Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I deportati italiani nei lager di Francesco Giuseppe

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L'impero d'Austria, anche quando ormai rantolava ed era prossimo alla morte, diede prova della sua storica ostilità verso l'Italia. Un numero imprecisato, certamente nell'ordine di molte decine di migliaia, di italiani fu deportato in campi d'internamento perché ritenuto "politicamente inaffidabile".

A migliaia morirono in questi lager per le condizioni durissime in cui erano detenuti. Si tratta di vicende ormai abbastanza studiate, dopo un lungo oblio durato interi decenni.

Occorre una breve premessa giuridica. Erano state promulgate alcune norme straordinarie, che di fatto attribuivano alle autorità militari poteri amplissimi. Furono specialmente due ordinanze ad essere foriere della trasformazione dell’Austria in un regime militare semidittatoriale.

L’ordinanza del consiglio dei ministri 158/14 sospendeva le libertà personali, di stampa, di associazione, di corrispondenza. L’ordinanza imperiale 156/14 sottoponeva i civili alla giurisdizione militare ed estendeva la competenza dei tribunali militari anche per reati in passato sottoposti alla magistratura civile.

Furono poi emesse molte altre ordinanze e norme, di ogni sorta, dall’obbligo per i civili di prestare servizio come manodopera nella produzione bellica a misure di controllo della valuta, della stampa, delle poste etc. etc. etc. etc.

Si noti che formalmente nessuna di queste leggi speciali consentiva di deportare cittadini perché “sospetti”, in assenza persino di un processo. Tuttavia le autorità militari lo imposero di propria volontà, servendosi di poteri enormi ad esse concesse.

 

Il cavillo giuridico fu l’estensione a tutto l’impero della legge LXIII del regno d’Ungheria (si ricorda che l’impero era diviso in regno d’Austria e regno d’Ungheria) del 1912, che ad un suo paragrafo autorizzava d’allontanare cittadini “sospetti” dalle zone di guerra.

In teoria, potevano essere deportati in questi lager soltanto i cittadini austriaci di nazionalità italiana che fossero ritenuti “politicamente inaffidabili” (politisch unverlässlich), tale la denominazione impiegata.

Tuttavia, questo condusse ad una sistematica violazione delle leggi e della costituzione dell’Austria.

L’internamento era infatti consentito per volontà delle autorità militari, in assenza di processo e sulla base di semplici “sospetti”. Stando così le cose, chiunque poteva essere deportato, in assenza di prove sulla sua effettiva pericolosità. I militari avevano redatto vere e proprie liste di proscrizione, di cui si servirono per scaraventare nei lager migliaia di italiani sudditi del kaiser.

Si calcola che furono circa 75-80.000 trentini e circa 70.000 italiani della Venezia Giulia, a cui si debbono ancora aggiungere numerosi dalmati italiani. Alcuni erano profughi effettivi, in fuga da zone di guerre, ma per la maggior parte di loro non vi erano giustificazioni belliche, poiché abitavano lontano dal fronte.

Era difficile essere deportati? Tutt'altro, tutt'altro. Si possono portare alcuni esempi.

Gino Privilegi era un cittadino di Parenzo, in Istria. Fu deportato nel febbraio del 1917 e persino processato per offese contro il kaiser Francesco Giuseppe.

Che cosa aveva fatto? Egli si era rifiutato di suonare l'inno imperiale con il suo violino ad una festa e quando era morto Francesco Giuseppe, si era recato in un caffè e senza mostrare segni di dolore.

Stefano Vidulich, italiano di Lussinpiccolo, nel Carnaro, subì quasi tre anni di deportazione od incarceramento, fra campi e prigioni, perché aveva un amico garibaldino (di quale età, poi?) ed imprecava contro il governo.

Eugenia Zulian, triestina, fu arrestata e processata perché teneva in casa un disco con L’inno di Garibaldi. Assolta dal tribunale militare, fu comunque spedita in campo d’internamento. Ilda Salata fu internata in un lager soltanto perché era la moglie di Francesco Salata, importante politico liberal-nazionale. Il rapporto di parentela fu sufficiente per spedire in un campo d’internamento una donna che non aveva mai fatto politica in vita sua ed era sempre vissuta con riservatezza.

Finirono deportati anche giovanissimi. Giorgio Petronio, orfano di sedici anni di Trieste, fu arrestato, processato e condannato al carcere da un tribunale militare per aver tenuto con sé un volantino lanciato da un aereo italiano. Scontata la pena carceraria, l’adolescente finì internato in un lager, quello di Mittergraben.

Pietro Franca, dodicenne (dodicenne, poco più di un bambino) di Parenzo, in Istria, fu arrestato, spedito a processo davanti al tribunale militare ed infine deportato perché la polizia aveva scovato durante una perquisizione nella casa paterna alcuni scritti privati del ragazzino critici verso l’Austria.

All’altro estremo dell’età, finirono il triestino Leopoldo Mauroner (classe 1839) ed il rovignanese Lodovico Sgnidarich (classe 1841) perché … avevano combattuto con Giuseppe Garibaldi in Francia nel lontano 1870-1871. I due anziani furono arrestati e deportati. Ancora più vecchio era Matteo Cibić, di Prosecco (Venezia Giulia).

Questi era un contadino di 88 anni nel 1917, neppure italiano in senso stretto ma di origini slovene. Finì deportato perché, molti anni prima, aveva votato per il partito liberale italiano, fra l’altro formazione politica perfettamente legale secondo le stesse leggi austriache e che amministrava la maggioranza dei comuni giuliani, a cominciare da Trieste, prima della guerra.

Fu deportato, anche se non fu rinchiuso in un campo d’internamento per la sua condizione di alto prelato, persino il principe vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, che nonostante il suo rigoroso rispetto delle leggi e malgrado fosse entrato in carica con l’approvazione dell’imperatore stesso si era reso inviso agli austriaci per il suo tentativo di difendere il Trentino dalla germanizzazione forzata promossa da Vienna già negli anni di pace.

Ma gli esempi di persone deportate praticamente per nulla sarebbero innumerevoli, comprendendo amici o parenti di irredentisti, malcapitati che tenevano in casa un busto di Dante o che evitavano di frequentare locali pubblici di militari imperiali e così via.

Questa era "l'Austria felix" della leggenda: somigliante all'URSS di Stalin.

 

 

Bibliografia

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