Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Max Weber e il metodo delle scienze storico-sociali

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Weber ha fornito un grande contributo al metodo e ai compiti propri della sociologia e delle scienze sociali in genere. Iniziò criticando la “Scuola storica” tedesca dell’economia, che vedeva in ogni sistema economico la manifestazione dello “spirito di un popolo”. Weber. rivendica, in questo senso, l’autonomia logica e teorica della scienza.

Lo “spirito del popolo” non è per lui che un prodotto culturale. In secondo luogo, egli critica il materialismo storico-dialettico in quell’aspetto che pone la sovrastruttura ideologica in stretta dipendenza dalla struttura economica.

Per Weber questo rapporto va determinato di volta in volta, perché può anche essere rovesciato (ad esempio, la religione può influire sull’economia in maniera determinante, come dirà nella Etica protestante). In terzo luogo, critica il neo-criticismo e lo storicismo tedesco contemporanei, rifiutando la riduzione della sociologia a scienza ausiliaria delle scienze storiche, ovvero negando che la psicologia sia la base della sociologia (in particolare, rifiuta l’idea che con l’intuizione si possa comprendere e rivivere l’esperienza altrui.

 

La Erlebnis di Dilthey appartiene, a suo avviso, al sentimento non alla scienza controllata. Dello storicismo Weber rifiuta anche l’idea che possa esservi un oggetto storico “individuale”. Esso – egli afferma - esiste solo nella scelta individualizzante fatta dal ricercatore all’inizio dell’indagine, quando considera certi oggetti più importanti di altri.

L’oggettività per Weber è un criterio molto relativo: non è possibile parlare della conoscenza come di una riproduzione integrale o definitiva della realtà, in quanto va riconosciuta la relatività dei criteri di scelta della conoscenza storica. Nonché l’unilateralità dell’indagine storica che delimita di volta in volta, orientandosi verso un valore o verso un altro, il proprio campo di ricerca. Il destino dello scienziato è quello di venir superato continuamente in un lavoro senza fine.

Sotto questo aspetto non esistono neppure per Weber delle scienze privilegiate. Infine dello storicismo rifiuta la critica al positivismo. Afferma infatti che la visione del mondo positivista è fallita perché la realtà socio-culturale in cui gli esseri umanni vivono è sempre diversa, non deducibile da leggi generali (il positivismo invece si era trasformato in una metafisica).

Tuttavia resta fedele al concetto positivistico di scienza, secondo cui la validità delle affermazioni scientifiche si basa non su presupposti sovra-empirici, ma su dati empiricamente dimostrabili (i fatti vanno separati dai desideri).

La “sociologia comprendente” di Weber è il tentativo di conciliare storicismo e positivismo, cioè le connessioni storico-culturali con l’esigenza di una validità empirica. In questo senso egli unisce ciò che la sociologia precedente teneva diviso: ricerca empirica, elaborazione teorica, interpretazione generalizzante di formazioni sociali collettive.

In Germania nessun altro seppe farlo e in Francia vi riuscì solo E. Durkheim. Weber, in ultima analisi, si oppone sia al “realismo” che attraverso organismi collettivi (come gruppi e istituzioni) intende rendere indipendente le leggi sociali dall’individuo, sia a quel tipo di “idealismo” che vuole porre a fondamento della propria spiegazione i “valori”.

 

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