Il giudizio statario nell’Austria infelix

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Categoria: Storia Contemporanea
Creato Giovedì, 10 Giugno 2021 16:32
Ultima modifica il Giovedì, 10 Giugno 2021 16:32
Pubblicato Giovedì, 10 Giugno 2021 16:32
Scritto da Marco Vigna
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L’impero d’Austria poco dopo la sua dichiarazione di guerra alla Serbia nel 1914, atto con cui scatenò il primo conflitto mondiale, emise una serie di misure durissime, draconiane, per tenere sotto controllo la sua popolazione sia militare sia civile.

Il governo imperiale s’affidò all’esercito anche nella conduzione della politica interna, facendolo divenire uno strumento di progressiva militarizzazione ed inquadramento dell’intera società.

La costituzione fu di fatto sospesa e rimase inapplicata in sue leggi fondamentali. Il parlamento stesso fu chiuso a tempo indeterminato (per fare un confronto, quello italiano invece funzionò regolarmente per tutta la guerra) e le sue prerogative furono avocate dalla corona, dai militari e dall’alta burocrazia. Al contempo, furono emessi decreti per tenere a freno la popolazione.

Un impero multietnico e feudale assieme, in cui convivevano decine di popoli diversi, sovente reciprocamente ostili, e con una sperequazione sociale assai marcata si reggeva difatti su alcuni puntelli che erano l’esercito, la polizia, la burocrazia, più importanti della declinante fedeltà al kaiser.

Il timore ossessivo del “tradimento” e della “rivolta” condusse ad una vera e propria caccia alle streghe, con ordini di chiusura forzata d’innumerevoli associazioni, arresti arbitrari sulla base di semplici sospetti e talora persino di rapporti di parentela, denunce anonime.

I militari si videro assegnati poteri arbitrari ed enormi, che li rendeva assieme polizia e magistratura, secondo quanto prevedevano due ordinanze imperiali emesse il 25 luglio 1914 (BLI n.164 e BLI n.156), a cui si aggiunsero altre disposizioni successive. Le norme prevedevano uno stato d’eccezione.

Anche coloro che fossero stati assolti dai tribunali militari dovevano comunque essere “consegnate” alle autorità politiche, che potevano decidere se tenere in carcere o nel lager per tutta la durata della guerra.

 

Era possibile arrestare chiunque senza alcuna incriminazione e trattenerlo in carcere per 8 giorni. Era consentito deportare un cittadino sulla base di una decisione arbitraria della gendarmeria.

Con l’entrata in guerra dell'Italia nel 1915, l’esercito imperiale estese anche al Trentino,  alla Venezia Giulia ed alla Dalmazia le pratiche di deportazione in campi di concentramento della popolazione politicamente “sospetta”, che erano già state applicate su larga scala in altre regioni e con altre etnie.

La semplice appartenenza alla nazione italiana era sufficiente per ingenerare diffidenza, poiché i generali austriaci ritenevano tutti gli italiani, anche sudditi imperiali, nemici almeno potenziale. Ricorda il deputato socialista Valentino Pittoni: «la più lieve diffidenza fatta nascere da qualche fonte disonesta, il rapporto più raffazzonato e meno scrupoloso di organi di polizia meno subordinati bastavano per internare o confinare illegalmente un uomo, per trascinarlo qua e là per anni interi come un volgare delinquente di stato, per esporlo all'odio e al disprezzo della popolazione, per consegnarlo a degli organi di polizia che mostravano gioia bestiale contro gente indifesa».

Alcuni dei deportati lo furono perché tenevano in casa un busto di Dante, oppure perché avevano la tendenza (secondo quanto riporta una relazione di polizia) a non frequentare ufficiali e la comunità austriaca in generale, oppure perché erano parenti d’iscritti ad associazioni italiane, come la Lega nazionale che si occupava di scuola e cultura. Anche un moderato come Alcide De Gasperi condannò pubblicamente le deportazioni di cui gli italiani furono vittime.

I numeri di tale sradicamento furono enormi, poiché furono deportati circa 75-80.000 trentini e circa 70.000 italiani della Venezia Giulia, a cui si debbono ancora aggiungere numerosi dalmati italiani. Ad esempio, nella piccola città di Neresine, nel Quarnaro, furono falcidiati interi nuclei familiari.

Furono rinchiusi in campi di concentramento persino parlamentari, teoricamente protetti dall’immunità: vennero così deportati Valeriano Malfatti, Enrico Conci, Guido de Gentili (liberale il primo, popolari gli altri due).

Il podestà di Trento, Vittorio Zippel, fu rimosso, internato ed infine condannato da un tribunale per alto tradimento, essendo stato giudicato un irredentista per alcune sue dichiarazioni anteriori alla guerra. Addirittura il principe vescovo di Trento, Celestino Endrici, fu internato in una fortezza a Heiligenkreuz.  

I morti per malattia e malnutrizione nei campi di concentramento furono molte migliaia. In un solo lager, quello di Wagna, si ebbero 2000 morti su 17.000 deportati nel giro di due anni.

Non si trattava di semplici misure di guerra a beneficio di sfollati e profughi, ma di un piano sistematico di snazionalizzazione. Ad esempio, un recente studio di Gerd Pircher contribuisce a documentare quale destino si progettasse per il Trentino durante il primo conflitto mondiale: una volta ottenuta la vittoria si doveva conservare parzialmente la giurisdizione militare, proclamare il tedesco come unica lingua ufficiale, imporre il tedesco nelle scuole, procedere ad una epurazione dell’amministrazione, germanizzare i toponimi e le insegne (come già s’era iniziato a fare), favorire l’immigrazione austriaca con fini di colonizzazione ecc.

Questi piani erano sostenuti da una cerchia di militari, capeggiati dall’arciduca Eugenio e dai generali Alfred Krauss e Viktor Dankl, che si proponevano la snazionalizzazione del Trentino e la sua germanizzazione, ritenendo praticamente ogni italiano un individuo potenzialmente ostile all’impero ed internando o deportando chiunque fosse ritenuto politicamente inaffidabile.

L’ideologo di questi tre generali era Michael Mayr, professore di storia all’università di Innsbruck e più volte eletto al parlamento di Vienna ed al consiglio regionale del Tirolo, autore del libro Die Entwicklung des Italienischen Irredentismus in Tirol, che trattava dell’irredentismo italiano nell’attuale Trentino-Alto Adige.

Le autorità militari procedettero da subito nel 1915 allo scioglimento di moltissime associazioni italiane.

Seguirono poi l’invio al carcere od al confino di buona parte della classe dirigente trentina e la deportazione di molte migliaia di italiani (beninteso italiani di nazionalità, ma giuridicamente sudditi asburgici) in campi d’internamento lontanissimi dal Trentino. Si passò poi anche alla germanizzazione della toponomastica e delle insegne. Gli alti comandanti militari elaborarono un piano organico che doveva stroncare definitivamente l’irredentismo e che era una mescolanza di militarismo e snazionalizzazione.

Il cosiddetto Bekämpfung des Irredentismus (“Lotta all’irredentismo”) suggeriva di adottare il tedesco come sola lingua ufficiale, di ridurre le spettanze delle amministrazioni locali a vantaggio dello stato centrale, di demandare alla magistratura militare il compito di perseguire i reati politici anche dopo la fine del conflitto quindi in tempo di pace, d’imporre l’addestramento militare di massa agli abitanti etc.

Queste proposte furono parzialmente accolte dal parlamento regionale del Tirolo, che votò nel 1917 una sua deliberazione con cui stabiliva che la lingua ufficiale avrebbe dovuto essere solo quella tedesca e che questo avrebbe riguardato anche le istituzioni scolastiche. Inoltre si proponeva di mantenere anche dopo la fine della guerra la misura di “stato d’assedio” nel Trentino.

Fra le leggi di guerra speciali dell’impero vi era quella del giudizio statario, che autorizzava a processare per direttissima davanti ad un tribunale militare i sospetti di simpatia per il nemico.

I militari si avvalsero ampiamente di questa prerogativa, in un numero imprecisato di casi. Bastino alcuni esempi per valutare come fu applicata. Furono arrestati il triestino Leopoldo Mauroner (classe 1839) ed il rovignanese Lodovico Sgnidarich (classe 1841) perché … avevano combattuto con Garibaldi in Francia nel 1870-1871.

I due vecchi garibaldini, quasi ottantenni nel 1915, furono prima arrestati, poi internati.

Ma gli esempi di siffatta “giustizia” di guerra in Austria durante il primo conflitto mondiale straripano ed era sufficiente veramente il minimo cenno di ostilità verso l’impero asburgico per rischiare una condanna.

Il campo di concentramento di Katzenau (Konzentrazionlager era la denominazione ufficiale in uso) era uno fra quelli in erano stati deportati italiani sudditi imperiali ritenuti politicamente sospetti.

Il comandante del lager, barone Eicher, nel 1916 impose ad un coro ed un’orchestra formati dai deportati che cantassero il 18 agosto, anniversario della nascita di Francesco Giuseppe, l’inno imperiale.

Davanti alle proteste ed al rifiuto degli internati, il barone cercò di costringerli minacciandoli di ritorsioni e misure disciplinari. Chi, malgrado ciò, ancora si ostinò a non cantare per la gloria del kaiser sotto il cui scettro questi suoi sudditi erano stati deportati, fu dapprima rinchiuso nella “baracca di punizione”, sorta di cella d’isolamento del lager, successivamente spedito davanti al tribunale di Linz. Per la cronaca, a Katzenau si ebbero 1754 deportati, con 353 morti: il 20,5%.

Vennero spediti a processo alcuni inservienti ed allievi dell’Istituto dei poveri di Trieste, “colpevoli” di aver raccolto volantini gettati da aeroplani italiani. Uno dei processati, un orfano di sedici anni, fu condannato a 7 anni di carcere.

Nell’agosto del 1915 fu arrestato, processato e condannato a morte l’austriaco Johan Brence, oste di Lengenfeld (Carniola).

Che cosa aveva fatto? L’accusa era di aver insultato l’imperatore Francesco Giuseppe. Emessa la sentenza, Brence fu subito fucilato.

Nel dicembre del 1915 fu arrestato, processato, condannato a morte Emilio Kravos, un commerciante di granaglie. Quale era stata la colpa di Kravos? Egli, ubriaco, aveva gridato “Viva l’Italia!” in una osteria di Gorizia. Il processo si svolse senza che Kravos fosse assistito da un avvocato. La sentenza di morte fu immediatamente eseguita.

Il totale di sentenze capitali emesse dai tribunali militari straordinari dell’Austria rimane a tutt’oggi ignoto, essendo la documentazione dispersa in una pluralità di archivi. Se si condannavano ad anni ed anni di carcere ragazzini senza famiglia per aver fatto collezione di volantini dannunziani ed a morte coloro che insultavano il kaiser o gridavano ubriachi “viva l’Italia”, allora quanti sono stati i processati ed i condannati per giudizio statario sotto l’Austria felix?

 

 

Bibliografia

G. Pircher, Militari, amministrazione, e politica in Tirolo durante la prima guerra mondiale, Societa di Studi Trentini di Scienze Storiche, Trento 2005. Essa è la traduzione in italiano dell’opera originale Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Universitatsvelag Wagner, Innsbruck 1995.

Un esilio che non ha pari» 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, a cura di F. Cecotti, Gorizia 2001.

K. Platzer, Standrechtliche Todesurteile im 1. Weltkrieg, Berlin 2004.

A. Di Michele, Tra due divise. La Grande Guerra degli italiani d'Austria, Roma-Bari 2018.