Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La resistenza silenziosa di Anteo Zamboni

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A Bologna, nella piazza del Nettuno c’è una lapide sbiadita: «Congiuntamente onorando i suoi figli eroi immolati nella ventennale lotta antifascista con questa pietra consacra nei tempi Anteo Zamboni per audace amore di libertà il 31 ottobre 1926 qui trucidato martire giovanetto degli scherani della dittatura».

Fu l’avvocato della famiglia Zamboni, Roberto Vighi, a dettarne le parole, quando l’Italia si ricostruiva dalle macerie belliche e celebrava gli eroi della resistenza. Anteo aveva fatto parte di quella silenziosa resistenza che faticò tanto per poter riemergere dall’oscurantismo fascista.

Discendente da una famiglia di anarchici, era nato a Bologna il primo febbraio del 1911. Per ragioni economiche il padre, Mammolo, si era convertito forzatamente al fascismo, ottenendo di stampare nella sua tipografia i fogli di propaganda della sezione bolognese. Nella stessa tipografia vi lavorava anche il giovane figlio come fattorino. Era un ragazzo taciturno e solitario che cresceva all’ombra di risentimenti anarchici e ideali libertari.

La mattina del 31 ottobre del 1926, nella piazza del Nettuno c’era anche lui, probabilmente attirato dalla festa inaugurale dello stadio olimpico “Il Littoriale”, un’opera straordinaria per quel periodo e per la quale erano state spese ingenti somme di danaro. Mussolini aveva fatto solenne ingresso nello stadio dalla porta della Torre olimpica, in sella a un cavallo bianco, osannato da una folla di centomila bolognesi e nella stessa giornata aveva parlato all’Archiginnasio, alla Società per il progresso delle scienze e aveva inaugurato la casa del Fascio.

 

Stava per essere ricondotto alla stazione a bordo di una grande torpedo, quando all’improvviso tra due carabinieri, sporse una mano armata di pistola. Sparò un sol colpo, sicuro e ben fermo in direzione del duce, ma finì solo per bruciargli un lembo della giacca e a bucare la fascia dell’Ordine mauriziano che portava sulla divisa.

Non era il primo attentato contro il Capo del Governo, nel giro di un anno ci avevano già provato il deputato Zaniboni, l’irlandese Violet Gibson e l’anarchico Lucetti, ma ogni volta Mussolini aveva avuto la fortuna di schivare i colpi e far arrestare i colpevoli. Pertanto quel giorno a Bologna la vigilanza era stata intensificata. Subito dopo lo sparo, mentre la torpedo si allontanava di qualche metro, il primo a bloccare l’attentatore fu il tenente di fanteria Carlo Alberto Pasolini, il padre del ben noto scrittore e filosofo Pierpaolo. In pochi secondi accorsero altri squadristi che si gettarono sul presunto colpevole e lo massacrarono a colpi di pugnale.

Il corpo esanime venne scaraventato dall’altra parte di Via Ugo Bassi, ai piedi di Palazzo d’Accursio, mentre il quadrumviro ferrarese Italo Balbo correva fiero alla stazione per mostrare al duce il fendente insanguinato, proclamando: «Giustizia è fatta!».

Più tardi all’obitorio il cadavere venne identificato come Anteo Zamboni, un anarchico appena quindicenne. Ma fu davvero lui a sparare?

L’inchiesta giudiziaria fu costellata di ipotesi e testimonianze contraddittorie, da come fosse vestito l’attentatore, alla dinamica di tutta la vicenda.

Inizialmente, per confermare la responsabilità del giovane assassinato, si puntò su un paio di frasi “storiche”, esaltanti il tirannicidio, riportate da Anteo su un quadernetto trovato in casa, e pertanto fu incriminata, in stato di detenzione, tutta la famiglia: in sede processuale il padre, Mammolo Zamboni e la madre, Virginia Tabarroni furono condannati a 30 anni di prigione per averlo influenzato nelle sue scelte. Lodovico e Assunto, i due fratelli maggiori, anche se assolti dalle responsabilità dirette nel fatto, furono condannati a cinque anni di confino in quanto elementi potenzialmente pericolosi.

Nel 1932 Mussolini decise poi di graziarli.

Ma intanto, nei giorni successivi l’attentato le squadre fasciste, prendendo a pretesto quanto accaduto a Bologna, compirono violenze in tutta Italia: a Genova venne incendiata la sede del giornale socialista "Il Lavoro", a Napoli fu assaltata la casa del filosofo Benedetto Croce e in Lunigiana quella dell'ex ministro liberale Carlo Sforza. In Veneto furono devastate numerose sedi di organizzazioni cattoliche.

Inoltre furono approvate alcune leggi eccezionali, che sancirono in Italia l'avvento di un regime dittatoriale, in particolare quella del 25 novembre 1926 n. 2008, Provvedimenti per la difesa dello Stato, che stabilì la fine della libertà di pensiero e di stampa, lo scioglimento dei partiti antifascisti, l'istituzione del tribunale speciale per gli oppositori del regime e la reintroduzione della pena di morte.

Le circostanze dell’attentato Zamboni rimasero oscure e controverse, un mistero che non è stato sciolto nemmeno dalle lapidi che, al Sacrario dei Partigiani alla Certosa, lo ricordano come “Vittima giovanetta immacolata” e all’angolo Nettuno-Bassi come “Martire… per audace amore di liberta”.

Sulla vicenda calò il silenzio e la giustizia sommaria degli uomini.  Più tardi il tenente che bloccò Anteo Zamboni, Carlo Alberto Pasolini, andato in guerra, fu fatto prigioniero in Kenia e rimpatriato nel 1945 perché colpito dal lutto per la morte del figlio Guido, partigiano bianco della Osoppo, ucciso a Malga Porzus dai partigiani rossi italiani uniti agli sloveni.

Deluso negli ideali politici e per l’altro figlio, Pier Paolo, il “comunista”, cercò la fuga nell’alcool e morì di cirrosi epatica nel 1958. Diciassette anni dopo fu seguito nella tomba da Pier Paolo, ucciso in circostanze misteriose e forse politiche, da un ragazzo di 17 anni.

Epiloghi tragici e misteriosi ancora avvolgono tantissime vicende della nostra storia e probabilmente non saranno mai chiariti.  Quello di Anteo resterà annoverato tra gli episodi più bui della feroce e disastrosa dittatura fascista, ma il suo gesto, spontaneo e romantico, sarà per sempre un simbolo della resistenza silenziosa, un motivo in più per amare e comprendere il valore della nostra libertà.

 

 

 

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