17 marzo 1861 I meridionali d’Italia al primo parlamento nazionale

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Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Mercoledì, 28 Aprile 2021 12:19
Ultima modifica il Mercoledì, 28 Aprile 2021 16:30
Pubblicato Mercoledì, 28 Aprile 2021 12:19
Scritto da Carmine Pinto
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La prima campagna elettorale italiana si svolse nel gennaio del 1861. Erano state convocate le elezioni per il parlamento unitario. A Torino, a Palazzo Carignano, si stava allestendo uno spazio di emergenza per ospitare ben 443 deputati.

Per chi ne era stato protagonista si trattava di un evento irripetibile: la fondazione di una nazione di dimensione europea, una monarchia unitaria, liberale e costituzionale. Per chi era stato sconfitto, i borbonici, i papalini, i difensori degli antichi, era la ratifica della fine del proprio mondo e del ruolo rivestito anche dopo il 1848.

Si trattava di una novità sconvolgente. In una società che non aveva ancora conosciuto l’industrializzazione e la terziarizzazione, per non parlare della solarizzazione, la pratica elettorale era una potente sperimentazione.

Le norme erano quelle dell’Ottocento europeo: censo e limitazioni. Il mondo liberale, che usciva dall’assolutismo, era convinto che il voto era libero, e meno pericoloso sul piano politico-sociale, se gli elettori erano alfabetizzati e indipendenti (e quindi molto pochi).

I deputati furono eletti in collegi uninominali: primo turno il 27 gennaio, secondo il 3 febbraio (in 203 collegi si andò alla ripetizione del voto). Al sud si registrò la più alta partecipazione d’Italia, con punte dell’80% in Sicilia e superiori al 60% in aree come la Puglia e la Calabria.

Il dato più importante fu la collocazione politica. Come aveva previsto il conte di Cavour, non c’erano formazioni regionali (al di là di correnti o gruppi notabiliari).

 I meridionali erano protagonisti dei grandi partiti risorgimentali. La Destra vinse le elezioni, con il 46% dei voti, la Sinistra ottenne poco più del 20%, i mazziniani dell’estrema meno del 3%, ma al sud ebbero l’unico successo nazionale: in Puglia, Basilicata e Cilento si attestarono intorno al 13%. La Sinistra si affermò in Calabria e nelle aree interne campane, i moderati in Abruzzo, nel napoletano, in Sicilia.

I gruppi politici meridionali si confermarono parte integrante dei partiti che avevano contribuito a fondare in esilio dopo il 1849 e nella crisi unitaria del 1859-1860. Erano in larga misura gli uomini che si erano fatti le ossa nell’opposizione politica ai Borbone e nel conflitto civile napoletano. E, se diventeranno protagonisti della costruzione dell’Italia liberale, ne fece un ritratto umano e divertente un incredibile scrittore, giornalista e critico di cultura e fama europea: Ferdinando Petruccelli della Gattina.

Era di Moliterno, in Basilicata, il suo comune gli sta ora dedicando eventi e progetti importanti, all’epoca era una delle penne più aggressive dell’Italia unita, era deputato e in un libro celebre, un instant book dell’epoca, I moribondi di Palazzo Carignano, raccontò aneddoti simpatici o ammirati, crudeli o divertenti dei colleghi.

L’uomo forte della Destra era Silvio Spaventa, abruzzese, nel 1848 deputato e fondatore Nazionale, finito nelle carceri di Ferdinando II. Ora gestiva la corrente con pugno di ferro, era nemico giurato della sinistra garibaldina napoletana. Petruccelli non se gliele mandava a dire e lo descriveva deciso e spietato. Il factotum della Destra era il pugliese Giuseppe Massari, anche lui ex deputato del 1848 fuggito a Torino. Era uomo di punta del gruppo di Cavour, ma anche maestro delle nuove pratiche parlamentari, dei corridoi del parlamento e degli accordi pubblici e non.

C’era anche uno dei maggiori giuristi italiani, l’avellinese Pasquale Stanislao Mancini, anche lui ex deputato ed autore della protesta dei deputati napoletani contro Ferdinando II nel 1848, diventò dei maggiori teorici del nazionalismo italiano. E nel racconto fu descritto come un oratore instancabile, inarrestabile e ingestibile, capace di annientare i poveri deputati. Di Carlo Poerio, Benedetto Croce raccolse la storia familiare. Era il simbolo della tradizione liberale moderata napoletana ma nel 1861 era logorato dopo dieci anni nelle carceri borboniche. E così il temibile Petruccelli lo raccontò in un tentativo impossibile: mettere d’accordo i deputati napoletani.

L’atteggiamento teatrale e retorico, tipico degli avvocati, era attribuito al salernitano Raffaele Conforti, anche lui un giurista importante (sarà tra i protagonisti dell’unificazione dei codici), era nipote il famoso giureconsulto e abate, Francesco Conforti, ministro della Repubblica napoletana che finì al patibolo nel 1799. Invece un altro avellinese, Francesco De Sanctis, scrittore e critico destinato a grande fama ma poco esperto delle logiche parlamentari, finì sotto la penna spietata di Petruccelli: l’intellettuale costretto a rincorrere un complicato mondo ben diverso dalle analisi accademiche.

Non mancava la sinistra, così forte nel Mezzogiorno. Aveva tra i suoi leader il palermitano Francesco Crispi, nei vertici della rivoluzione siciliana del 1848 e della spedizione dei Mille (e sarà i grandi statisti dello stato liberale italiano). E con il suo carattere rompeva, a dir poco, la monotonia dei dibattiti parlamentari. Quando iniziava a parlare, scrisse il giornalista di Moliterno, sembrava che stava per “tirar fuor di tasca” un paio di revolver.

Insomma, i meridionali che entrarono nel primo parlamento dell’Italia unita, erano tra tanto fondatori di una grande nazione quanto personaggi con la propria, complessa, umanità. Per loro, luci ed ombre, vittorie e sconfitte, errori e capolavori si sarebbero succeduti. Eppure il successo risorgimentale non fu messo in discussione. Il sistema politico assunse una configurazione sopravvissuta fino ai nostri giorni, con partiti che ebbero sempre una dimensione nazionale. E gli uomini raccontati da Petruccelli della Gattina, che magari litigavano e si sfidavano a duello, restarono compatti contro i nemici comuni e nell’obiettivo di difendere un edificio unitario. Un tentativo riuscito, visto che è durato fino ad oggi, centosessant’anni dopo.