Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La discutibile metodologia di Angelo Del Boca

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Il giornalista e scrittore Angelo Del Boca è stato autore di una torrenziale pubblicistica su argomenti storici disparati: gli italiani in Libia; gli italiani in Eritrea; gli italiani in Somalia; la guerra italo-etiopica del fascismo; una biografia di Gheddafi; una biografia di Hailé Selassiè; molto ben altro ancora e su altri temi ancora, come I figli del sole: mezzo secolo di nazifascismo nel mondo.

Del Boca, con posizioni ideologiche apertamente rivendicate e conclamate, ha incontrato i favori ed il sostegno di un potente apparato mediatico e politico ed ha goduto di una certa popolarità fra i lettori di questa area.

Tuttavia egli è stato, spesso e fortemente, criticato da storici per i contenuti dei suoi libri. Molti hanno rintracciato nella sua pubblicistica errori storici fattuali, omissioni incomprensibili di eventi fondamentali per la comprensione delle vicende trattate, interpretazioni discutibili, il ricorso alla retorica nel tentativo di suggestionare il lettore, l’uso di giudizi di natura ideologica privi dell’oggettività ed imparzialità necessari nella storiografia.1

Ad esempio, Del Boca si è accanito sull’impiego da parte italiana di armi chimiche nella guerra d’Etiopia degli anni ’30, su cui egli si è dilungato e soffermato dandone giudizi come «vergogna nazionale», «peggior crimine del regime» e così via, trattandosi di una violazione delle leggi di guerra vigenti. Un intero capitolo de Gli italiani in Africa orientale (vol. II. La conquista dell’impero) è destinato alla guerra chimica, di cui però parla anche dopo ed in altri suoi volumi.

Ebbene, è incomprensibile ad una analisi razionale perché Del Boca praticamente ometta l’uso da parte delle armate etiopiche delle pallottole “dum dum”, anch’esse armi vietate dalle leggi di guerra internazionali, esattamente come quelle chimiche.

 

Egli ne accenna una sola volta in tutto il libro La conquista dell’impero e ne ammette l’impiego nelle ultime righe di una nota a piè di pagina.

Insomma, sia gli italiani, sia gli etiopi usarono armi vietate dalle leggi di guerra, ma Del Boca scrive in modo torrenziale di questa violazione da parte italiana, mentre invece l’identico operato da parte etiopica riceve poche righe nel fondo di una nota.

Lo stesso avviene in altri libri di Del Boca, come La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo (Milano 2010), in cui nuovamente il giornalista si dilunga e sofferma per tutto il testo sull’utilizzo di aggressivi chimici per mano dell’esercito italiano, mentre l’ammissione che l’esercito etiopico faceva ricorso alle pallottole dum dum è celata in una noterella di tre righe.

Per inciso, l’iprite ed il fosgene usati in un contesto ambientale e bellico come quello dell’Etiopia degli anni ’30 poteva essere meno efficienti militarmente di pallottole dum dum.2

Una costante di Del Boca è la descrizione in termini negativi dei protagonisti italiani delle sue narrazioni ed in termini positivi dei loro avversari. Ad esempio, eccome come Del Boca descriveva Ismail Enver Pasha il comandante militare turco che aveva combattuto le forze italiane in Libia: «Usciva così dalla scena uno degli avversari più capaci e leali che l’Italia avesse mai incontrato. Un uomo dolce, sensibile, che non conosceva l’odio».3

Enver Pasha, comandante militare dei turchi in Libia durante la guerra italo-turca, poi ministro della guerra dei cosiddetti “Giovani Turchi”, fu uno dei membri del triumvirato che governò la Turchia per anni, dal 1913 sino al 1918, assieme a Ta’lat Pascià e Ahmed Jemal.

Si tratta di quel gruppo di potere che progettò, organizzò e realizzò il genocidio degli armeni, facendo 1.500.000 morti.

La sopravvivenza del popolo armeno fu resa possibile soltanto dalla sconfitta militare dei turchi nel primo conflitto mondiale e dall’esistenza di una grossa comunità armena nell’impero russo. Enver Pasha fu anche il promotore del genocidio dei greci nel Ponto (350.000 morti, si è calcolato) e di quello degli assiri (275.000 vittime, a quanto risulta).4

In che modo Angelo Del Boca possa definire Enver Pasha, responsabile di tre genocidi, quale un «uomo dolce, sensibile, che non conosceva l’odio» è impossibile a comprendersi, tranne magari ricordando che lo spietatissimo generale turco aveva comandato la campagna di guerra contro l’Italia in Libia. Come si è detto, è frequente in Del Boca che coloro che gli avversari dell’Italia ricevano giudizi alquanto discutibili storicamente.

Difatti, un altro libro di questo giornalista, Gheddafi. Una sfida dal deserto (edito da Laterza nel 2010) è un esercizio stilistico di “ballo sulle uova” nel descrivere alcune “imprese” del dittatore libico.

Quando parla della brutale espulsione ordinata da Gheddafi di italiani ed ebrei dalla Libia, previa confisca dei loro beni, Del Boca imbastisce un discorso contraddittorio ed oscuro, talora ambiguo.

Egli incomincia spiegando che la decisione di Gheddafi sarebbe stata presa in risposta ad un rifiuto di Aldo Moro di recarsi in Libia ed alla sua incomprensione dei «meandri della politica italiana». Poi, descrivendo le reazioni degli italiani di Libia, il giornalista scrive:

«Gli italiani di Libia ascoltano questa sentenza […] con rabbia e indicibile amarezza. Essi non possono accettare che venga loro applicata la legge del contrappasso. Poiché non si sentono affatto responsabili degli inganni, delle confische, dei furti, delle stragi operati in Libia in nome di Giolitti e di Mussolini. Essi non vedono alcuna giustificazione nelle decisioni libiche e interpretano il decreto del 21 luglio soltanto come una vendetta».

Si ignora che cosa esattamente Del Boca intendesse esprimere con questo brano sibillino: per caso, egli suggeriva che gli italiani abitanti in Libia, piccoli o piccolissimi proprietari quasi sempre, avrebbero dovuto “comprendere” la decisione del dittatore Gheddafi di confiscarne i beni e cacciarli?

Il giornalista prosegue scrivendo che il governo italiano «assume un atteggiamento prudente ed equilibrato. E cerca inoltre di riprendere i contatti con Tripoli», ma con «le esitazioni, le ambiguità, il falso amor patrio», quello che avrebbe condotto al fallimento diplomatico della ricerca di un accordo.

«Per cui il governo di Tripoli applica le misure annunciate contro gli italiani senza attenuarne il rigore, come sarebbe stato invece auspicabile e possibile.» Insomma, se Gheddafi espelle gli italiani sarebbe responsabilità del governo di Roma! Invece, se fosse stata pronunciata una «precisa condanna del passato colonialista», magari il dittatore libico avrebbe sì applicato la decisione già presa di una pulizia etnica, ma attenuandone il rigore: una pulizia etnica ... attenuata, sic!

Del Boca conclude infine il suo capitoletto riserbato alla cacciata degli italiani dalla Libia con il definire la posizione del governo Moro «equilibrata e lungimirante» (ma non era stata politicamente fallimentare?), soggiungendo: «Ma proprio perché è moderata, non può essere apprezzata dai profughi dalla Libia».

Ancora una volta, viene da chiedersi se questo scrittore si attendesse che gli italiani di Libia mostrassero “comprensione” per la pulizia etnica di cui erano state vittime.

Infine Del Boca chiude dicendo che rimane comunque sul tavolo la questione dei risarcimenti che spetterebbero … alla Libia. Sulla sorte degli ebrei libici, anch’essi derubati dei beni ed espulsi assieme agli italiani, il biografo di Gheddafi evita d’aggiungere altro alla fuggevole menzione che ne fatto: magari perché, essendo arabi, non avrebbe avuto alcun senso chiamare in causa il “colonialismo”.

Se ci è qui soffermati un attimo su questo capitolo di Del Boca è perché esso è caratteristico del suo modus operandi, con il ricorrere di giudizi soggettivi (politicamente orientati) e la creazione di un discorso che, più che destinato a conoscere e comprendere la storia, è strumentale a persuadere il lettore a giudicarla in un dato modo.

La biografia di Gheddafi contiene altri brani analoghi. Ad esempio, quando scrive delle accuse al dittatore libico d’essere un finanziatore e protettore di terroristi ed alle conseguenti sanzioni internazionali decise dall’Onu, Del Boca commenta:

«Quanto all'episodio delle sanzioni, esso, a ben guardare, non può fornire alcun motivo di esultanza. Se è vero che la Libia di Gheddafi è costretta a pagare un alto prezzo per il suo dispregio delle regole della convivenza civile, è anche vero che alla sua condanna si è giunti con metodi non proprio ortodossi, con eccessi di potere, con arroganti ultimatum lesivi della sovranità di un paese. […] Anche se la lotta contro il terrorismo di Stato è giusta, i tempi e i metodi impiegati sono sicuramente discutibili».

È veramente curioso che Del Boca giudichi con tali distinzioni una decisione d’imporre sanzioni internazionali ad uno stato, che è esattamente quanto fu fatto contro l’Italia fascista quando attaccò l’Etiopia e che non riceve alcuna reprimenda da parte di questo autore nel suo La conquista dell’impero.

 

All’opposto, quando Angelo Del Boca tratta di italiani, allora sa essere drastico. Si prenda il suo libro Italiani, brava gente? Un mito duro a morire [Vicenza 2005].

Ad esempio, Del Boca prende per buona l’indimostrata ed erronea ipotesi su Fenestrelle quale lager, riprendendola da un libro del giornalista napoletano Gigi Di Fiore, uno dei cosiddetti “revisionisti del Risorgimento”.

Si tratta di quel mito di un “lager per i borbonici” posto in questa fortezza alpina che il professor Alessandro Barbero ha totalmente e definitivamente smentito nel suo documentato e minuzioso saggio su Fenestrelle.5

La definizione fantasiosa della fortezza di Fenestrelle come “lager”, con tutte le assonanze che questo termine suscita e l’apparentamento di una caserma dell’Italia liberale alla Dachau nazista, si ingloba Del Boca nel suo sforzo d’interpretare la repressione del brigantaggio come «una guerra di tipo coloniale, che anticipò […] quelle poi combattute in Africa».

Non risulta in verità che egli abbia mai dedicato uno studio al brigantaggio postunitario e quanto egli afferma al riguardo assai difficilmente troverebbe il consenso di specialisti di storia del Risorgimento o del brigantaggio sebbene la teoria del colonialismo interno sia contestatissima, per non dire rifiutata dalla storiografia accademica.6

Successivamente, sempre nello stesso libro, Del Boca intitola perentoriamente un capitolo Le colpe di Cadorna, in cui critica pesantemente Luigi Cadorna, capo di stato maggiore dell’esercito italiano dal luglio del 1914 sino all’autunno del 1917.

Il capitolo contiene diversi errori storici fattuali, tanto che si apre con la dichiarazione che la decisione dell’ingresso in guerra dell’Italia il 24 maggio del 1915 non sarebbe stata «presa dal Parlamento, dopo un esauriente dibattito, ma soltanto da tre uomini: il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, e Vittorio Emanuele III.»

Veramente, il parlamento italiano dibatté sull’eventualità della guerra per mesi e mesi e la decisione d’intraprenderla fu presa con il suo consenso, poiché il 20 maggio votò un disegno di legge che concedeva al governo pieni poteri in vista del conflitto, con una maggioranza di maggioranza di 407 voti contro 74.7

Del Boca imputa all’Italia un «tradimento» verso l’Austria, che invece semplicemente non vi fu. Il trattato della Triplice Alleanza era stato denunciato dal governo italiano settimane prima della dichiarazione di guerra.

Inoltre e soprattutto esso era stato ripetutamente e gravemente violato dall’Austria, non dall’Italia: il 13 ottobre 1904 Aehrenthal, ambasciatore asburgico a san Pietroburgo, e Lamsordv, ministro degli esteri zarista, firmarono un trattato segreto senza informare l’Italia, ciò che violava le norme della Triplice; il capo di stato maggiore asburgico, Conrad von Hötzendorf, richiese per due volte un attacco a sorpresa ed a tradimento contro l’Italia, paese alleato, precisamente dopo il terremoto di Messina del 1908 (la prima volta) e durante la guerra di Libia nel 1911 (la seconda volta).

Il Conrad ammette questi suoi progetti persino nelle sue memorie: Feldmarschall Conrad, “Aus meiner Dienstzeit”, Wien-Berlin, 1921; l’articolo VII del trattato stabiliva che l’Italia aveva diritto a compensi territoriali dall’Austria nel caso che essa si espandesse nei Balcani, il che era avvenuto con l’annessione unilaterale della Bosnia-Erzegovina compiuta dall’Austria nel 1908.

Ma non vi fu alcun compenso territoriale austriaco, in totale violazione del patto; Durante la guerra italo-turca l’Austria non solo progettò d’attaccare, senza motivo ed a tradimento, l’alleata Italia (il che non avvenne solo per merito della Germania), ma diede appoggio politico e militare nascosto alla Turchia, incitando Istanbul a continuare il conflitto e fornendogli armi e finanziamenti, ciò che era un tradimento effettivo ed anzi un casus belli.

Il trattato della Triplice Alleanza fu quindi infranto dall’Austria-Ungheria molte volte, prima che l’Italia decidesse di denunciarlo, con azione ineccepibile in termini di diritto internazionale.

Angelo Del Boca poi azzarda che l’Austria sarebbe stata disponibile a cedere parte del Trentino e della Venezia Giulia pur di avere la neutralità dell’Italia, mentre la documentazione diplomatica prova che mai il governo imperiale ebbe tale intenzione, ma soltanto quella di guadagnare tempo per vincere la guerra senza che l’Italia entrasse nel conflitto.

È fallace o perlomeno inesatto anche quello che egli scrive che le aspirazioni italiane «contemplavano anche obiettivi imperialistici del tutto estranei alla visione risorgimentale del conflitto. Per esempio, prevedevano l'annessione all'Italia di territori abitati da forti minoranze tedesche, slovene e croate».

Del Boca trascura che le terre irredente dell’Italia erano tutte segnate ma mescolanza etnica, cosicché sarebbe stato impossibile una separazione netta fra italiani, germanici e slavi. Ma sia in Venezia Giulia, sia nel Trentino-Alto Adige vi era una complessiva maggioranza italiana, mentre la Dalmazia era una regione storicamente italiana, anche se slavizzata a forza con misure durissime dall’impero d’Austria e dai nazionalisti croati.

 

Vi sarebbe tanto altro da aggiungere soltanto su questo libro, appunto Italiani brava gente?, ma per brevità si passa al capitolo conclusivo di quello che dovrebbe essere in teoria un libro di storia, che si rivela invece un discorso di campagna elettorale in previsione del voto del 2005.

Del Boca si cimenta difatti in una lunga, strabiliante contestazione di … Silvio Berlusconi, che si protrae per alcune pagine e che non ha alcun nesso con il resto del libro, a meno di non voler stabilire una continuità (quale però?) fra personaggi ed epoche differenti come Cialdini, Cadorna, Mussolini e Berlusconi.

Può essere utile riportare alcune frasi di Del Boca su Berlusconi, per meglio comprendere quanto sia stato imparziale ed equilibrato questo giornalista e scrittore:

«Il paese ha un bisogno urgente, disperato di buona politica e lui gli dà del cattivo spettacolo, della cattiva retorica, se ne sta via un mese per farsi fare un lifting al viso». L’elettore medio di Berlusconi è così dipinto:

«Poiché non viene incoraggiato a dare importanza all'integrità, alla trasparenza, all'onestà dei leader politici, non è neppure interessato al rinnovamento morale del paese»; «Questo modello di italiano, un chiaro prodotto del consumismo, dell'ignoranza e dell'egoismo».

Il libro di Del Boca era uscito nel 2005 e si sarebbe votato nel 2006: palesemente, la parte finale è propaganda elettorale, volta a cercare di convincere i suoi lettori a non votare Berlusconi.

Non si tratta d’apprezzare o meno il Cavaliere, quanto di sottolineare che considerazioni come quelle di Del Boca stonano del tutto in un libro di storia, quanto stonerebbe uno storico che in questo 2021 scrivendo della vita di Giacomo Leopardi si mettesse ad un certo punto ad attaccare Mario Draghi.

 

Sull’obiettività ed imparzialità di Angelo Del Boca si lascia il giudizio al lettore di questo articolo. Si deve comunque qui ricordare una regola aurea ed incontestata che riguarda la storiografia, le scienze umane, le scienze tutte: la distinzione fra scienza da una parte, politica, religione, etica etc. dall’altra. La storiografia, come insegnava già “Il vecchio maestro” Leopold von Ranke, è diretta alla conoscenza e comprensione della storia umana, non strumentale al supporto di questa o quella ideologia o progetto politico. Uno studio storico preparato in modo da essere funzionale ad una “causa” politica rischia d’essere per ciò stesso, di per sé, erroneo.

 

 

Note

1. Come pars pro toto, si rimanda qui a quanto ha contestato a Del Boca nelle sue elucubrazioni sulla guerra italo-jugoslava lo storico Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Confine orientale. Italiani e slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo, 2020 Massa, Eclettica Edizioni; due saggi storici di grande importanza sono quelli di Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di Polizia Coloniale nelle fonti dell'Esercito Italiano, Roma 2010 e Libia 1922-1931. Le operazioni militari italiane, a cura dell’Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 2012, che ricorrono ad una ampia, accurata ed inesplorata documentazione, presentando una ricostruzione delle vicende belliche coloniali per certi aspetti antitetica a quella di Angelo Del Boca.

2.Il riconoscimento della scarsa efficienza dei gas sul fronte etiopico, dovuta a molti fattori anche climatici ed ambientali, si ritrova addirittura in un volume miscellaneo curato dallo stesso Del Boca, beninteso non nelle pagine scritte direttamente da questo giornalista: Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma 1996.

3. A. Del Boca, Gli italiani in Libia. I. Tripoli bel suol d’amore. 1860-1922, Laterza 1986, ed. su licenza Milano 2000, p. 202.

4. Sul genocidio armeno, il riferimento indispensabile nella foltissima bibliografia che lo affronta è al saggio di Vahakn Dadrian, History of the Armenian Genocide: Ethnic Confl ict from the Balkans to Anatolia to the Caucasus, revised and enlarged 8th printing. New York and Oxford: Berghahn Books, 2006.

5. A. Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari 2012].

6. Sul brigantaggio postunitario la storiografia è sterminata, per cui ci si limiterà a pochi cenni delle opere più rilevanti degli ultimi anni. cfr. Lupo S., Il grande brigantaggio. Interpretazione e memoria di una guerra civile in Storia d'Italia Einaudi, Annali XVIII, Guerra e Pace, a cura di W. Barberis, Torino, 2002, pp. 463-502; M.G. Greco, Il ruolo e la funzione dell’esercito nella lotta al brigantaggio (1860-1868), SME, Roma 2011 il recente ed imprescindibile saggio del professor Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Roma-Bari 2019, probabilmente il miglior saggio d’insieme sul brigantaggio postunitario. Tutti questi autori e moltissimi altri rifiutano l’idea di un “colonialismo interno”, vecchia ipotesi ottocentesco da tempo ripudiata, rimarcando invece la natura almeno parzialmente criminale del brigantaggio.

7. Piero Melograni, Storia politica della grande guerra 1915-1918, Milano 2001.

 

 

 

 

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