Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Sciascia e la Morte dell’Inquisitore

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Nel febbraio 1964 gli editori Laterza pubblicarono il saggio romanzato dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia, Morte dell’Inquisitore.

La prima edizione andò presto esaurita al di là delle aspettative, tanto che nel marzo dello stesso anno venne edita la seconda.

Il romanzo ambientato all'epoca della dominazione spagnola è ispirato all'omicidio dell'inquisitore spagnolo Juan Lopez de Cisneros, avvenuto a Palermo da parte dell'eretico da lui interrogato, il frate siciliano Diego La Matina.

Dal testo è stato qui evidenziato il passo in cui l'autore racconta l'episodio che sconvolse l'esistenza dell'eremita siciliano, Diego La Matina, che per vendetta "d'unuri" uccise in chiesa un gabellotto del Conte del Carretto che gli aveva disonorato la bella sorella.

Dopo l'assassinio Diego si diede alla macchia e al brigantaggio e si disse avesse accumulato e occultato un leggendario tesoro tale da solleticare l'ingordigia della Santa Inquisizione.

La storia non ha un lieto fine.

«Diego La Matina aveva una giovane sorella, molto bella.

Insidiava la ragazza, un uomo di fiducia del Conte del Carretto, una specie di sovraintendente della Contea, del feudo. Tornando una sera a casa, Diego, che viveva da romito, solo di tanto in tanto, affacciandosi in famiglia, trova i suoi prostrati nella vergogna e nel dolore.

La ragazza era stata corteggiata o addirittura rapita da quell'uomo potente. Diego non dice una parola ma l'indomani, appena l'alba fa occhio, esce di casa armato di scoppetta.

Si usava allora al primo albeggiare celebrare nella Matrice una messa per i villani e vi assisteva l'uomo di fiducia del Conte che, a messa finita, smistava il branco dei villani per i lavori della giornata.

 

Diego sparò mentre si celebrava la messa e l'uomo che gli aveva disonorato la sorella e la casa, cadde.

Compiuta la vendetta non gli restava che darsi definitivamente alla campagna, non più da romito, ma da brigante e il frutto delle rapine ammassò nei recessi della grotta che porta il suo nome e ancora non vi si trova il tesoro poiché nessuno ha avuto finora l'ardimento di addentrarvisi.»

Di seguito pubblichiamo un autografo Leonardo Sciascia sulla seconda edizione del volume del 1964.

 

 

 

 

 

 

 

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