Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ljudmila Michejlovna Pavlicenko in difesa del suo popolo

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Domenica 12 giugno 1941. Ljudmila Michejlovna Pavlicenko, una bella ragazza ucraina di 25 anni, si trovava a Odessa sul Mar Nero, per motivi di studio.

La giornata era splendida e con un’amica aspettavano il pranzo al ristorante. Per la serata avevano in programma di assistere a la Traviata in un teatro locale. Improvvisamente un altoparlante nella strada annunciava l’invasione della Russia da parte della Germania nazista.

L’enorme potenziale bellico del III Reich, era stato scagliato fulmineamente contro l’Unione Sovietica prima ancora della dichiarazione di guerra.

Una tempesta di fuoco si abbatté lungo gli sterminati confini del Paese dal Mar Baltico al Mar Nero.

Hitler aveva dichiarato: «la guerra contro la Russia … è una lotta tra ideologie e razze diverse e deve essere combattuta con una durezza, una determinatezza ed una inesorabilità senza precedenti.» L’operazione Barbarossa aveva come obbiettivi la germanizzazione dei territori occupati e lo sterminio delle popolazioni residenti per fame e deportazioni.

 

Alla fine del conflitto i morti complessivi nell’Unione Sovietica furono circa 20 milioni, le sofferenze e le distruzioni incalcolabili. Gli obbiettivi di sterminio e la ferocia nazista furono i motivi perché la lotta contro gli invasori divenisse una guerra di popolo.

 Ljudmila Pavlicenko nacque a Boguslav, alla periferia di Kiev, nel 1916. A sedici anni entrò in fabbrica a Kievcome operaia e s’iscrisse successivamente all’Università. Nel poligono di tiro adiacente alla fabbrica mostrò subito una particolare abilità di tiro.

Durante un picnic partecipò con i compagni al gioco del donylco: le bottiglie delle bevande una volta svuotate, venivano messe su un bastone biforcuto con il collo rivolto verso i tiratori a distanza di 25-30 metri.

Il proiettile doveva entrare nel collo della bottiglia, senza danneggiarne i lati, e riuscire dal fondo frantumandolo. Ljudmila riuscì a centrare tre fondi. In seguito perfezionò la sua abilità, conseguendo il brevetto di tiratrice scelta alla scuola di Kiev con il massimo dei voti.

Si arruolò volontaria come tiratrice scelta nell’Armata Rossa, partecipò alla difesa di Odessa e successivamente a quella di Sebastopoli fino al giugno del 1942.

Furono complessivamente 309 le uccisioni degli invasori, di cui oltre 30 cecchini. Ljudmila venne definitala la “cecchina” più letale di tutti tempi. La vita al fronte era durissima: di notte doveva entrare da sola nella “terra di nessuno”, attendere a lungo prima di localizzare il bersaglio e subire il fuoco nemico quando scoperta.

In un duello con un temibile cecchino nemico, impiegò due giorni per studiarne la posizione e inquadrarlo nel mirino. Il destino delle 2000 tiratrici scelte era molto spesso tragico. Nella campagna di Russia solo 500 sopravvissero. Le prigioniere venivano prima stuprate, poi fucilate.

Lujdmila rimase ferita gravemente più volte. A Sebastopoli s’innamorò di Aleksei Kicenko, luogotenente della sua compagnia. Si sposarono al fronte, ma il marito rimase ucciso dopo appena tre mesi.

A Ljudmila venne conferito l’Ordine di Lenin, massima onorificenza dell’Unione Sovietica. Nell’agosto del 1942, richiamata in congedo a Mosca, fu inviata direttamente da Stalin con una delegazione giovanile negli Stati Uniti alla conferenza internazionale degli studenti per perorare l’apertura di un secondo fronte in Europa. Ospite della Casa Bianca, divenne amica di Eleonora Roosevelt con la quale percorse tutto il Paese tenendo conferenze ed incontri con varie personalità.

L’amissione proseguì in Canada ed in Inghilterra. Ancora sotto i bombardamenti tedeschi incontrarono anche Winston Churchill.

Ljudmila suscitava ovunque grande interesse e consensi per le azioni compiute negli eserciti alleati anche perché le donne non partecipavano direttamente alle battaglie.

Tornata a Mosca dopo quattro mesi venne convocata al Cremlino e Stalin la fece sedere di fronte a lui invitandola a parlare della sua attività di cecchino e chiedendole di tornare a combattere. Ma i suoi compiti per tutta la guerra furono quelli di formare centinaia di tiratori scelti, svolgere azioni di propaganda bellica e raccogliere fondi.

Al termine del conflitto si laureò all’ Università di Kiev, lavorando come storica al Quartier Generale della Marina Sovietica. Partecipò a conferenze, congressi, campagne di sensibilizzazione sociale e manifestazioni sportive di tiro. Inoltre fu membro attivo del Comitato Sovietico Veterani di Guerra.

Lottò costantemente con una forte sindrome depressiva, soffrendo anche di disturbi da stress post-traumatico e alcolismo. Questi fattori probabilmente contribuirono alla morte a 58 anni nel 1974.

L’autobiografia La cecchina dell'Armata Rossa, pubblicata dalla casa editrice Odoya nel 2021 (l’edizione originale russa è del 2015), è un’avvincente testimonianza storica ed umana. Tradotto in più di dieci lingue, ha ispirato il film Resistance. La battaglia di Sebastopoli.

Al termine del libro è riassunto il significato che la patriota russa diede alla sua vita nel descrivere il ritorno a Sebastopoli nel 1970 e la visita alle tombe dei caduti in difesa della città.

«Misi un mazzo di garofani rossi sul memorale…Un silenzio solenne, meraviglioso regnava sul cimitero della Fraternità … Niente era cambiato da quando le truppe e gli ufficiali del 54° reggimento fucilieri avevano sepolto il sottotenente Aleksey Kicenko, valoroso ufficiale e mio marito Era caduto in una guerra di una violenza senza precedenti. Insieme eravamo stati sulla linea di fuoco, ma io ero sopravvissuta per vedere la vittoria, lui no.

Nel ricordare quei giorni disperati pensai che la nostra generazione si fosse trovata di fronte non solo ad una grande prova ma anche un grosso privilegio. Eravamo riusciti a difendere il nostro paese come se tutti fossimo nati, cresciuti e avessimo studiato e lavorato proprio a quello scopo: proteggere la patria con il nostro corpo nel momento del bisogno.»

Se la vita di Ljudmila Michejlovna Pavlicenko si svolge in un contesto storico profondamente diverso da quello attuale, la sua motivazione, resistere all’ìnvasione del proprio Paese, è identica a quella degli ucraini, uomini e donne di oggi.

 

 

 

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