Per una storia della Camera del Lavoro di Torre Annunziata (1901 - 2001)

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia Contemporanea
Creato Giovedì, 10 Giugno 2021 20:23
Ultima modifica il Giovedì, 10 Giugno 2021 20:35
Pubblicato Giovedì, 10 Giugno 2021 20:23
Scritto da Raffaele Scala
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Nella storia del movimento operaio meridionale, le vicende riguardanti l’area torrese stabiese occupano un posto importante, per la quantità e la qualità dei fatti accaduti e per lo spessore dei personaggi che, tra l’800 e il 900, di queste vicende sono stati protagonisti.

Tutto questo si deve al fatto che il territorio torrese stabiese ha un’antica vocazione industriale, le cui origini risalgono al primo periodo borbonico, già con Carlo III e poi con Ferdinando IV. Basti pensare alla Real Fabbrica d’Armi, risalente al 1759 e che produceva pistole, fucili e sciabole.

Questa fu la prima ed unica fabbrica del genere che forniva armi a tutto l’esercito del Regno delle Due Sicilie, dando lavoro a 300 operai. Nella vicina Castellammare, invece, sorgeva il principale cantiere navale del regno, costruito nel 1783, affiancato dalla Corderia militare, costruita nel 1796, dando complessivamente lavoro ad oltre 2000 addetti. A Gragnano, fin dalla seconda metà del 1600, si era andato ramificando un’estesa rete di artigiani dell’arte bianca.

Questo triangolo industriale, caso raro nel panorama desolato di un Mezzogiorno sostanzialmente sottosviluppato, crebbe e si sviluppò fin dai primi decenni dell’800, grazie anche alla svolta protezionistica del 1823 che attirò numerosi e cospicui capitali stranieri. Svizzeri e francesi in particolare.

Una crescita impetuosa che consentì a Torre Annunziata, così come la vicina Castellammare, di diventare una delle prime 20 città del Sud passando dai 3.850 abitanti del 1819 ai 15.585 del 1861.

La crescita demografica porterà a 25.655 abitanti nel 1881 e poi a 28.084 nel 1901. L’importanza del polo dell’arte bianca, costituito da Torre Annunziata e da Gragnano, sarà tale che i loro 168 pastifici e molini copriranno, all’inizio del nuovo secolo, l’80% dell’intera provincia e la loro esportazione si diffonderà ben presto oltre i confini nazionali, fino a varcare l’oceano atlantico.

 

A Torre Annunziata, dopo l’Unità d’Italia, l’industria molitoria si andò rafforzando sempre di più, diventando il vero e proprio volano dell’economia locale.

I suoi imprenditori seppero cogliere le innovazioni e sfruttare le tecnologie più avanzate, ma provocando con ciò, nel 1878, con l’introduzione delle prime macchine capaci di ripulire automaticamente le semole, la reazione furibonda dei lavoratori, spaventati dallo spettro di una disoccupazione che già avanzava, perché laddove prima erano necessari sei uomini per scuotere i crivelli, ora n’era sufficiente uno solo.

Sulle orme di Ned Ludd, l’operaio tessile inglese che, verso la fine dell’700, per primo avrebbe distrutto i telai del padrone nella contea di Leicester, così i lavoratori torresi fecero esplodere la loro esasperazione contro la dilagante disoccupazione, sfogando sulle macchine la loro impotenza.

Accadde il 29 maggio 1878, ma alcuni raccontano che la rivolta durò diversi giorni. Gli operai invasero e devastarono gli stabilimenti, distruggendo i macchinari e in uno scontro rimase ucciso anche un industriale nel tentativo di riportare alla ragione i lavoratori, ma forse questo non corrisponde al vero considerando le successive condanne dei colpevoli.

La città fu posta in stato d’assedio e a rivolta domata, si scatenò la repressione con centinaia d’arresti. In 50 furono condannati a pene variabili tra i due e i sei anni di carcere. Nulla invece accadrà sei anni dopo, nel 1884, quando furono introdotti i molini a vapore, le impastatrici e le presse meccaniche, provocando il licenziamento di almeno la metà degli operai occupati.

Tra i pastifici più importanti sorti nell’ultimo ventennio del 1800, sono da ricordare quello di Giovanni Voiello che nel 1879 fondò un pastificio a presse idrauliche, nel 1881 abbiamo il primo molino a cilindro a vapore di Orsini Domenico, seguito nel 1882 da Antonio Dati.

Nel 1883 nacque il complesso industriale di Scafa & C. considerato il più grande e importante del Mezzogiorno, nel 1884 vennero gli opifici di De Nicola e Cirillo, di Gaetano Fabbrocini, di Antonio Ciniglio, di Alfonso Lettieri e così via, fino a raggiungere, ai primi del 1900, 57 pastifici e 14 molini.

«L’occupazione complessiva dell’arte bianca si aggirava intorno ai tremila operai, e colle famiglie sono più di diecimila le persone che vivono direttamente, a Torre, coll’industria delle paste», scriveva Oddino Morgari sull’Avanti! in un articolo, poi riprodotto sul settimanale socialista locale Verità, il 1° maggio 1904. Una cifra quasi enorme se si considera che la cittadina contava intorno ai 28.000 abitanti.

Questo sviluppo sembrava essere senza fine se ancora nel 1949 si contavano 59 pastifici e 9 molini. Poi il declino, lento ma inarrestabile.

Una crisi nata dalla incapacità di adeguarsi alle nuove esigenze della tecnica produttiva e di reagire alla tecnologia della industria molitoria del Nord che invadeva i mercati del Mezzogiorno con i suoi prezzi competitivi e resi accattivanti da una pubblicità sempre più aggressiva ma anche suadente allo stesso tempo.

Così come influirono carenze infrastrutturali, fattori ambientali, pesantezza burocratica ed una classe politica inadeguata, probabilmente addirittura incapace di aprirsi al nuovo che avanzava, di sapere cogliere le innovazioni, di saperle fruttare al servizio del proprio territorio e della collettività

Nel 1959 ancora resistevano 28 pastifici in grado di produrre quattromila quintali di pasta al giorno, ma il tracollo era ormai alle porte ed era tutto nelle cifre crude del censimento che diceva come l’occupazione industriale avesse subito un calo verticale che la portava dal 53% del 1951 al 27% del 1981, quando i pastifici si contavano sulle dita di una mano e davano lavoro soltanto a poche decine di persone.

Oggi non ne rimane che uno solo, quello di Setaro, uno stabilimento fondato nel 1900 e che rimane come pura testimonianza del tempo che fu.

L’inizio degli anni ’80 del secolo appena trascorso, rappresentò anche l’avvio di quel processo di deindustrializzazione dell’intero apparato produttivo, di quei settori cioè che subito dopo il secondo conflitto mondiale avevano cominciato lentamente ad assorbire i lavoratori dell’arte bianca andata in crisi. Una crisi, secondo Stefania Caiazzo in La Campania verso il 2000”, un volume a cura di Alessandro Dal Piaz, dettata dalla incapacità di ristrutturarsi e di modificare la dimensione aziendale e l’organizzazione produttiva, dall’isolamento delle grandi aziende campane dai centri decisionali del nord, dal ruolo di segmenti di fine ciclo produttivo.

E’ stata questa debolezza strutturale a far registrare un forte cedimento del numero degli addetti soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni. Così Torre Annunziata e Castellammare persero, tra il 1980 e il 1990, rispettivamente 1800 e 1250 addetti, nelle classi più elevate e nei settori metallurgico e materiali da costruzione.

Secondo una nostra indagine, i posti di lavoro andati persi tra il 1985 e il 1998 nelle dodici maggiori aziende industriali, tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, furono 4.241, essendo questi passati, in 13 anni, dai 6.354 ai 2.113.

Una leggera ripresa, destinata a rimanere costante, si ebbe dal 1999, quando, per la prima volta, dopo il 1985, si registrò un’inversione di tendenza e il segno divenne positivo con un più 244 addetti.

Sono lontani e ormai perduti per sempre i tempi della, Ferriera e Acciaierie del Vesuvio. Sotto la spinta del governo liberale - progressista di Agostino Depretis (1813-1887), che inasprì il regime doganale protezionista teso a favorire l’industria siderurgica, Natanson e Duchè fondarono, nel 1887, un laminatoio di travi denominato, Ferriera del Vesuvio. Acquistato dalla Società Ferriera Italiana nel 1901, si trasformò in acciaieria con due forni Martin Siemens da 20 tonnellate.

Nel 1918 passò al consorzio Ilva che ampliò e potenziò l’impianto. Per anni fu l’unico centro siderurgico attivo in Campania. Una fabbrica, meglio conosciuta dalle più giovani generazioni come Deriver, che da sola ha scritto capitoli importanti della storia del movimento operaio di questa città

La denominazione Deriver trova la sua origine nel luglio del 1961, quando dalla fusione delle società Ilva e Cornigliano nacque la SpA Italsider.

Nell’agosto del 1964, l’impianto di Torre Annunziata venne scorporato dando vita, appunto, alla Deriver SpA, compartecipazione tra la Finsider e l’Unite State Steel Corporation.

Nel 1972 il gruppo IRI Finsider rilevò interamente la società continuando a dare lavoro a circa 500 dipendenti, rispetto agli oltre 1000 di inizio secolo.

Le vicissitudini continuarono nel 1991 quando la Deriver venne venduta a un privato, il milanese Redaelli, che chiuse lo stabilimento dopo poco più di un anno, accompagnato da grandi scioperi e strascichi giudiziari, anche di ordine penale, sulla vendita, poco chiara, avvenuta nel 1991, coinvolgendo dirigenti sindacali e lo stesso Consiglio di Fabbrica.

Così come è ormai dimenticato William Robinson, un ufficiale inglese al servizio della Marina borbonica che si fece promotore, nel 1830, di un laboratorio di arti meccaniche e pirotecniche nel quale, oltre a costruire razzi e mitraglie, a perfezionare polveri da guerra e da commercio, ad eseguire e ad applicare trivelle per pozzi artesiani, ad approntare un piccolo cavafondo di sei cavalli, si costruirono diversi modelli di macchine. La storia è stata raccontata da Luigi De Rosa nel suo brillante e approfondito libro Capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno.1840-1904. La morte di Robinson, nel 1837, portò i suoi collaboratori a trasferirsi nella Reggia e, successivamente a Pietrarsa dove nel 1842 ebbe luogo la costruzione dello stabilimento, dando vita alla celeberrima Officina. Ad opera di un altro inglese, Giovanni Pattison, fu invece l’apertura di un gasometro con tutte le attrezzature (canalizzazione, candelabri, mensole) di macchine per la fabbricazione stearina, per la laminazione del piombo ecc.

Ancora esistente, seppure in crisi, è la Reale Fabbrica D’Armi, fortemente voluta da Carlo III di Borbone (1716 – 1788), alla vigilia del suo ritorno in Spagna, nel 1759, per ereditarne il trono. Essa in origine ebbe un ruolo di fondamentale importanza nella crescita della cittadina, che allora contava non più di tremila abitanti.

Oggi è più comunemente denominata Spolettificio, anche se la sua definizione corretta è Stabilimento militare Spoletta (STA. MI. SPO.) con una forza lavoro di oltre 300 unità.

Nel suo futuro s’intravede, secondo un programma fortemente voluto dall’amministrazione comunale, una trasformazione in polo universitario e la valorizzazione del sito archeologico di Oplonti attraverso la realizzazione di un'area museale per l’esposizione dei suoi reperti.

Utilizzando la forza motrice del canale artificiale del Conte di Sarno, Francesco Sabatini, allievo di Luigi Vanvitelli (1700 – 1773), ideò e realizzò il complesso militare su 50mila mq, destinato alla produzione di armamento leggero da fuoco per l’armata borbonica. La fabbrica aveva 4 macchine fisse di 82 cavalli, 6 caldaie capaci di 131 cavalli vapore, una produzione giornaliera di oltre 250 fucili completi di sciabola-baionetta e di tutti gli accessori, oltre a quella di una considerevole quantità di armi da fuoco e bianche.

È in questa cornice di sviluppo economico che il proletariato di Torre Annunziata cominciò lentamente a prendere coscienza di sé, della propria condizione, dei suoi diritti negati, la consapevolezza, insomma di essere una classe sociale sfruttata ma che poteva e sapeva difendersi, se soltanto avesse saputo organizzarsi. Lo fece lentamente, con brusche interruzioni e periodi di buio, ma sempre, con caparbietà, seppe riprendere il suo cammino.

I primi tentativi di organizzazione, di tipo politico, si fanno risalire al 1862 quando si andarono organizzando un Comitato di provvedimento e poi un Comitato di Masaniello, entrambi legati alle esigenze delle prime formazioni politiche dei Democratici, di risvegliare lo spirito rivoluzionario e antimonarchico, di ispirazione mazziniana.

Poca roba, ma abbastanza per mettere in allarme il Sottoprefetto di Castellammare. Appena un anno prima aveva stilato un rapporto affermando che in questo Circondario, oggi da noi definito area torrese stabiese, esistevano soltanto circoli senza nessun colore politico.

Cosi come, secondo il sottoprefetto, erano da definirsi isolati e difficilmente ripetibili i tumulti che nei primi mesi del 1861 avevano interessato questo territorio e in particolare, in febbraio, Castellammare in seguito al licenziamento di 400 operai dei cantieri navali e Boscotrecase, in maggio, dove c’erano stati violenti dimostrazioni da parte di operai tessitori.

Alcuni anni dopo, nel novembre del 1869, ancora a Castellammare, sarà fondata una sezione della 1° Internazionale, di ispirazione anarchica e forte di ben 500 iscritti.

Anni di silenzio, poi i tumulti del 29 maggio 1878 di cui abbiamo già detto, una nuova pausa e poi lo sciopero di 50 pastai nel 1883, per chiedere un aumento di salario, solo parzialmente riconosciuto.

Nel 1891 incontriamo, nella nostra storia, per la prima volta, Gino Alfani (1866-1942). Il leggendario rivoluzionario molisano, aveva già avuto modo di mettersi in evidenza a Napoli, città nella quale la famiglia d'origine si era trasferita e dove aveva potuto completare gli studi universitari. Successivamente rivestirà un ruolo di primo piano nella storia del movimento operaio di Torre Annunziata e, più complessivamente, in quello regionale e meridionale.

Invitato a Torre Annunziata per commemorare, l’11 aprile 1891, la recente scomparsa del repubblicano Aurelio Saffi (1819 – 1890), Gino Alfani tenne un comizio in Piazza Ferrovia, cui parteciparono oltre mille cittadini. Forse fu l’entusiasmo giovanile, Alfani aveva solo 25 anni, forse fu la forte partecipazione popolare o più semplicemente il suo carattere sanguigno, resta il fatto che il nostro rivoluzionario si lasciò andare ad apprezzamenti sempre più pesanti nei confronti del governo, provocando l'inevitabile reazione del delegato alla pubblica sicurezza, intimando l'immediata interruzione del comizio.

La folla non fu però d’accordo e la rissa scoppiò, violenta. Nella confusione che ne seguì Gino Alfani ne approfittò per rompere l’asta della bandiera sulla testa del malcapitato poliziotto. L' episodio fu ripreso e raccontato da Carlo Califano, uno dei primi socialisti di Torre Annunziata, in un articolo scritto per il settimanale socialista Verità nel suo numero del 1° maggio 1907. Qui, con il titolo, Tre date storiche, egli descrisse il fatto come

«l’inizio d’un nuovo risveglio, il popolo si scosse e incoraggiati s’incominciò a vedere qualche larva di organizzazione che man mano, attraverso mille peripezie ed ostacoli a stento poté mostrare la sua esistenza».

In realtà, in questo ultimo decennio del 1800, cominciò a venire alla ribalta un nucleo di giovani socialisti come Edoardo Sola (1871-1931), Fedele Venturini (1874- ?), Alcibiade Morano, Cataldo Vito Maldera (1859 – 1918), Luigi Tramonti, Raffaele Oliva, Giuseppe De Simone, Alessio Roma e Giuseppe Di Casola. Quest'ultimo, coinvolto nella gigantesca rissa del comizio di Gino Alfani e per questo arrestato e condannato per direttissima.

In tutto non erano più di una quindicina i sovversivi, ma capaci, sull’onda dell’entusiasmo giovanile e della fede cieca nel sole dell’avvenire socialista, di guidare le prime proteste operaie e popolari dopo i fatti del 1878 e i primi scioperi organizzati, lasciandosi definitivamente alle spalle le forme arcaiche del luddismo.

Un nuovo scontro con la gendarmeria della monarchia sabauda si ebbe nell'agosto 1893, in segno di solidarietà con i manifestanti di Napoli, protestando contro il massacro di lavoratori italiani in Francia.

Ad Aigues Mortes, in Provenza, 400 lavoratori italiani, in gran parte piemontesi, avevano accettato di lavorare nelle saline con salari ridotti provocando la furibonda reazione degli operai francesi culminati il 15 e il 16 agosto in violenti scontri dove trovarono la morte un numero rimasto imprecisato di lavoratori italiani, forse 17 e circa 150 feriti, altri parlano di 400, di cui molti in gravi condizioni.

Nel processo che ne seguì non ci furono condanne per l'impossibilità di stabilire la verità dei fatti. Intanto in tutta Italia ci furono proteste e manifestazioni al grido di Abbasso la Francia, Viva l'Italia.

A Napoli le dimostrazioni, confondendosi e complicandosi per il concomitante sciopero degli oltre tremila cocchieri da nolo, si trasformarono in una vera e propria rivolta, del sottoproletariato disoccupato, mettendo per cinque giorni la città in stato d’assedio.

A pagarne le spese fu un povero ragazzo di appena 13 anni, Nunzio De Matteis, figlio di un operaio dell'Arsenale, ucciso il 24 agosto da un regio maresciallo dei carabinieri, tale Antonio Ponzetti, e numerosi feriti, quasi tutti giovanissimi. Uno dei feriti, un operaio, tale Tofano, che non c'entrava nulla con le proteste, morirà il successivo 28 agosto in ospedale.

Dalla relazione di una successiva Commissione d'inchiesta si apprende che in realtà i morti furono tre, 92 i feriti di cui 44 erano agenti di pubblica sicurezza. Inutile dire che nessuno pagò per questi tre delitti, anzi il maresciallo, messo inizialmente sotto accusa, arrestato e processato per la morte del tredicenne De Matteis, fu infine addirittura premiato, mentre decine di operai e studenti subirono svariate condanne, dai venti giorni di reclusione inflitti allo studente sedicenne, Alceste Monaco ai venti mesi per l'operaio Giacomo Seta.

Nel 1894 a Torre Annunziata fu fondato il primo circolo socialista dell’intero Circondario, dimostrando da subito una forte capacità di attrazione con oltre 40 iscritti e in grado di proporre la candidatura, poi ritirata, del socialista Gino Alfani in occasione delle elezioni politiche generali del 1895.

Un anno dopo il circolo divenne ufficialmente sezione del Partito Socialista Italiano e riuscendo nel 1897 a proporre la candidatura del socialista Angelo D'Ambrosio. Naturalmente senza nessuna speranza di essere eletto contro il candidato costituzionale, Vincenzo De Prisco.

In contemporanea con i moti e le agitazioni, che in quelle settimane stavano sconvolgendo l’Italia intera, il 2 maggio 1898, ricordata come una delle tre date storiche della ribellione popolare, ci fu un tumulto sollevato da alcune popolane e il tentativo di appiccare il fuoco al molino Scafa. Né seguì la proclamazione dello stato d‘assedio e l’arresto di quattro socialisti.

Fra questi, Edoardo Sola, condannato a tre anni di reclusione e a uno di sorveglianza speciale per associazione a delinquere ed eccitamento alla guerra civile. Già il 2 febbraio si erano però registrati seri incidenti nei pressi del palazzo municipale dove manifestanti inferociti protestarono contro il sindaco, Ciro Ilardi.

Nel tentativo di calmare le acque, il primo cittadino fece distribuire dei buoni gratuiti per il pane. La soluzione non sembrò, però, soddisfare la gente inferocita che cercò altrove quello che l’amministrazione comunale non fu in grado di offrire. Ci furono, così, tentativi di dare l’assalto ad alcune panetterie e furono rotti i vetri di alcuni negozi, provocando l’arresto di 18 persone.     

Insieme parteciparono, insomma, a tutte le lotte sociali che attraversarono il nostro paese in questo ultimo scorcio di secolo, ma su tutti emerse Edoardo Sola, sempre in prima fila nel tracciare le strategie, ma anche a scontrarsi con la gendarmeria sabauda, alla testa di tumulti, proteste e manifestazioni che infiammarono l’area torrese stabiese, così come l’Italia intera. Pagò, come abbiamo visto, con il confino politico, il carcere e la sorveglianza continua, fino alla morte, avvenuta a Milano nel 1931. Con Edoardo Sola, emerse ben presto anche Fedele Venturini, considerato, nei rapporti di polizia, come uno dei più pericolosi socialisti locali, per coraggio e spregiudicatezza. Segretario della Lega mugnai all’indomani della costituzione della Camera del Lavoro, si farà prima sospendere per tre mesi, nel novembre del 1903 e infine definitivamente espellere dalla sezione socialista, nel dicembre di quello stesso anno, in seguito ai duri scontri che avrà con Alcibiade Morano prima e con Vito Cataldo Maldera poi, quando cominceranno a diffondersi le accuse, reciproche, di connivenza con gli industriali.

Al fianco di Edoardo Sola, leader locale del sindacalismo rivoluzionario, nella lotta contro il riformismo rappresentato da Giuseppe De Simone e Cataldo Vito Maldera, rispettivamente segretari della sezione socialista e della Camera del Lavoro, il Venturini tenterà la sua ultima carta per rimettersi in gioco in quella bollente estate del 1904. Nei mesi che seguirono sembrò quasi che la sua stella tornasse a brillare ma non fu che un’illusione.

L’arrivo a Torre dell’onorevole Mario Todeschini, inviato dalla Direzione nazionale del Partito, portò a una rapida inchiesta che si concluse con l’espulsione di Edoardo Sola nel 1906.

La partenza per Milano del Sola rappresentò la definitiva sconfitta ed emarginazione di Fedele Venturini che, escluso per sempre, da ogni possibilità di direzione politica e sindacale, abbandonò in seguito ogni tipo di attività politica, salvo, quando venne il tempo, di iscriversi al partito fascista e fondare un sindacato orchestrale locale, di cui si fece eleggere segretario. Nel 1926 venne radiato dallo schedario dei sovversivi, cancellando definitivamente la memoria di quello che fu.  

Il tempo era ormai maturo se nel 1900 (ma altri scioperi erano già avvenuti nel marzo del 1898 ad opera di 26 pastai) 140 falegnami addetti alle cassette per maccheroni, su 350 dipendenti di 3 pastifici, scioperarono 4 giorni per ottenere un aumento salariale che però ottennero solo in parte.

I salari, in quello scorcio di fine ‘800, erano miserabili, se si considera che i pastai erano costretti a lavorare 14/16 ore al giorno per guadagnare da un minimo da 1.90 a 3.20 lire al giorno, mentre la paga di un fanciullo non superava una lira e 25 centesimi.

Era ormai maturo il tempo di ricostituire la sezione socialista chiusa dalle autorità dopo le agitazioni sociali dell’aprile maggio 1898.

Manifestazioni di massa che avevano sconvolto tutto il Paese, dalla Puglia alla Lombardia, a seguito dell’aumento del prezzo del pane e culminati nel massacro voluto dal generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) a Milano, quando prese a cannonate le migliaia di inermi dimostranti che avevano invaso le strade cittadine, provocando 82 morti.

Il Re Umberto I (1844 – 1900) premiò il suo coraggioso comandante militare con un’alta onorificenza e nel frattempo soppresse i giornali di sinistra, sciolse le associazioni politiche ritenute sovversive e arrestò migliaia di socialisti. Manifestazioni che, come abbiamo visto, coinvolsero anche Torre Annunziata, e più complessivamente l’intera area torrese stabiese. Ma soprattutto si erano andate consolidando, in questa città, le condizioni per fondare la Camera del Lavoro. Siamo alla fine di febbraio del 1901.

Che qualcosa si stava modificando nello scenario sociale e politico di questa città all’ombra del Vesuvio, anche se stentava a concretizzarsi, si evinse anche dalle elezioni politiche che si tennero il 3 giugno del 1900. Per la prima volta si candidava, infatti, un socialista, Giovanni Bergamasco, un protagonista nella storia del movimento operaio napoletano.

Nato nel 1863 a Pietroburgo, arrivò a Napoli nel 1885, profugo dalla Russia zarista per le sue idee anarchiche. Morì nel 1943 a Lauro, in provincia di Avellino da confinato politico.

Il collegio era da sempre appannaggio di candidati ministeriali. E anche questa volta i 2.531 votanti non delusero le aspettative del candidato ministeriale, Vincenzo De Prisco che fu eletto con 1.354 preferenze a fronte dei 79 voti di cui si dovette accontentare Giovanni Bergamasco. Il De Prisco era nato a Torre Annunziata ed era già stato eletto nella precedente legislatura. Alla Camera sedette a destra e non si segnalò in modo particolare.

In Campania, Torre Annunziata era stata preceduta soltanto dalla Camera del Lavoro di Napoli, fondata il 6 gennaio 1894, mentre nel resto del Mezzogiorno fu la sesta dopo Siracusa (1893), Catanzaro, Cosenza (1896) e Sassari (1900).

Dopo Torre Annunziata vennero Palermo, Salerno e Messina, sorte tutte nel 1901 ma, rispettivamente in maggio, agosto e ottobre. Venne poi Bari nel 1902 e così via.

Nella vicina Castellammare, dopo un fallito tentativo nell’estate del 1903, bisognò aspettare l’ottobre del 1907 per costituire una Camera del Lavoro che elesse suo Segretario generale Catello Langella. A Gragnano venne invece fondata, anche qui come a Torre sulla spinta dei mugnai e pastai, il 13 giugno 1909. Suo primo segretario fu Luigi Perillo.

Fu anche fondato un giornale, Verità, un settimanale, la cui redazione era presso la sezione del Partito socialista in via Vittorio Emanuele 47.

Il primo numero uscì il 9 maggio 1903 e continuò ad essere pubblicato, con alterne vicende, fino al 1° maggio 1907. In tutto vennero pubblicati una settantina di numeri che raccontarono le vicende umane, individuali e collettive, di un tempo ormai passato e irripetibile.

Qualche anno dopo, con l’arrivo di Gino Alfani a Torre Annunziata, nel febbraio del 1908, il nuovo segretario, venuto a sostituire il dimissionario Vito Cataldo Maldera, fondò un nuovo giornale, L’Emancipazione, organo socialista dei lavoratori vesuviani, che ogni sabato, dal 20 giugno 1908 e fino a maggio del 1914 rappresentò uno straordinario strumento di socializzazione che per sei anni scrisse la storia del movimento operaio dell’area torrese stabiese.

Primo segretario generale fu eletto Alcibiade Morano, un operaio delle Ferriere licenziato nel 1900 per rappresaglia politica. E con lui iniziò la lunga epopea del movimento operaio oplontino.

Il primo sciopero generale fu del luglio di quello stesso 1901 e riguardò naturalmente i mugnai e pastai che chiedevano un sostanzioso aumento di paga. Dieci giorni di lotta che si conclusero con la vittoria finale, ottenendo “un aumento di 15 centesimi giungendo a un salario medio di 3 lire, e i semolieri di 25 centesimi raggiungendo un salario di quattro lire, con un orario di lavoro di dodici ore.

Questi consistenti livelli salariali erano legati non solo al grado di specializzazione della categoria ma soprattutto alla dimostrata capacità di organizzazione e di lotta, scrive Francesco Barbagalli nel suo esaustivo Stato, parlamento e lotte politico sociali nel Mezzogiorno.

A partire da questa data la Camera del Lavoro si avviò a diventare una vera e propria istituzione, cittadella del proletariato meridionale, come ebbe a scrivere qualcuno, con un potere contrattuale che andava ad assumere sempre più un peso crescente.

Gli industriali ebbero paura e fondarono, a loro volta, la prima ed unica organizzazione imprenditoriale dell’anteguerra presente in Campania, per contrastare il crescente movimento rivendicativo degli operai del settore. Questa associazione imprenditoriale raccoglieva 70 soci, in rappresentanza di 37 stabilimenti, con un’occupazione pari a 1500 addetti, circa la metà dell’intera manodopera occupata nell’arte bianca. 

Sconfitti nel primo scontro che si ebbe nel dicembre del 1902, quando fu proclamato un secondo sciopero generale durato 26 giorni e durante i quali accadde praticamente di tutto: dall’uso dei crumiri, agli scontri di piazza, con cariche della polizia, fino agli arresti indiscriminati di 17 operai, l’associazione degli industriali si inventò allora quello che qualche anno fa avremmo definito “sindacato giallo” e cioè la costituzione di una seconda Camera del Lavoro, chiamata Borsa del Lavoro. Questa però fallì clamorosamente l’obiettivo che si era prefissato, non realizzando che 19 iscritti fra pastai, mugnai e meccanici.

In questi primi, burrascosi anni, di scontri di piazza, di manifestazioni e scioperi per l’affermazione delle proprie idee e per la rivendicazione dei propri diritti, alle proteste operaie, spesso l’ordine costituito, al servizio del capitale più che dello stato di diritto, rispondeva con il fuoco delle armi, uccidendo senza pietà persone inermi.

Così accadde a Torre Annunziata, quando il 31 agosto 1903, a Ponte de Rosa, al confine con Castellammare di Stabia, 5 coloni trovarono la morte e in 40 rimasero feriti perché, come racconta Marcella Marmo nel suo Il proletariato industriale a Napoli in età liberale, 500 coloni che da qualche tempo avevano aderito alla Camera del Lavoro e praticato con successo il boicottaggio contro una nuova società appaltatrice del servizio di espurgo, aspettavano al varco, disarmati, alcuni crumiri dei paesi vicini, quando la forza pubblica intervenne. E ai sassi dei dimostranti rispose sparando.

Leggendario fu lo sciopero dei portuali proclamato il 12 aprile 1904 e che durò per 72 lunghissime giornate. Si chiuse con una sconfitta pesante e gravi furono le ripercussioni sul movimento operaio, perché la crisi si inserì nella più vasta polemica che a livello nazionale contrapponeva il sindacalismo rivoluzionario di Arturo Labriola (1873-1959) a quello riformista di Filippo Turati (1857-1948).

Questi avvenimenti densi di lotte attirarono l’attenzione della stampa nazionale e la simpatia di firme prestigiose, ma anche l’antipatia e l’odio di altre, schierate apertamente sul fronte conservatore reazionario. Su tutte, su sponde opposte, una coppia celeberrima di giornalisti di razza come Edoardo Scarfoglio (1860-1917), fondatore e direttore deIl Mattino e sua moglie Matilde Serao (1857-1927). Quando il primo scriveva, il 27 gennaio 1904,

«Mentre nel nord l’agitazione per l’aumento dei salari ha sempre avuto un carattere di equità, perché è stato reclamato come un legittimo compenso a un maggiore e miglior prodotto, da noi non è se non una manifestazione puramente camorristica. I nostri operai pretendono d’essere meglio pagati non perché producono di più, ma perché organizzandosi e associandosi si sentono più forti…Quasi tutte le nostre agitazioni si risolvono in reati: a Torre Annunziata ogni momento si perpetrano violazioni della libertà del lavoro e del diritto di proprietà…tutti questi reati sono sistematicamente istigati e diretti da organismi parassitari che, sotto vari pseudonimi attinti al dizionario socialista, sono vere e proprie associazioni delittuose».

Matilde Serao, invece, schierandosi apertamente al fianco degli scioperanti, scriveva, pochi mesi dopo, nel giugno di quello stesso anno, in particolare sullo sciopero dei portuali del 1904, un bellissimo articolo intitolato Cristo dice con la sua prosa fortemente retorica, così come richiedeva il suo tempo

«Cinquemila sono: e sembrano un sol uomo, a cui la volontà invincibile faccia compiere un miracolo quotidiano, da settanta giorni, quello di subire ogni privazione, e di non lagnarsi, e di non cedere di una linea, e di non mostrare sfiducia, e di credere, si, di credere nella propria vittoria, poiché è la fede nell’ideale quella che finisce, sempre, per rifulgere».

Sotto l’urto della sconfitta e sull’onda delle violenti polemiche che ne seguirono, con pesanti, mai provate, accuse fatte nei confronti di Vito Cataldo Maldera, reo di avere mal guidato la vertenza e di avere trattenuto “oscuri rapporti” con gli industriali e con Eugenio Guarino (1875 – 1938), Segretario della Borsa del Lavoro di Napoli, che a più riprese, in quegli anni, aveva sostenuto le lotte dei mugnai e pastai torresi partecipandovi direttamente, portando la solidarietà, l’esperienza e il peso della più potente struttura camerale del capoluogo campano, l’ala sindacalista - rivoluzionaria, che a Torre Annunziata era guidata, come si è detto, da Edoardo Sola, approdò a una scissione nella sezione del Partito socialista, aprendo una nuova sede in via Asilo Infantile 23.

Questa sconfessò la vecchia Camera del Lavoro e ne fondò un’altra, in via Mazzini 14, eleggendo suo Segretario Generale Attilio Bronzi. Si pubblicò anche un nuovo giornale, Il Lavoratore vesuviano, settimanale socialista sindacale, il cui primo numero uscì il 1° luglio 1905. Ma anche questa volta non si andò molto lontano.

La vicenda fu molto complessa. Ci limitiamo qui a dire che a chiuderla ci pensò la direzione nazionale del Partito socialista mandando a Torre Mario Todeschini (Verona 1863- 1937) un parlamentare che aveva già avuto modo di essere vicino alle vicende torresi durante lo sciopero del 1902.

L’inchiesta si concluse con l’espulsione di Edoardo Sola e la riunificazione delle due anime socialiste che si erano contrapposte duramente in quei mesi.

A pagare il prezzo più alto fu però la credibilità della Camera del Lavoro che passò dai 5460 iscritti del 1904 ai 2522 del 1906, fino a toccare il fondo con i 2070 del 1908.

Una lunga crisi che si chiuderà soltanto con l’arrivo a Torre Annunziata di Gino Alfani, l’uomo che guiderà il movimento operaio oplontino fino al 1922, quando il 13 dicembre, sarà costretto alla resa da una banda fascista che assalirà e devasterà la Camera del lavoro, costringendolo, successivamente, anche a dimettersi da sindaco della città. Il 31 ottobre 1920 c’erano state le elezioni amministrative che avevano decretato il successo socialista in Campania, unicamente in due città: Castellammare di Stabia, e, appunto, Torre Annunziata.

Riesce veramente difficile stare dietro a tutti gli avvenimenti. Qui vogliamo sottolineare quello che, a memoria, può considerarsi il più lungo sciopero che la storia operaia della città ricordi e che riguardò i lavoratori della Ferriera, o Ilva, come già si chiamava, 950 di cui ben 880 iscritti alla Camera del Lavoro.

Questi operai erano 1.200 quando, nel 1908, scioperarono per due mesi contro il tentativo di imporre il riposo quindicinale, invece di quello settimanale, come previsto dal contratto. Così come scioperarono nel gennaio del 1909 per dieci giorni consecutivi, chiedendo l’allontanamento dell’avvocato Gaggi dall’ufficio medico e la formazione di una commissione mista per dirimere tutte le questioni controverse riguardanti i casi d’infortunio che accadevano in fabbrica senza trovare soddisfacente soluzione.

Questo nuovo sciopero iniziato per un banale motivo – uno sciopero di reparto di duecento operai per protestare contro la nomina a capo reparto di un allievo laminatore forestiero di cui si sospettavano particolari rapporti con la direzione dell’azienda - l’11 agosto 1912, terminò nove mesi dopo, il 19 maggio 1913.

In questa interminabile vertenza che ebbe veramente un rilievo nazionale, per asprezza ed obiettivi rivendicativi (opposizione alla nuova gestione che negava la conquista dell’ufficio di collocamento, inaspriva la disciplina in fabbrica e preparava ribassi salariali ristrutturando le mansioni), si misurarono, maturando le loro prime esperienze, uomini come Amedeo Bordiga (1889-1970) e i giovani rivoluzionari del suo circolo di socialisti intransigenti, tra i quali ricordiamo Ruggero Grieco (1893-1955), lo stabiese Antonio Cecchi (1895-1969) e il gragnanese Oreste Lizzadri (1896-1976).

Ma questo non bastò ad evitare la pesante sconfitta che ancora una volta si registrò e che portò ad oltre 300 licenziamenti. Scrive a tal proposito Francesco Barbagallo nel suo già citato volume:

 

«L’azienda siderurgica portava così a compimento il piano di profonda ristrutturazione dell’organico, riuscendo a imporre l’auspicata disciplina di caserma e ad accrescere i livelli di sfruttamento della forza lavoro, che dovevano consentire al profitto capitalistico di superare, senza grosse scosse, le contingenti difficoltà produttive e di mercato. La provocazione, lucidamente attuata nove mesi prima e perseguita senza tentennamenti dall’azienda, conseguiva pienamente gli obiettivi prefissati (…) La sconfitta operaia avveniva, invece, su un terreno di scontro molto avanzato e testimoniava della forza e della maturità di una classe operaia che aveva rivendicato, nell’assemblea generale del 3 marzo, i precedenti continuati ottimi rapporti tra maestranze e Direzione. Il drastico mutamento era stato determinato dall’insorgere di difficoltà aziendali, i cui effetti si intendeva far ricadere innanzitutto sugli operai. E questi, dati i rapporti di forza, non potevano che soccombere nello scontro con il potente trust siderurgico, non senza aver dato, però, una magnifica prova di combattività e di resistenza proletaria che, per i tempi e i luoghi, non era impresa da poco. L’ordine tornava, almeno per il momento, a Torre Annunziata (…) La grande industria cercava di riprendersi, sul piano della disciplina e della organizzazione del lavoro, quando era costretta a concedere sul terreno salariale a una manodopera altamente qualificata.»

A differenza del 1904 non ci fu, però, nessun trauma. La forte personalità dell’Alfani, la vittoria nelle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, le prime a suffragio universale maschile che portarono in parlamento, per la prima volta, ben 10 deputati socialisti del Mezzogiorno, di cui 5 napoletani, ma soprattutto la gioia di averne eletto uno di questi, l’avvocato Alfredo Sandulli (Napoli 1869-1942), nel proprio collegio elettorale di Torre Annunziata, fece dimenticare tutto il resto. Alfredo Sandulli ci aveva già provato nel 1909, sempre a Torre Annunziata, ma senza fortuna.

Gino Alfani aveva provato a contrastare la candidatura del Sandulli, esponente dell’Unione socialista napoletana (nata per unificare i due gruppi socialisti, quello riformista e quello sindacalista - in lotta tra loro - e per promuovere il blocco elettorale nel 1912), ma senza riuscirvi.

L’Alfani guidava a Torre, l’ala intransigente e rivoluzionaria che faceva capo ad Amedeo Bordiga, gruppo che abbandonò un anno dopo quando si candidò per il consiglio provinciale, aprendosi all’alleanza con il blocco moderato dei repubblicani, radicali e democratici costituzionali. Linea sulla quale portò la sezione socialista locale vincendo, così, le elezioni amministrative, e per sé quelle provinciali, del luglio 1914. Il tradimento provocò l’ira di Benito Mussolini, che scrisse un articolo di fuoco sull’Avanti! del 14 maggio 1914:

«Se c’è centro nel quale i socialisti dovevano essere rigidamente intransigenti e nettamente divisi da tutte le frazioni della borghesia, questo è Torre Annunziata. Qui abbiamo una grande massa proletaria organizzata, abituata a lotte formidabili contro una compatta organizzazione industriale. E per anni e anni, istintivamente, naturalmente, il partito socialista locale, identificatosi col proletariato della Camera del Lavoro, ha serbato una linea di condotta politica rigidamente in contrasto con tutti gli altri partiti. Ma ecco riflettersi anche a Torre il fenomeno napoletano. La vittoria elettorale ubriaca…La paura di perdere la medaglietta spinge questa gente in un blocco che, se è pericoloso in altri centri, a Torre Annunziata è scandaloso, è innaturale, e criminoso perché distrugge venti anni di sante e magnifiche battaglie proletarie».    

Non meno tenero fu Amedeo Bordiga, che tentò inutilmente di sconfessarlo. Scrisse, infatti, il futuro fondatore del PCd’I su Utopia del 15-31 luglio 1914 – così come riportato da Michele Fatica nel suo Origini del fascismo e del comunismo a Napoli:

«A base di queste morbose tendenze bloccarde non vi è stato un sistema di idee, un programma di fatti, ma solo lo spiegamento del più deplorevole feticismo personale».

Il segretario della Camera del Lavoro di Torre Annunziata non se ne curò e proseguì per la sua strada alla testa del movimento operaio. Subito dopo la guerra, riprese frenetica la sua attività, dividendosi tra Torre e Napoli e riuscendo anche a farsi eleggere nella direzione nazionale del PSI, nel congresso che si tenne nel settembre 1918.

«Con questa elezione - ha scritto la storica Andreina de Clementi, nel suo bel libro biografico su Amedeo Bordiga - si intese premiare non soltanto l’uomo, ma anche una città che si era imposta all’attenzione del Paese per la capacità di lotta e per la combattività delle masse, facendo della Camera del Lavoro una delle più salde roccaforti della CGL, schierata com’era sulle posizioni più avanzate, non solo nel sud ma sul piano nazionale».

Si era, però, alla vigilia della fine. Il biennio rosso del 1919-20 con la conquista delle otto ore lavorative e la carica rivoluzionaria, che infiammò in quegli anni le imponenti manifestazioni operaie, e culminata nella occupazione delle fabbriche, anche qui a Torre Annunziata, come a Castellammare e a Pozzuoli, non fu che l’ultimo canto del cigno prima della lunga notte della dittatura fascista.

A Castellammare la giunta rossa non resistette che 63 giorni prima di chiudersi nel sangue dell’assalto fascista del 20 gennaio 1921. Un episodio, questo di Piazza Spartaco, tornato alla ribalta di recente per le polemiche sollevate.

Chi provocò i 6 morti? Secondo l’unico superstite che fu uno dei protagonisti di quei giorni tristi, furono i socialisti a sparare per primi, ma probabilmente la verità non la sapremo mai. Quello che è certo è che furono giorni, settimane di odio. E di morte. Furono assalite e distrutte le sezioni socialiste e comuniste e le Camere del lavoro. Furono uccisi militanti e dirigenti, come accadde a Torre Annunziata dove a cadere fu Diodato Bertone (1867 - 1921), una delle più fulgide figure del movimento operaio di questa città. Era la sera del 25 febbraio 1921.

La lunga notte della dittatura che cominciò a chiudersi soltanto il 25 luglio 1943 non trovò impreparata Torre Annunziata.

Il 16 agosto, 500 operai delle Ferriere entrarono in sciopero, chiedendo l’espulsione dei fascisti, ma la polizia rispose sparando. Poi, subito dopo l’8 settembre e l’ingresso degli americani, si ricostituirono i partiti e fu rifondata la Camera del Lavoro, raggiungendo entro dicembre i diecimila iscritti. Nuovo segretario fu eletto Michele Atripaldi. Gino Alfani non c’era più, scomparso a 76 anni, il 28 febbraio 1942, nella sua casa in via Dante 5.

Il grande rivoluzionario era stato attivo fino all’ultimo. Nei mesi che precedettero la sua morte si era incontrato con Oreste Lizzadri per ricostituire anche a Torre Annunziata le fila del Partito socialista. I due si conoscevano fin dal 1913, quando Mezzadrili, appena 17enne, partecipò alla fondazione della sezione del PSI e fu eletto, un anno dopo, segretario della Camera del Lavoro di Gragnano.

Insieme vissero la grande stagione del Circolo socialista rivoluzionario “Carlo Marx” voluto da Amedeo Bordiga ma, mentre Alfani passò al PCd’I, Lizzadri rimase fedele al PSI, pur da posizioni di sinistra. Trasferitosi a Roma nel 1919, Lizzadri parteciperà alla lotta partigiana e sarà tra quelli che ricostruiranno il PSI a livello nazionale.

A Torre Annunziata tornò ancora nel 1944 come dirigente del Comitato di liberazione per insediare il ragioniere socialista Nicola Medici (1890 - 1960) alla testa del CLN locale. Lizzadri divenne, successivamente il vice segretario nazionale della CGIL guidata da Giuseppe di Vittorio.  

Tra gli artefici della ricostruzione della Camera del Lavoro ci furono Filippo Russo, che portò su posizioni bordighiste l’organizzazione sindacale torrese, facendo sudare, nel 1944, le sette classiche camicie al povero Clemente Maglietta (1910 – 1993) per riportare nel sindacato, nato dal Patto di Roma, i compagni dissidenti ancora legati alla vecchia concezione settaria e rivoluzionaria del prefascismo.

Clemente Maglietta era il primo Segretario Generale della ricostituita Camera Confederale del Lavoro di Napoli, dopo la breve parentesi di Enrico Russo (1885 -1973) nel 1943/44 quando questi con Mario Palermo (1898 –1985), Libero Villone, Antonio Cecchi ed altri approdò alla scissione di Montesanto costituendo una seconda Federazione del PCI, dopo aver rifondato la CGL per l’area meridionale, all’indomani dell’armistizio.

Irriducibile trotzkista, Enrico Russo, non seppe o non volle accettare la linea perseguita da Palmiro Togliatti (1893 – 1964) e da Giuseppe Di Vittorio (1892 – 1957), andando così diritto verso la sua definitiva sconfitta, insieme ad Antonio Cecchi che, con lui, non volle piegarsi a una linea nella quale non ci si riconosceva.

Antonio Cecchi era stato, fin dal 1912, un magnifico protagonista insieme ad Amedeo Bordiga, di cui fu intimo e leale amico, in tutte le vicende che riguardarono il movimento operaio napoletano: dirigente sindacale, prima della Camera del Lavoro stabiese, che ricostituì nel 1919, e poi di quella, ben più autorevole, di Napoli al tempo del “biennio rosso”, membro del Comitato Centrale del gruppo del “Soviet” e della Frazione Astensionista Comunista, dopo il convegno che si tenne a Firenze l’8 e 9 maggio 1920, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, nel 1921, fu confinato politico fra il 1926 e il 1929. Pagò a caro prezzo, fino alla fine dei suoi giorni, la sua irriducibile coerenza, morendo povero e dimenticato da tutti, il 1° ottobre del 1969.

Altri protagonisti della rinascita sindacale di quelle prime ore a Torre Annunziata furono Mario Guarriera, Antonio Nasti, Tommaso e Carmine Iennaco, Pasquale de Santis e Domenico Pinto. Cominciò da subito la ricostruzione dell’apparato industriale, in particolare della vecchia Ferriera, dello spolettificio e delle attività portuali.  non è un caso, che proprio qui a Torre Annunziata, si ricostituì la Federazione Italiana Lavoratori dell’Arte Bianca (FILAB) con segretario il socialista Attilio Perrotta, già attivo nel locale Comitato di liberazione nel 1944-45. e prime elezioni libere portarono, a Torre come a Castellammare, i primi sindaci comunisti e ancora una volta, casi unici in Campania, nel referendum tra monarchia e repubblica, il 2 giugno 1946, soltanto in queste due roccaforti rosse si ebbe la vittoria, seppure per pochi voti, a favore della nuova istituzione repubblicana.

Motivi per gioire ce ne furono, però, sempre di meno. La crisi dei pastifici, che pure davano ancora lavoro a tremila operai, provocò ben presto massicci licenziamenti a Torre, come pure a Castellammare e a Gragnano e a ben poco servirono le numerose manifestazioni di lotta, locali e provinciali, che infiammarono questo primo dopoguerra, poi culminati nello sciopero generale della categoria tenutosi il 18 febbraio 1947.

La crisi, irreversibile portò nel giro di un ventennio alla totale scomparsa del settore. Nel 1971 si contarono ancora 377 addetti, poi la scomparsa definitiva.

Ad un mondo che muore, altri ne nascono. Lentamente altri settori cominciarono a far capolino, altri comparti emersero come quello metalmeccanico con la Dalmine che nascerà nel 1952 e il Centro Acciai (1958), quello chimico con la Lepetit (1952) poi rilevata dalla Ciba nel 1959, oggi Novartis Farma, quello manufatto cementiero con l'Italtubi (1949) e l’Imec (1962), mentre la Scac era già presente fin dal 1929.

Tutto questo alimentò, a sua volta, un forte indotto che portò a una fitta rete di piccole imprese. Il censimento del 1961 registrò, non a caso, il più alto numero di occupati mai conosciuto da questa città, e che non si ripeté mai più, con i suoi 13.774 addetti su una popolazione attiva di 15.406 unità. Il confronto con il censimento del ’91 è, a dir poco, drammatico: 9787 occupati su 18.639 attivi, che rappresenterà il punto più basso del periodo 1951 – 1991.

Significativo in questo contesto fu la crescita demografica che si verificò negli anni ’50 e ’60, quando Torre passò da 51.979 abitanti del 1951 ai 58.400 del 1961, con una crescita di oltre il 12%, la più alta registrata in tutto il periodo repubblicano, a testimonianza di una ondata d’immigrazione dalle zone interne, trascinata dalla presenza di un consistente apparato produttivo.

Anche questi nuovi settori andarono, però, lentamente in crisi a partire dai primi anni ’80, nonostante le iniziative, le proposte e le lotte, con duri scioperi generali che coinvolsero le diverse parti sociali e che culminarono nella beffa dell’incontro con la Presidenza del consiglio di Ciriaco De Mita, con la partecipazione di ben sette ministri il 30 marzo 1989.

Fu in questi frangenti che il sindacato torrese stabiese lanciò la sua sfida più alta, proponendo delle articolate Proposte sulla emergenza e sullo sviluppo dell’area alle forze politiche e istituzionali, nel novembre 1991.

Torre Annunziata era la città che aveva pagato il prezzo più alto ai processi di deindustrializzazione che avevano investito il territorio nel decennio precedente, con un decremento degli addetti pari al 44% della forza lavoro a fronte, per esempio, del 34% di Torre Del Greco e del 28% di Castellammare di Stabia.

In cifre reali, gli addetti delle unità locali con più di nove dipendenti erano passati dalle 4083 unità del 1982 ai 2283 del 1990.

Fu anche per questo e per le sconfitte operaie che si erano verificate in quegli anni che le “Proposte” provocarono solo scetticismo e, nel migliore dei casi, una accoglienza tiepida da parte dei quadri sindacali delle fabbriche.

Ma lentamente la passione, la voglia di lottare, di riprendersi un ruolo che li vedeva sempre più emarginati, o più semplicemente la consapevolezza della necessità di mobilitarsi, per crearsi un futuro meno incerto, ebbero il sopravvento e si mise in moto la più formidabile “macchina da guerra” di cui è capace il movimento operaio quando è convinto di quello che fa e sa dove vuole andare.

Sotto la guida esperta del suo Segretario generale comprensoriale, Giovanni Zeno (1943-1997) e di un consolidato e motivato gruppo dirigente che si era formato in quegli anni sul territorio, i lavoratori ritrovarono il gusto della lotta ed iniziò un lungo periodo di assemblee, manifestazioni e scioperi che coinvolsero le più disparate istituzioni locali e centrali, con momenti anche aspri di forti tensioni sociali, fino, in alcuni casi, a provocare l’intervento della magistratura, con avvisi di garanzia e richieste di rinvio a giudizio che, a pioggia, colpirono operai, delegati e dirigenti sindacali a seguito di blocchi stradali e ferroviari.

Frutto di queste forme di lotte, anche estreme, ma rese necessarie dalle condizioni reali di questi lavoratori, esasperati dal mancato rispetto degli accordi istituzionali che man mano, con fatica, si andavano delineando, furono - in assenza di una effettiva operatività delle intese parziali raggiunte e di una drammatica impotenza, resa più acuta dalla incapacità dei diversi amministratori delegati che si andavano succedendo alla guida della Società di promozione industriale denominata TESS (Torre e Stabia Sviluppo), oltre che dall’aspra rivalità, malamente celata fra i due sindaci, Catello Polito e Francesco Maria Cucolo - le proroghe della cassa integrazione straordinaria, che andavano in deroga a tutte le leggi vigenti in materia grazie al riconoscimento dell’area di crisi ottenuta con la L. 236 del 1993 e l’utilizzo in progetti di lavori socialmente utili (LSU) dei cassintegrati che consentiva loro una integrazione al reddito percepito dalla cigs.

I lavoratori delle fabbriche di Torre Annunziata della Deriver, Dalmine, Vega, Tecnotubi, Scac e Imec, dopo una iniziale perplessità e, forse, pregiudizi di varia natura, le cui origini sono da considerarsi lontane e complesse, ma che al momento avevano determinato l’abbandono delle iniziative delle forme di lotta a favore dei loro compagni delle fabbriche di Castellammare, si riappropriarono di quel protagonismo che non era mai mancato nella secolare storia del movimento operaio oplontino.

La Camera del Lavoro, dopo l’appannamento del decennio precedente, che l’aveva trasformata in uno sportello di servizi e priva di un Responsabile politico (l’ultimo era stato Rosario Messina sul finire degli anni ’70, inizio anni ’80), ritornò a nuova vita con Giuseppe Acanfora prima (1992-1994) e Raffaele Scala poi (1994-2000).

Fu una fase drammatica, questa, con l’occupazione, praticamente permanente, del municipio, delle stazioni ferroviarie dello stato e della circumvesuviana, del casello autostradale. ma drammatica soprattutto per il suicidio dell’operaio Antonio Ferrara, un dipendente di una impresa di pulizie che si impiccò nei bagni della Deriver temendo di essere stato licenziato. Ma tutto ciò non basto a fermare la crisi.

Una dopo l’altra le fabbriche chiudevano per cessazione di attività, come la Deriver, la Tecnotubi e la Vega o per fallimento come la Imec e la Scac, vivendo virtualmente solo grazie alle proroghe della cassa integrazione e alle lotte operaie che chiedevano nuovi progetti industriali su quelle aree desertificate.

Lotte che approdarono nel 1996 alla stipula dell’Accordo di programma per la Dalmine, poi trasformato in Contratto d’area nel 1998, con l’impegno alla realizzazione di nuove attività produttive, a tutt’oggi solo parzialmente realizzate.

Nel 1999 la stipula del protocollo aggiuntivo del contratto d’area, con progetti nel campo turistico - terziario.

Sul finire del 1999 ci furono i primi rientri dei cassintegrati nelle nuove aziende insediatosi nell’area ex Dalmine, con le prime assunzioni di giovani che provocarono violente polemiche per il metodo che le accompagnarono e il reimpiego dei lavoratori della ex Raccorderie Meridionali nella Multiservizi SpA, società mista che aveva assorbito il servizio pubblico della nettezza urbana stabiese.

Nel luglio del 2000 l’avvio della cantierizzazione per la realizzazione di un nuovo albergo a Castellammare, sulle ceneri di un cementificio dismesso da un quarto di secolo. Così come, dopo 15 anni, alla foce del fiume Sarno, il 19 luglio 1999 si aprivano i cancelli del nuovo impianto di depurazione, facendo entrare i primi 33 lavoratori per la sua gestione. Un avvio, questo, poco più che virtuale considerando il mancato completamento degli allacciamenti fognari e della stessa rete, con i lavori ancora in corso nel 2001.

Ciononostante diventeranno 64 le assunzioni entro i primi mesi di questo terzo millennio. Non mancheranno denunce e polemiche per favoritismi e clientele politiche che da più parti saranno lanciate.

La sconfitta elettorale nelle politiche del 18 aprile 1948 rappresentò il crollo di un sogno e l’inizio di una rivincita da parte delle forze moderate e, in alcuni casi, reazionarie nei confronti del movimento operaio.

Cominciò la fase dura della scomunica della chiesa (1949) contro le forze di sinistra, comunista e socialista e della CGIL, gli anni tremendi e indimenticabili, per chi li ha vissuti, della fame, della miseria, della repressione contro i militanti dei partiti della sinistra e della CGIL.

Erano gli anni del Ministro degli Interni, Mario Scelba (1901- 1991) che non esitava a far sparare contro gli operai in sciopero e non si contavano le rappresaglie, le perquisizioni, le discriminazioni nelle fabbriche, i licenziamenti per motivi politici. Si fecero leggi per la repressione della sovversione di sinistra (maggio 1954) e si presero misure contro l’infiltrazione nelle amministrazioni di “forze totalitarie” di cui era provata la dipendenza da paesi stranieri (marzo 1954).

Gli Stati Uniti fecero sapere che non avrebbero dato commesse militari ad aziende in cui la CGIL fosse stata maggioritaria. 

In questo contesto si trovò ad operare Angelo Abenante alla guida della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, tra il 1953 e il 1956, prendendo le consegne da Biagio Bonzano (1898 – 1975), stupenda figura di combattente per la libertà, contro la dittatura di Franco, al fianco del suo conterraneo, Luigi Longo (1900 – 1980), commissario politico della brigata Garibaldi negli anni della guerra civile spagnola e futuro segretario del PCI dal 1964 al 1972.

Pagò con il carcere e il confino politico a Ventotene il suo antifascismo. Liberato nell’ottobre del 1943, non riuscì a superare le linee tedesche, raggiunse Napoli e qui, dalla Federazione comunista, di cui fu responsabile della stampa e propaganda, fu inviato a Torre Annunziata dove prese residenza per molti anni, prima di rientrare, ormai anziano e stanco, nella sua natia San Salvatore, in provincia di Alessandria. Operaio delle Ferriere, fu licenziato per rappresaglia politica e guidò il sindacato torrese in uno dei suoi momenti più difficili.

Lo stesso Bonzano raccontò in una sua breve lettera biografica a Maurizio Valenzi, il suo arrivo a Torre Annunziata nell’estate del 1944 e di come prese contatto con il movimento operaio locale e con la sezione del PCI divisa in due fazioni: l’una capeggiata da Pasquale Monaco, ex Presidente dell’Unione industriale locale e futuro primo sindaco comunista di questa città, più aperta perché intendeva aprire il Partito a tutti tranne che agli ex fascisti dichiarati come tali e compromessi con il vecchio regime, l’altra guidata da Filippo Russo, una lunga storia di militanza nella sinistra socialista fin dalla fine dell’Ottocento - era nato nel 1882 - tra i fondatori del PCd’I locale, antifascista che conobbe il confine e il carcere, bordighista irriducibile, voleva un partito chiuso, selettivo, ben lontano dal partito di massa che intendeva costruire il leader nazionale del ricostituito PCI di Palmiro Togliatti.

Questo non impedì, poi, allo stesso Russo di allinearsi alla nuova linea del partito, di essere, anzi, l’uomo che spesso e volentieri ospitò “Il Migliore” a casa sua, ogniqualvolta questi si trovò a Torre Annunziata.

Così lo ha ricordato Maurizio Valenzi nel suo C’è Togliatti: quando accompagnò il Segretario Generale del PCI, da poco tornato dall’Unione Sovietica, nella primavera del 1944, per tenere una grande assemblea di massa nel cinema teatroIlModerno.

 

«Dopo il comizio andiamo a pranzo dal torrese Filippo Russo, dirigente degli operai pastai-mugnai. Tracagnotto, cinquant'anni, a quattordici già arringava i compagni da sindacalista. Ha girato tutta l’Europa senza passaporto parlando un'unica lingua, il dialetto strettissimo e gutturale dei torresi. E’ stato delegato a un congresso dell’Internazionale a Mosca, dove ha stretto la mano a Lenin: la gloria di una vita».

 

«Ricordo – scriveva, invece, Biagio Bonzano, scomparso nel gennaio del 1975 – le lunghe discussioni sulle maniere di fare riprendere il lavoro nei tanti pastifici fermi o a produzione limitata. Gli operai lavoravano senza salario, avevano la cosiddetta “embragata”, erano cioè pagati in natura e questo originava situazioni di corruzione e di collusione fra operai e padroni e un fiorente mercato nero della farina e della pasta. Vi era poi il problema dell’Ilva che gli operai avevano ricostruito senza paga, dopo la fuga dei guastatori nazisti e fascisti. Gli operai sostenevano che lo stabilimento non doveva più passare ai vecchi padroni, ma essere gestito come cooperativa da loro stessi. (…) Il sottoscritto fu avviato dalla Federazione Comunista Napoletana in quella fabbrica con l’incarico di aiutare la cellula del Partito a dare una educazione politica ed anche morale ad una maestranza di 2.600 unità, molti di loro entrati nello stabilimento minacciando i dirigenti a mano armata. Elementi che la guerra aveva sbandato, senza lavoro e senza mezzi di vita. (…) Trovai i compagni della cellula, che contava circa un centinaio di tesserati, immersi in una difficile situazione di gestione produttiva e politica: una massa di operai improvvisati, sempre pronti a commettere guapparie contro i dirigenti sindacali e politici, diretti da un guappo, tale D’Avino, capo della vigilanza.

Qualche tempo prima avevano, addirittura, tentato l’aggressione a mano armata contro il compagno Maglietta venuto in fabbrica per una riunione sindacale. Alla direzione della fabbrica c’era un vecchio direttore che non prendeva contatto con i reparti per paura di quegli elementi entrati con la forza nello stabilimento.

Una commissione interna comandata da due elementi equivoci, Giacomo Iovino, legato alla guapparia dello stabilimento, scoperto più tardi come ladro di tonnellate di ferro per costruire la sua casa, segretario, il vice, un certo Savino, elemento inetto ma sempre pronto ad appoggiare i peggiori elementi. Dopo il 18 aprile del ’48, con una direzione aziendale reazionaria, egli è divenuto l’informatore del padrone contro le maestranze.(…) ma bisogna far parlare quei compagni che sono riusciti a costruire il Partito in quella fabbrica in un momento così difficile e complicato, riuscendo a portare lo stabilimento – parole pronunciate dalla direzione con sede in Genova, nel cadere del 1948 al Consiglio di Gestione – ad essere il più attivo del gruppo ma anche una cellula divenuta, più tardi, l’avanguardia del Partito nella città.

Era il gruppo comunista dell’Ilva che da quel 14 luglio di sangue del compagno Togliatti, usciva dallo stabilimento con le bandiere, dietro cui marciava tutta le maestranze e poi tutta la città a protestare. Sono quei compagni che sono riusciti ad organizzare, facendo aderire tutti gli operai dello stabilimento, il più grande sciopero, con occupazione dell’azienda alla fine del 1948, contro i licenziamenti, creando la solidarietà di tutta la città, con la costituzione di un Comitato cittadino fra tutti i partiti presieduti dal sindaco Pasquale Monaco. 33 giorni di lotta, senza abbandonare la fabbrica, senza cedimenti (…) alla fine, la vittoria, nessuno è stato licenziato ad eccezione dello svecchiamento e cioè i pensionati».

Biagio Bonzano, dopo il suo brutale e premeditato licenziamento dall’Ilva – ingiustamente accusato, era il capo dei guardiani, di aver consentito l’uscita illegale di una certa quantità di ferro - e l’esperienza di Segretario della Camera del Lavoro tra il 1950 e il 1953, non trovò più un lavoro stabile, vivendo di stenti con la moglie e i suoi tre figli in un misero appartamento requisito della ex Casa del Fascio.

Consigliere comunale nelle elezioni amministrative del 25 luglio 1952, ci provò, senza molta fortuna, anche nelle elezioni amministrative successive, fino a quelle che si tennero nel 1962.

Trovò un po’ di tranquillità solo quando venne impiegato come custode della Federazione napoletana del PCI. Negli ultimi anni della sua vita tornò nella sua terra di origine, Alessandria, dove, stanco, malato e quasi cieco, scomparve nell’inverno del 1974/75. Il Partito comunista di Torre Annunziata non dimenticò questo straordinario personaggio d‘altri tempi e a luidedicò una delle sue sezioni, in un ampio locale di via Roma, nei pressi di Piazza Imbriani.

Salvatore Staiano, classe 1926, antico segretario della Camera del Lavoro torrese, nel ricordarlo, lo ha definito un vero e proprio eroe, un esempio di vita insuperabile, un maestro per tutti i giovani militanti del PCI che in quegli anni difficili ebbero l’onore di conoscerlo.   

Abenante fu anche consigliere comunale per 6 consiliature tra il 1956 e il 1971, nonché deputato e senatore della Repubblica e passando, tra l’altro, per la segreteria provinciale della Camera del Lavoro di Napoli tra il ‘56 e la prima metà degli anni ’60. Nel 1990, quando vennero fuori le vicende di “Gladio”, una struttura mista composta di militari e civili, inserita nella NATO, ma segreta per combattere i comunisti nel nostro Paese, nel caso in cui questi avessero conquistato il potere, anche legalmente, il nome di Angelo Abenante fu trovato in una lista di 750 “enucleandi”.

Questi, socialisti, comunisti e dirigenti sindacali, dovevano essere arrestati nel 1964, se il “Piano Solo”, del generale golpista Giovanni de Lorenzo, si fosse trasformato nel colpo di stato militare che si doveva verificare in Italia quello stesso anno.

Con Angelo Abenante ci fu un altro torrese che doveva essere trasportato a Capo Marrargiu, in Sardegna dove vi era una base di “gladiatori”, Luigi Matrone, noto dirigente comunista, membro del Comitato federale provinciale del PCI, dirigente provinciale CGIL degli autoferrotranvieri, consigliere comunale per 6 consiliature tra il 1957 e il 1981, sindaco di questa città negli anni ‘70.

Angelo Abenante lascerà la Camera del Lavoro a un altro giovane rampante, Salvatore Staiano che tenne la segreteria dal 1956 al 1965 quando, a sua volta, lasciò per entrare nella segreteria provinciale della CGIL di Napoli. Furono gli anni dell’invasione d’Ungheria (ottobre 1956), della morte di Giuseppe di Vittorio (novembre 1957) e del famigerato governo Tambroni (1901-1963) propugnatore di una svolta autoritaria che, non a caso, ottenne la maggioranza parlamentare grazie all’appoggio determinante dei neofascisti del Movimento Sociale Italiano. Ma furono anche gli anni in cui vennero istituiti i Consorzi per le Aree di Sviluppo Industriale (ASI) con la L.634/57 e che a Torre Annunziata permisero la nascita di nuove industrie che andarono a sostituire la morente Arte Bianca. Furono  ancora anni di scontri di piazza, di scioperi generali, di grandiose manifestazioni antifasciste, come quelle del luglio 1960, che vennero represse con estrema violenza dalla polizia, provocando numerosi morti e che costrinsero alle dimissioni il Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, travolto dalla reazione popolare.

Gli anni trascorsero veloci. Dalla seconda metà degli anni ’60 la direzione della Camera del Lavoro passò da Raffaele Aurilio a Nino Scarico, poi negli anni ’70 fu la volta di Mario Rannella, di Antonio de Falco e di Rosario Messina. Furono questi gli anni del contrabbando delle sigarette, degli scafi blu, delle lotte dei disoccupati organizzati.

Furono gli anni in cui alle vecchie e gloriose Commissioni interne si sostituirono i Consigli di Fabbrica e in CGIL CISL UIL si cominciò a discutere di creare le strutture di zona, per sviluppare il processo di decentramento e di democrazia interna.

Nel 1975 si decise che la provincia di Napoli fosse suddivisa in 9 Zone sindacali. Pochi anni ancora e fu la volta dei comprensori. Questi unificarono in un unico territorio le due zone sindacali dell’area torrese stabiese che precedentemente facevano capo a Torre Annunziata e a Castellammare di Stabia. Da Torre del Greco a Massalubrense ci furono 21 comuni che in qualche modo ridisegnarono l’antico distretto borbonico o circondario di sabauda memoria e che ebbero come capoluogo, allora come oggi, Castellammare di Stabia. Segretario generale fu eletto Ettore Combattente. Siamo nel 1981, nel dopo terremoto, nel periodo della camorra che arrivò a dominare la città, fino a governarla, mandando in consiglio comunale i suoi uomini, i suoi assessori, i suoi sindaci. Furono gli anni di Domenico Bertone, un ex sindacalista, dirigente di questa stessa Camera del Lavoro nella seconda metà degli anni ’70, un diretto discendente di Diodato Bertone che si rivoltò nella tomba per lo scempio fatto alla città e alla storia stessa della sua famiglia, in nome degli ideali per i quali era stato assassinato nel 1921. Furono gli anni di Antonio Carotenuto, di Carmine di Leo, di Salvatore Capasso, di Michele Savino, Antonio Irlando e Antonio Vitiello. Tutti sindaci che avrebbero guidato la città negli anni ’80 e i primi anni del ’90, un lungo decennio che è passato alla storia come l’era di Tangentopoli, l’era delle tangenti selvagge e obbligatorie su qualunque appalto pubblico, delle assunzioni clientelari, dello sfascio della sanità perché le USL erano intese come feudi di padrini politici e della camorra che imperversava. Non è un caso che tutti questi sindaci sono stati poi rinviati a giudizio e processati, pur con motivazioni diverse, sullo stesso banco degli imputati dei boss della camorra che avevano insanguinato con decine di omicidi Torre Annunziata.

È questa la città della strage di camorra di Sant’ Alessandro, del 26 agosto 1984, con 8 morti, alcune delle quali vittime innocenti di una feroce guerra tra bande, che da anni insanguinava non solo l’area torrese stabiese, ma Napoli e l’intera provincia napoletana con centinaia di morti, ed è questa la città da cui era partito l’ordine di morte per Giancarlo Siani, coraggioso e sfortunato giornalista del Mattino massacrato la sera del 23 settembre 1985 per avere denunciato le interconnessioni tra camorra e politica nel dopo terremoto.

È questa la città il cui consiglio comunale fu sciolto per condizionamento camorristico il 9 giugno 1993. E non è un caso che Torre Annunziata trovò ampio spazio, fin dalle prime pagine, nel “Rapporto sulla camorra” stilato dalla commissione parlamentare antimafia nel 1993.

In molti ancora ricordano il commissariamento prefettizio di Ennio Blasco, 30 mesi che nulla diedero al riscatto di questa città. Ma poi, finalmente, le elezioni amministrative del 19 novembre-5 dicembre 1995, quando, sull’onda del rinnovamento che da qualche anno scuoteva l’intero Paese, Torre Annunziata, la sua parte più sana, la parte migliore, la maggioranza, diede a Francesco Maria Cucolo e alla coalizione di Centro sinistra dell’Ulivo, le chiavi del governo della città, con l’impegno di ripristinare le regole della democrazia e di restituirle il suo antico splendore.

In questa tremenda scommessa il sindaco non si è trovato solo e non è partito da zero. Dal 1992, sotto la guida di Giovanni Zeno, un dirigente sindacale di provata esperienza, maturata nelle categorie dei braccianti, dei trasporti e della stessa confederazione, a livello provinciale e regionale, il movimento sindacale dell’area torrese stabiese era impegnata nella sua più formidabile sfida, la più difficile che mai avesse osato: quello di ricostruire un tessuto produttivo ormai smantellato, offrendo ai disoccupati, ai cassintegrati, ai giovani, una nuova speranza.

A Cucolo la CGIL CISL UIL hanno consegnato una legge sull’area di crisi torrese stabiese ottenuta nel 1993, la costituzione della TESS nel 1994, il Protocollo d’Intesa sottoscritto con il governo Berlusconi nel dicembre di quello stesso anno e il Piano integrato d’area, stilato con la Regione Campania e approvato dal Consiglio regionale nel febbraio 1995.Tutto questo, frutto delle lotte, anche aspre, dei lavoratori di questo territorio.

Lotte che hanno dimostrato come Torre non è solo camorra, ma una città che ha dentro di sé gli anticorpi necessari per rinascere, la forza per riprendersi, la voglia di lottare e vivere per il suo futuro.