Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

“Sminatori” in Italia nell’ultimo conflitto mondiale

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La parola “mina” ha origine celtica e significa galleria. Tra i suoi derivati vi è quella di minatori, persone che lavorano nelle gallerie (e usano esplosivi) e “sminatori” un termine popolare che indica sia il volontario civile che il soldato che disattivano mine e ordigni esplosivi.

Col termine artificiere si indica il militare deputato esclusivamente a tale compito.

La variazione della terminologia corrisponde a quanto è avvenuto nel nostro Paese nell’ultimo conflitto mondiale. Dopo il passaggio del fronte il territorio era disseminato da un numero spaventoso di ordigni bellici inesplosi lasciati in gran parte dall’esercito tedesco, ma anche da quelli alleati.

La rimozione doveva avvenire rapidamente se si voleva tornare prima possibile ad una normale vita civile.

Le forze militari, gli artificieri, non risultavano tuttavia sufficienti al compito immane e vennero arruolati volontari civili, gli “sminatori”.

Mio padre, operaio specializzato delle Officine Galileo a Firenze, aveva lavorato sulle navi da guerra dal 1939 al 1943 come tecnico.

Dopo l’8 settembre all’alternativa di una deportazione in Germania aveva scelto di disinnescare le bombe non esplose lanciate dagli alleati in Toscana.

Alla fine del conflitto, dopo aver frequentato   un corso di aggiornamento specifico del Ministero della Difesa, era entrato a far parte degli “sminatori” italiani.

 

Alla fine del 1946 erano circa 1800, inquadrati in un Centro di addestramento militare, Bonifica Campi Minati, B. C. M. Per dare un’idea del lavoro svolto   nelle varie regioni italiane furono disattivate circa due milioni di mine in soli quattro mesi dal maggio all’agosto 1945, e quattro milioni e nel 1962.

Nel 2009 sono stati rinvenuti circa 80mila ordigni esplosivi e 150 bombe di aereo.

Nei primi mesi del 2014 un agricoltore ha riportato gravi ferite del volto e delle mani per l’esplosione di un ordigno mentre stava zappando, e due giovani hanno perso la vista e una mano a causa dell’esplosione di un ordigno trovato in un campo.

La TV mostra ancora negli ultimi anni la disattivazione di bombe inesplose trovate durante lavori di scavo e nella foto, scattata nel febbraio 2021, il cartello segnala la presenza di residuati bellici nel Polo Scientifico di Sesto F.no, alla periferia di Firenze.

Con gli “sminatori” e mio padre ho trascorso una vacanza particolare nell’agosto 1946 in un prefabbricato situato a Cantagallo, vicino a Vernio nella provincia di Prato, una zona montuosa dell’appennino tosco-emiliano.

Il nome è propiziatorio, ma si trattava di un territorio attraversato dalla Linea Gotica, la linea difensiva tedesca del 1944, luoghi di intense battaglie e ad alta densità di residui bellici.

Avevo quattordici anni e oggi si potrebbe giudicare anomalo ed azzardato permettere che un ragazzo facesse la vacanza scolastica in un luogo pieno di pericoli. Occorre tuttavia tener conto dell’atmosfera particolare allora esistente nel nostro Paese, molte regole erano allentate, dominava un’euforia diffusa ed una sensazione d’immunità da parte di tutti quelli scampati dai pericoli della guerra.

Ho visto in TV le misure precauzionali ora adottate per disattivare una bomba di aereo inesplosa: popolazione evacuata, isolamento accurato dell’ordigno e per renderlo inoffensivo svitamento della spoletta, radiocomandato effettuato a distanza di sicurezza. Ripenso   ai racconti di mio padre: si poneva a cavalcioni   della bomba e con la chiave inglese   svitava la spoletta che qualche volta era deformata e non voleva cedere.

Nonostante gli sforzi organizzativi gli “sminatori” rimanevano un gruppo eterogeneo, per preparazione specifica, provenienza e classe sociale. Del gruppo conosciuto durante la vacanza nel 1946, circa una decina, ne ricordo due in particolare. Facevano coppia e forte contrasto: uno di origine russa, alto, magro, biondo, dinoccolato, rispondeva al nome di Trotnoff.

L’altro invece toscano, di cui non ricordo il nome, piccolo e muscoloso. La mattina si sfidavano a gara attraverso i sentieri della montagna per arrivare primi al lavoro sui campi minati; nonostante la mia giovane età non riuscivo a tenere il loro ritmo, erano velocissimi e anche molto eloquenti nel racconto delle conquiste femminili.

In quella zona dell’Appennino le mine da disattivare erano soprattutto anti-uomo.

Un giorno mio padre mi fece osservare tre sottili barrette metalliche che sporgevano a forma di tridente dal terreno, all’ombra di un albero, del tutto indistinguibili dai fili d’erba circostanti. Si trattava della terribile mina tedesca, la Schrapnell mine, abbreviata come S-Mine, e dagli americani Bounting Betty, Betty saltellante.

Costituita da un barattolo di esplosivo con frammenti di acciaio, quando il piede pestava le barrette   una piccola carica la faceva alzare da terra a circa un metro di altezza  e   tutto il contenuto esplodeva seminando morte in un raggio di duecento metri. Non vi era scampo. 

I tedeschi ne avevano “distribuite” durante la guerra nei vari territori circa due milioni. Più “benevole” erano le mine “a cassetta”, in legno, materiale non riconoscibile ai metal detector, gli strumenti che adoperavano gli sminatori.

Della grandezza di una scatoletta portagioie, invece dei gioielli contenevano l’esplosivo in forma di una innocua saponetta. Se un piede chiudeva il coperchio   la mina esplodeva, la persona perdeva la gamba e moriva dissanguata se non soccorsa immediatamente.

Un altro tipo di mina molto potente destinata a far saltare un ponte, aveva invece dilaniato Angelo, un sorridente siciliano, collega di mio padre e amico di famiglia.

Nel 1953, ricordo bene la data, dovevo prendere la patente ed essendo l’autista degli sminatori mi aveva dato   lezioni di guida. Mentre la estraeva non si accorse del collegamento con un’altra mina sottostante. Ritrovarono semifusa a distanza la chiave inglese in acciaio che aveva nel taschino.

Le perdite subite dagli “sminatori” nel nostro Paese, 620 morti e 844 feriti o mutilati, riferite al loro numero complessivo modesto, dimostrano il rischio del lavoro che svolgevano. Il loro sacrificio va ricordato   perché anche a loro si deve il ritorno alla vita civile.

Il problema delle mine e degli ordigni bellici inesplosi, lasciti di guerre, continua ad essere terribilmente attuale.

Nonostante i successi del Trattato di Ottawa, entrato in vigore nel 1999 con la ratifica di 40 Stati, diventati successivamente 160, protagonisti di un importante “sminamento mondiale” che ha portato alla distruzione di 51 milioni di mine, migliaia di persone sono ancora uccise o ferite ogni anno e come sempre tre vittime su quattro sono civili, quattro su dieci sono bambini. Un orrore che deve finire.

Un ringraziamento finale alla sorte benigna è doveroso se mi ha permesso di scrivere questo articolo in tarda età.

Nell’immediato dopoguerra accompagnai mio padre che doveva procedere alla bonifica di un campo minato alla periferia di Firenze. 

Mentre saggiava il terreno con una asta di legno a punta metallica per individuare e disattivare le mine “a cassetta” mi disse che intanto avrei potuto raccogliere le olive nel campo adiacente che non risultava essere minato. Quel mattino lo percorsi in lungo e largo. Poco tempo dopo nello stesso campo saltarono in aria i figli del contadino.

 

 

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