile dedurre l'intera teoria economico-sociale.

L'esperienza storica spinge giustamente a polemizzare contro i progetti di pianificazione economica totale: essi sono irrealizzabili poiché comportano un ingiustificato spreco di risorse, e tale polemica è strettamente collegata alle considerazioni popperiane circa l'impossibilità di costruire la perfetta società del futuro.

D'altro canto, oggi non ci si limita a questo, ma si tende a coinvolgere il concetto di pianificazione in quanto tale, giacché esso presuppone una teoria dell'azione non basata su criteri rigidamente individuali.

Si può allora notare che ipotizzare un individuo isolato dalle cui scelte, in meccanica congiunzione con le scelte degli altri individui, si possa dedurre l'intera struttura della vita sociale, è mera utopia. Ed è un'utopia che è la speculare controparte dell'idea secondo cui l'intera struttura della vita sociale può essere dedotta dalla "classe" intesa come entità a se stante.

Si tratta, in entrambi i casi, di ipostatizzazioni che nulla hanno a che fare con la vita concreta; nel primo caso si presuppone la presenza di un mitico individuo isolato, nel secondo l'altrettanto mitica presenza di una classe che prescinde dagli individui che la compongono.

In realtà, sin dalla nostra nascita noi non siamo individui isolati, bensì individui che agiscono in un contesto sociale. Facciamo insomma parte di un gruppo che si è dato delle regole, e queste regole determinano il senso stesso delle nostre azioni.

Risulterebbe quindi assai difficile determinare che cosa sia un individuo prescindendo dall'intera rete di relazioni sociali che fissano i criteri in base ai quali si svolge la sua vita. Tuttavia occorre aggiungere ancora qualcosa per completare il quadro.

L'insieme delle relazioni sociali di cui abbiamo appena parlato dà vita al mondo sociale, e tale mondo ha via via conquistato una sua dimensione autonoma che è difficile contestare.

Istituzioni, forme di governo, regole, etc. sono certamente prodotti del genere umano, ma la loro forza è tale da produrre ciò che oggi si chiama “reazione di feed-back” (retroazione), ragion per cui essi sono influenzati dalle azioni degli individui ma, a loro volta, le influenzano.

Se non teniamo conto di questo fatto, diventa arduo dare un senso alle nostre stesse azioni.

Abbiamo, dunque, una sorta di doppia dipendenza.

Da un lato le istituzioni politico-sociali dipendono dagli individui, in quanto non potrebbero neppure essere immaginate in loro assenza (in altri termini, esse non si creano da sole: in un pianeta privo di esseri umani non ci sarebbero istituzioni sociali).

Dall'altro gli individui dipendono, anche se non in modo completo, dal contesto sociale in cui sono inseriti. E tale dipendenza non è totale per un motivo molto semplice: l'individuo non dipende interamente dal contesto sociale in quanto, da un certo punto di vista, egli è pure parte del mondo naturale.

Per quanto riguarda la sua configurazione fisica e materiale, egli è infatti un oggetto tra gli oggetti.

Tuttavia non può essere questo il nostro segno distintivo, altrimenti non vi sarebbe differenza alcuna tra noi e, ad esempio, i computer con i quali scriviamo. La differenza risiede, appunto, nell'essere noi inseriti in un mondo sociale che è in gran parte autonomo da quello naturale.

Questo mondo sociale ci fornisce non solo le regole per l'azione o il linguaggio per comunicare in maniera intersoggettiva, ma anche gli strumenti per metterci in contatto con il mondo naturale di cui facciamo parte dal punto di vista meramente fisico.

Il nostro rapporto con il mondo naturale è sempre un rapporto mediato, giacché la scienza stessa è un prodotto sociale, e gli strumenti scientifici che usiamo per indagare la natura sono il prodotto di una ricerca storica che trova in ambito sociale la sua giustificazione ultima (il desiderio di conoscere il mondo circostante).

Infine, la nostra attività concettuale, mediante la quale categorizziamo il mondo, ha senso soltanto all'interno di un contesto sociale.

L’uso dei concetti - come quello del linguaggio - sorge e si sviluppa solo in un ambiente comunicativo: l'individuo isolato che tiene conto unicamente dei propri scopi e dei propri desideri costituisce, come ho prima rilevato, mera finzione e indebita ipostatizzazione.

È questo, a mio avviso, il limite più evidente dell'individualismo estremo che è diventato oggi così popolare.

 

 

 

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