Ugo Cafiero e il Caso Calabretta

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Categoria: Storia Contemporanea
Creato Giovedì, 15 Aprile 2021 20:41
Ultima modifica il Mercoledì, 28 Aprile 2021 12:21
Pubblicato Giovedì, 15 Aprile 2021 20:41
Scritto da Raffaele Scala
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Il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il più antico del Mediterraneo, sorto come è noto nel 1783, orgoglio e vanto della marineria partenopea, è stato teatro, purtroppo, anche di non poche spiacevoli vicende di scandali, corruzioni e ruberie di varia natura, coinvolgendo politici, istituzioni e dipendenti truffaldini.

Truffe, naturalmente che non erano monopolio del solo cantiere stabiese, ma riguardavano anche gli altri siti nazionali, anzi l'intera Regia Marina come dimostrarono diverse, clamorose inchieste, ma nel nostro articolo tratteremo solo di quanto accadde a Castellammare di Stabia.

Potremmo ricordare lo scandalo scoperto nel 1899, quando vennero a galla almeno tre anni di camorra e ruberie scoperte dall'ispettore del Genio Civile, poi nominato senatore nel gennaio 1910, Edoardo Masdea (1849 - 1910), inviato a Castellammare per indagare sulle varie denunzie pervenute al ministero della marina. L'indagine si chiuse con il trasferimento di alcuni capi operai senza toccare il livello politico, avendo coinvolto lo stesso deputato locale, l'Ammiraglio napoletano, Giuseppe Palumbo (1840 - 1913).

 

Fu uno dei tanti che si procacciava voti utilizzando il bacino elettorale, facilmente ricattabile, dei duemila operai del Regio Cantiere, continuamente sottoposti ad angherie e soprusi di ogni genere, dalle sospensioni ai trasferimenti in altri Cantieri, come capitò, per esempio agli operai socialisti, Guida e D'Auria, trasferiti il primo alla Maddalena e il secondo a Taranto, colpevoli di essere tra gli organizzatori della sezione Arsenalotti.1

Tra quelli clamorosi, ricorderemo in questa nostra premessa, uno per tutti, il doppio scandalo, non meno celebre di quello che ci apprestiamo a scrivere, risalente ad appena tre anni prima, esploso ancora una volta ad agosto e fatto emergere da una serie di inchieste pubblicate dal settimanale socialista di Castellammare di Stabia, La voce del Popolo, giornale dove si cimentavano i maggiori dirigenti della locale sezione del Psi, da Vito Lucatuorto, a Pietro Carrese, da Ignazio Esposito a Raffaele Gaeta e Catello Marano.

Era il 25 agosto 1907 quando un blitz dei carabinieri portò all'immediato arresto del capo ufficio Gaspare Capello, del capo tecnico Giacinto Pela, del capo operaio, Silvestro Ferraiuolo e di molti altri. Nei giorni successivi arrivò anche l'arresto dell'imprenditore di Frattamaggiore, Carmine Pezzullo, da diversi anni fornitore di canapa al cantiere riuscendo a vincere le gare d'appalto grazie a forti ribassi, dai quali si rifaceva ampiamente rubando sulla qualità e sul peso del prodotto consegnato grazie alle complicità interne.2

Intanto, ad inchiesta ancora in corso, nel cantiere saltavano le teste del Comandante e del vice direttore, il primo messo in disponibilità e il secondo trasferito d'urgenza. Tra gli arrestati figurava, tra gli altri, Salvatore Coppola, nella cui cantina si tenevano le riunioni dei vari arrestati.

Il processo contro Pezzullo più altri 24 si aprì nel novembre 1909, presso l'ottava sezione civile del Tribunale di Napoli, con l'accusa di frode continuata a danno dell'erario.

Grande scandalo provocò la mancata costituzione di parte civile da parte dello Stato nonostante fosse il maggiore danneggiato. Seguirono, naturalmente numerose interrogazioni parlamentari.3

Il processo si concluse, grazie alle potenti amicizie politiche di Pezzullo, con l'assoluzione di tutti gli imputati, «per non aver commesso il reato», con sentenza del 17 febbraio 1910.4

Uno scandalo nello scandalo di una Giustizia che utilizzava, ieri, come oggi, come sempre, due pesi e due misure.5

Per inciso, Carmine Pezzullo (1866 – 1925), capostipite di una dinastia che spadroneggiò a Frattamaggiore per diversi decenni fu sindaco della sua città, mantenendo la carica ininterrottamente dal 1909 al 1923, lasciando poi l'eredità al figlio, Sossio, sindaco nel 1925.

Il fratello minore di Carmine, Angelo, banchiere e medico chirurgo, fu deputato per diverse legislature, dal 1913 al 1929, elezioni accompagnate da ingerenze governative, violenze, corruzioni e brogli elettorali. In una parola, i Fusco di Frattamaggiore.

Non parleremo degli scandali legati ai vari tentativi di vendita ai privati del Regio Cantiere, da alcuni spinti e sostenuti ai soli fini di interessi personali, fin dal 1896.

Uno di queste spinte coinvolse l'ex capitano di marina, l'ingegnoso imprenditore napoletano Michelangelo Cattori (1848 -?)  per mano del deputato, sottosegretario e ministro, nonché generale, Afan de Rivera (1842 – 1904). 

Ricordiamo, per inciso, che Cattori aveva rilevato nel marzo 1899 l'Impresa Industriale di Costruzioni Metalliche, fondata a Castellammare nel lontano 1870 dal francese Charles Finet e diretta dal celebre ingegnere, Alfredo Cottrau, poi diventati Cantieri Metallurgici Italiani (Cmi).   L'allontanamento di Afan dal governo mandò a monte la speculazione.6

La privatizzazione riuscì, infine, a Benito Mussolini nel 1939 con la costituzione della Navalmeccanica, società del gruppo IRI, incorporando le Officine Meccaniche e Fonderie, il Cantiere di Vigliena, le Officine & Cantieri Partenopei e il Regio Cantiere di Castellammare.

La Navalmeccanica diventerà Italcantieri nel 1966 e la sede da Napoli sarà trasferita a Trieste. Infine, nel 1984, la società sarà inglobata dal Gruppo Fincantieri.

Lo scandalo esplose all'improvviso il primo agosto 1910 quando sui giornali locali e nazionali, lanciata dal quotidiano di Scarfoglio, Il Mattino, e ripreso da altri, dal Messaggero all'Avanti!, dal Corriere d'Italia alla Stampa di Torino e via via tutti gli altri, apparve la notizia dell'arresto del vice direttore del Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia, il Tenente Colonnello, Antonino Calabretta in seguito ad una inchiesta che avrebbe condotto alla presunta scoperta di una vera e propria truffa ai danni dello Stato.7

Calabretta, proveniente dall'Arsenale di Napoli, aveva assunto l'incarico da poco più di un anno, sostituendo il colonnello Giuseppe Rota (1860 – 1953), promosso al Ministero della Marina, poi nominato senatore durante il regime fascista.

Al già maturo Calabretta era toccato in eredità il completamento della prestigiosa corazzata da 20.500 tonnellate, Dante Alighieri, impostata dal tenente generale, Edoardo Masdea nel giugno 1909, lo stesso che aveva disegnato, pianificato e varato i due formidabili incrociatori corazzati, il San Giorgio il 25 luglio 1908 e il San Marco il 20 dicembre successivo.

Il Dante Alighieri era la prima, imponente dreadnought italiana, da varare in pompa magna proprio in quei giorni d'infuocato agosto, il 20, alla presenza del Re e della Regina.8

L'accusa, circolata rapidamente in tutta Castellammare nei giorni precedenti  guadagnò l'attenzione della stampa locale e nazionale il 31 luglio, con articoli che andavano dal quotidiano romano, Il Messaggero alla Stampa di Torino, poi  esposta con ricchezza di particolari, ingrandendola all'inverosimile, dal napoletano, Il Mattino,  era tra le più gravi: il tenente colonnello Calabretta era stato corrotto dalla Società di Navigazione Fluviale Romana, nella quale si diceva avere interessi personali, mettendo a disposizione di questa, materiali ed operai del Regio Cantiere, consentendo di eseguire una serie di lavori di riparazione ad alcuni piroscafi in uno stabilimento privato di Castellammare.

Operai e materiali che gravavano sui costi del Regio Cantiere. Come se non bastasse altre accuse, le più disparate, piovvero sul povero militare: lo si accusava di aver fatto entrare via mare nel Regio Cantiere diversi generi alimentari, tra cui vino marsala, poi venduto in città evadendo il dazio; di aver fornito allo stabilimento meccanico Cattori il carbone prelevandolo dal deposito del Regio Cantiere ed infine di aver consegnato ad una ditta di Castellammare più ferro di quanto concordato senza farlo pagare, in cambio di una tangente.9

Non mancò l'accusa di aver favorito la camorra locale nell'affidamento della costruzione della tribuna per il prossimo varo della Dante Alighieri e nell'illegale commercio dei biglietti. Il bagarinaggio dei biglietti, in alcuni casi venduti a prezzi esorbitanti, fino a 30 lire, per assistere ai vari delle navi, era una vecchia accusa lanciata dalla sezione socialista stabiese con il suo corrispondente dell’Avanti! Ignazio Esposito, in occasione del varo del San Giorgio prima e del San Marco poi.10

Come sempre le voci si rincorrevano e si susseguivano travalicando la realtà dei fatti e creando dubbi e sgomento tra quanti lo avevano conosciuto. Originario di Riposto, piccolo centro marinaro della Sicilia Orientale, in provincia di Catania, dove era nato il 28 ottobre 1855, figlio del falegname Vincenzo e di Angela Granata, Calabretta, «il più perfetto dei galantuomini», era un uomo di grande intelligenza, ingegnere di valore, cui non mancava l'inventiva.11

Aveva, tra le altre cose, inventato un tipo di torpediniera senza fumaiolo, suscitando la massima attenzione sulla stampa tecnica. A lui si doveva un primo progetto di nave traghetto risalente al 1881, da lui denominato piropontone a ruote per il traghettamento dei carri ferroviari.

Gli stessi operai del cantiere e vari capi tecnici, da tutti considerato persona per bene, più volte interrogati, smentirono le pesanti accuse rivolte al loro vice direttore. Ed erano, gli operai, e la stessa cittadinanza, talmente convinti della sua innocenza da non esitare a protestare pubblicamente sottoscrivendo in mille un documento a suo favore e spedito al Ministro della Marina, il napoletano Pasquale Leonardi Cattolica (1854 – 1924), in quei giorni in vacanza nella vicina Torre del Greco, ed inviando un telegramma di solidarietà allo stesso Antonino Calabretta.

In realtà lo Stato Maggiore del Dipartimento Marittimo si affrettò da subito a smentire la clamorosa notizia dell'arresto del colonnello, come non risultava a verità il suo trasferimento in una cella del carcere di Castel dell'Ovo, l'antica fortezza di Napoli così ricca di storia e di leggende.

La smentita ufficiale  se da un lato sembrò ridimensionare l'accaduto, pure sembrò dimostrare la gravità dei fatti con l'esonero dalle sue funzioni di vice direttore in attesa di provvedimenti disciplinari da prendere a suo carico ed immediatamente sostituito dal tenente colonnello, Gioacchino Russo (1865 – 1953), anch'egli siciliano di Catania e futuro senatore del Regno, mentre l'accusato raggiungeva il capoluogo campano prendendo alloggio presso l'Hotel de Londres,ancora oggi esistente, per rimanere a disposizione delle autorità.

A spegnere il fuoco fu anche la Società di Navigazione dalla sua sede centrale di Roma, smentendo categoricamente ogni addebito. Il fratello di Calabretta, Tommaso, Capitano d'armamento, era sì il direttore della Società, ma non per questo furono usati favoritismi di nessun genere.12

In una successiva intervista al quotidiano, Il Momento, lo stesso fratello indicò alcuni dei motivi della trappola tesa al fratello:

 

«La camorra l'ha a morte col costruttore della Dante, che mai ha voluto inchinarsi alle sue ladresche pretese. La camorra tentava una speculazione volendo dei cottimi a prezzi di grossi guadagni? Mio fratello lo impediva. La camorra voleva appaltare le tribune per assistere al varo? Idem come sopra (…). Le lettere anonime di accusa erano spedite al ministero accompagnate ciascuna da una lettera dell'on. Fusco (…). Durante il periodo elettorale Fusco si presentò da mio fratello perché costringesse i 1.200 elettori che sono operai dell'arsenale a votare per lui. Mio fratello disgustato accomiatò il Fusco dicendogli che doveva pensare alla Dante e non a fare l'agente elettorale. Può credere quindi quali rapporti di amicizia corressero tra di loro.»13

 

Altre interviste furono rilasciate dal colonnello e dalla sua stessa moglie al Corriere della Sera, sottolineando le varie pressioni effettuate dal deputato stabiese perfino su minime questioni, arrivando a pretendere di dare suggerimenti, consigli, indicazioni riguardanti il personale e la sua disciplina, fino a pretendere di lasciare liberi gli operai dal lavoro per farli votare a favore del suo partito nelle elezioni amministrative parziali del 24 luglio 1910, quando sindaco dal 1908 era Ernesto Fusco (1869 – 1940), il fratello minore di Alfonso. 

Ed Ernesto era talmente devoto al fratello deputato che quando il sindaco di Riposto, il paese natale del colonnello, gli inviò un telegramma per ringraziare l'intera cittadinanza delle calorose e imponenti manifestazioni a favore del suo illustre concittadino, fece di tutto per tenerlo nascosto, salvo essere poi comunque pubblicizzato da un gruppo di cittadini tramite un manifesto murale.

Non mancava chi metteva in dubbio la stessa smentita del Dipartimento Marittimo sull'arresto del colonnello.

Le voci si rincorrevano e si smentivano, fino a quando fu chiaro che l'ormai ex vice direttore sotto inchiesta era in stato di arresto.

Rimaneva comunque un privilegiato: in virtù del suo alto grado, seppure agli arresti domiciliari, si era scelto un albergo di lusso dove poteva vestire in borghese, essere servito e riverito nella sua camera e ricevere visite della moglie.

Forse fu per questo che rimase particolarmente contrariato quando gli fu impedito di partecipare al varo della Dante Alighieri il successivo 20 agosto, corazzata alla quale aveva lavorato con il massimo impegno negli ultimi tredici mesi.14

L'inchiesta era nata a giugno a seguito di una denuncia anonima fatta pervenire al deputato del collegio, lo stabiese Alfonso Fusco e sua volta inviata alle autorità marittime e allo stesso ministero della marina, accompagnata da una sua lettera in cui chiedeva di fare chiarezza sulle accuse mosse, avviando una serie di ispezioni affidate al direttore generale dell'Arsenale, il Contro Ammiraglio Gozo  al Capitano di Vascello, Fiordalisi e al colonnello Carpi.15

Le tre inchieste, condotte in prima istanza, separatamente, confluirono infine in una sola, ma non ci volle molto per capire che troppe cose non andavano, troppe le accuse rivolte senza portare prove e ancor di più le testimonianze a favore, finché, così come era esploso si spense, aprendo un incendio di altra natura, rivoltandosi contro il primo accusatore, il deputato del collegio stabiese, Alfonso Fusco (1853 - 1916), erede di una dinastia che dominava politicamente la Città delle Acque da oltre un quarto di secolo eleggendo sindaci, consiglieri comunali e provinciali e deputati, a partire dal capostipite, Casimiro Fusco (1827 - 1899), eletto primo cittadino nel 1877, dal fratello di questi, Catello (1839 – 1904), famoso medico chirurgo e direttore dell'Ospedale San Leonardo, sindaco.

Catello provò più volte ad essere eletto deputato, non gli mancavano i mezzi, anche quelli illegali, sembrò riuscirci nel 1886, ma furono annullate, ci riprovò l'anno successivo nel gennaio 1887 e sembrò cosa fatta, ma vennero fuori imbrogli, corruzioni e violenze – segno identificativo della famiglia - e decadde a favore di Domenico Zainy, Ispettore del Genio Civile e membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici.16

Ci riprovò, un’ultima volta, nel 1890, ma inutilmente e si accontentò, suo malgrado, di farsi eleggere più volte sindaco, l'ultima volta nel 1896.  

Catello Fusco morì suicida il 29 giugno 1904, a 65 anni, «stanco di lottare con gli uomini».17

In politica entrarono quattro figli di Casimiro, Alfonso e Ludovico deputati, il primo a Castellammare e il secondo nel collegio di Popoli, provincia dell'Aquila; Ernesto, sindaco della città nel 1908 e Nicola, consigliere comunale. Scandali, denunce, querele e processi a ripetizione non avevano scalfito il potere della famiglia, fino a credere che a loro tutto era concesso, anche rovinare la carriera di un alto ufficiale della Regia Marina. Una dinastia degna di essere raccontata, simbolo della malapolitica figlia di un disgraziato Mezzogiorno, vittima della sua gattopardesca classe dirigente, sempre pronta a mutare pelle a difesa dei suoi privilegi.

Se per giorni le strade di Castellammare si erano riempite dello scandalo Calabretta, ora altrettanto le voci si rincorrevano, non meno spietate, ma stavolta fondate su notizie vere e riguardavano lui, il potente imprenditore e deputato, Alfonso Fusco, alimentate dai giornali. Se il primo venticello della calunnia contro Calabretta era stato diffuso dal quotidiano di Edoardo Scarfoglio, Il Mattino, scrivendo:

 

«Le voci dell'irregolarità che si sarebbero commesse da costui (Calabretta) circolavano da molto tempo, anzi alcuni operai, mossi da non so quali sentimenti, si portarono dal commendatore Alfonso Fusco ad informarlo delle responsabilità: l'onorevole fece scrivere un memoriale e, firmato, lo inviò a Roma. Da allora cominciarono le inchieste.»18

 

Completamente diversi ora si mostravano i fatti. Era stato lo stesso Fusco a mobilitare alcuni operai prezzolati affinché denunziassero il Calabretta la cui unica colpa era di non volersi prestare ai vari intrallazzi esistenti tra il deputato, alcuni operai e i loro capi del Regio cantiere.

Ma la colpa ancora più grave era stato il rifiuto del vice direttore a ricevere un figlio del deputato, presentatosi a casa sua mentre pranzava in famiglia.

L'affronto di lesa maestà andava punito, e se da un lato la denunzia di corruzione poteva essere un’arma letale, questa andava sostenuta e diffusa utilizzando la stampa amica e in particolare sfruttando l'amicizia del potente direttore de Il Mattino e di un giornalista disponibile a scrivere nel giusto modo gli articoli, in grado di soffiare il venticello della calunnia, sussurrandola piano piano, terra terra, sibilando e ronzando nelle orecchie della gente, fino a trasformarlo in schiamazzo.

Arma pericolosa la calunnia, spesso a doppio taglio, capace di rivoltarsi contro chi la usa. Ed infatti ancora dal quotidiano repubblicano leggiamo

 

«Le accuse contro Calabretta lanciate alla macchia e che dovevano essere ben ponderate da chi di dovere si allargarono e si diffusero per l'opera di un noto corrispondente di un famigerato giornale di Napoli, il quale è notoriamente in rapporti con l'on. Fusco e per l'opera di qualche altro invidioso del valore e della fortuna del Calabretta, divenuto per la morte di Masdea uno fra i più giovani direttori della Regia Marina (…). Ed ora la voce del pubblico ha accusato l'onorevole Fusco di avere organizzato questo colpo.»

 

Chi era il giornalista che aveva avuto interesse a gonfiare a dismisura il caso Calabretta al fine di renderlo colpevole agli occhi della pubblica opinione e imputato di fronte alla legge, di cui parlava, non solo il foglio repubblicano, La Ragione, ma quasi tutti i quotidiani nazionali, primo fra tutti, sembra, il moderato, Corriere d'Italia, giornale romano nato pochi anni prima, nel 1906 e diretto da Gaetano De Felice?

Il corrispondente locale dell'Avanti! il socialista stabiese, Ignazio Esposito, ebbe a precisare che  era da considerarsi completamente estraneo il cronista locale del Mattino. 

Gli articoli pubblicati provenivano da un altro corrispondente, un giornalista che aveva facile accesso con casa Fusco.19

In realtà nessun quotidiano aveva fatto il nome di Cafiero, parlando genericamente di un ben noto commendatore, ma ben presto sussurrato in tutti i circoli giornalistici e politici, fino a quando non lo aveva reso pubblico l'organo repubblicano suscitando l'ira dell'interessato.

 

«I giornali di Napoli illustrano largamente il vergognoso dietroscena di questo episodio brigantesco di una camorra che ha il suo focolaio di infezione a Castellammare di Stabia. E mettono in piena luce la figura di un commendatore che sarebbe stata l'anima organizzatrice della grassazione contro l'onore e l'esistenza del colonnello Calabretta. A noi non piacciono le ipocrite reticenze che ad altro non servono se non a salvare i colpevoli e a gettare dubbi ingiusti sopra i galantuomini. Nei circoli giornalistici, nei circoli politici si fa apertamente il nome di un commendatore. Si dice che nei giornali di Napoli e di Roma nel pubblicare il dietroscena di questa losca e vergognosa faccenda abbiano inteso alludere apertamente al commendatore Ugo Cafiero, ex consigliere comunale di Castellammare di Stabia, attuale corrispondete da Roma del Mattino di Napoli.»20

 

Così il coperchio era stato sollevato, il nome finalmente reso pubblico: il colpevole era Ugo Cafiero, giornalista di Castellammare di Stabia, antico consigliere comunale e assessore nella sua città natale, insegnante in varie città, amico intimo del celebre Gabriele D'Annunzio e di molti altri uomini potenti della politica italiana, marito di Giuseppina Denza, figlia del pittore Ciro e nipote di Luigi, il celebre autore di Funiculì funiculà, e ora redattore capo del Mattino a Roma, dove ormai si era stabilito da alcuni anni, ma senza mai perdere i contatti con la città stabiese, dove spesso e volentieri ritornava.21

 

«Il comm. Ugo Cafiero appartiene alla classe giornalistica e ad associazioni giornalistiche, è quindi una persona pubblica. Noi non vogliamo dubitare che penserà egli stesso a chiarire la sua posizione.»

scriveva La Ragione nel suo citato numero del 21 agosto, sfidando il celebre giornalista stabiese ad uscire da ogni ambiguità, liberandosi dalle odiose accuse, oppure ad ammetterle una volta per tutte.

Noi non sappiamo se le voci che lo volevano colpevole fossero o meno vere, se veramente avesse agito sotto dettatura di Alfonso Fusco, oppure per sola mala interpretata amicizia, di certo i fatti sembrerebbero inoppugnabili e condannarlo, ma nonostante tutto Cafiero non rimase in silenzio, non accettò il fango che si stava riversando a piene mani su di lui e reagì rivendicando la sua estraneità ai fatti, che il commendatore di cui si vociferava non era lui, come era facilmente dimostrabile.

Così prese carta e penna e scrisse una lunga lettera al direttore dell'organo repubblicano preannunciando querela per diffamazione nei confronti del Corriere d'Italia e della Ragione, offrendo ampia facoltà di prove.

 

«I suoi redattori hanno dovuto raccogliere i pezzi di giornali e le voci che correvano senza aver modo di poter controllarne le fondamenta. Ed io le do quanti giorni vuole perché i suoi redattori e lei possano fare questo controllo. Hanno parlato di losche e illecite mie intromissioni nei ministeri. I ministeri sono a due passi dagli uffici della Ragione, controllino. Hanno parlato di appaltatori, della costruzione delle tribune nel cantiere di Castellammare. In quella città gli amici della Ragione mi conoscono da quando sono nato, molti sono miei compagni o discepoli; mi credono loro avversario per questo equivoco che io abbia voluto tener mano all'on. Fusco. Non taceranno nulla, controllino.»22

 

Lo scandalo ormai riempiva ampiamente le pagine dei giornali, coinvolgendo gli stessi Ministri della marina, dell'Interno e Dipartimento Marittimo. Si sussurrava che per placare le polemiche vi era chi suggeriva di far dimissionare Calabretta offrendogli ponti d'oro, ma l'ufficiale calunniato rispose preannunciando querela contro coloro che l'avevano accusato.

Colonnello CalabrettaPer farlo aspettava la riunione del Consiglio di Disciplina chiamato a decidere se il tenente colonnello meritava di essere revocato dal grado e dall'impiego, poi avrebbe agito con i suoi legali con i quali già si stava consultando.

La riunione del Consiglio di Disciplina si ebbe, finalmente, il 25 agosto nel salone del Comando del Dipartimento Marittimo per interrogare ed ascoltare ancora una volta le varie testimonianze, 27, a favore e d'accusa, già ascoltate durante l'inchiesta, vari ufficiali, capi tecnici e operai ed in ultimo l'alto ufficiale sotto accusa. Nelle lunghe ore dell'interrogatorio, durato dalle nove del mattino fino al tardo pomeriggio, Calabretta si difese smontando le accuse una per una, poi se ne tornò nell'albergo dove alloggiava in attesa della sentenza definitiva.

La sentenza di assoluzione non si fece attendere e subito dopo, da alcuni organi di stampa si chiesero, tra le altre, le dimissioni dello stesso Ministro della Marina per la leggerezza con la quale aveva seguito il caso e per aver dato peso ed importanza ad un accusa dimostrata essere palesemente falsa e per aver dato il via ad una inchiesta senza aver prima ascoltato l'accusato, mentre a Castellammare di Stabia la notizia fu accolta con  grande soddisfazione dall'intera cittadinanza e degli arsenalotti. L'unico giornale che taceva era Il Mattino, al punto da non pubblicare nemmeno la sentenza di assoluzione del Consiglio di Disciplina.

Così come taceva il ministero e lo stesso Alfonso Fusco, mentre i giornali di ogni colore politico e tendenza continuavano a riempire le pagine di articoli, ponendosi e ponendo domande che non ricevevano nessuna risposta.23

L'unica voce era quella del colonnello Calabretta, dichiarandosi felice di aver dimostrato la sua estraneità ai fatti. Non sarebbe ritornato a Castellammare, glielo aveva proibito lo stesso Ministro, dove pure avrebbe voluto salutare i suoi operai, ma temeva di provocare inutili e controproducenti manifestazioni popolari.

Ma la sua vicenda non si poteva ancora ritenere conclusa, infatti se il Consiglio di disciplina lo aveva di fatto assolto dalle accuse, era stato comunque ritenuto colpevole di alcune mancanze meritevoli di essere punite con provvedimenti disciplinari, lasciando la responsabilità al Ministro, almeno questo scriveva nella sua relazione il capo del dipartimento marittimo di Napoli inviata a Roma, dettagliando le carenze nel comportamento, almeno tre, dell'ormai ex direttore del Regio cantiere stabiese.

Il primo per i lavori eseguiti al piroscafo Aventino di proprietà della Società marittima Fluviale nel cantiere privato Cattori, lasciando notevoli dubbi di inframmettenze e agevolazioni da parte sua; secondo di aver fatto transitare nel cantiere generi alimentari di sua proprietà sbarcati dal piroscafo Aventino senza aver pagato il dazio. Pagato successivamente con la multa ad inchiesta in corso ed infine per aver percepito indennità maggiori al dovuto nelle sue trasferte fra Castellammare e Napoli. In conseguenze di questi fatti il Consiglio dei Ministri gli inflisse un mese di carcere da scontare nella fortezza, ma in considerazione delle sue condizioni fisiche e morali, dispose che gli fossero computate come mese di carcere il periodo già trascorso agli arresti domiciliari.24

Il colonnello Calabretta aveva intanto chiesto una licenza, ed era partito con la sua famiglia verso la città natia, Riposto, aspettando una nuova destinazione, una qualsiasi.25

Prese molto male la nuova, inaspettata sentenza, quasi ne pianse, gridando che era una montatura, ma doveva tacere perché era un soldato e i soldati sono abituati a tacere e ad obbedire, nonostante tutto.

A sua difesa un ufficiale di marina, facendosi portavoce del malessere provocato dal ministro della marina, Leonardi Cattolica, negli alti ranghi del corpo militare, aveva rilasciato un'intervista al quotidiano repubblicano, La Ragione, smontando puntigliosamente una per una le tre accuse rivolte verso l'ex direttore dello scalo stabiese e dichiarando infine illegale  il procedimento ministeriale  perché per  disposizioni e consuetudine il ministro era solito accettare il responso del Consiglio di disciplina.26

A difesa del colonnello scese in campo anche il deputato repubblicano, Rodolfo Rispoli, eterno rivale di Alfonso Fusco nella lotta per il collegio elettorale di Castellammare di Stabia, difendendolo a spada tratta.

 

«Del dazio non pagato il Calabretta non sapeva nulla, sarà stato magari un ingenuo fallo dell'attendente. Ma come si può credere che un funzionario che gode di un ottimo stipendio e di una cospicua rendita privata, si sia messo a rischio di una disonorante punizione per risparmiare in malo modo 17 o 18 lireappena? Così pure è sciocca l'accusa di aver fatto lavorare alcuni operai del cantiere per un’impresa privata.»27

 

Intanto la nuova destinazione non si era fatta attendere: promosso colonnello Calabretta fu nominato direttore delle costruzioni del III Dipartimento marittimo a Venezia.28

Non vi rimase molto.

Quando le acque si furono calmate il ministero della marina riunì una commissione speciale da poco istituita per legge e presieduta dall'ammiraglio Tommaso Alberto di Savoia, Duca di Genova e composta da due vice ammiragli, Francesco Grenet e Giovanni Bettolo, per procedere all'accertamento della idoneità di Calabretta a ricoprire gli uffici che il suo alto grado obbligava ad avere e all'unanimità fu ritenuto non idoneo, con  motivazioni destinate a rimanere riservate, ma giustificandole con l'età, avendo il colonnello raggiunto ormai i 55 anni. Appena ne ebbe notizia, Calabretta inviò un’istanza allo stesso ministero chiedendo di essere collocato in posizione ausiliaria per raggiunti limiti di età e per evitare, probabilmente di essere pensionato anzitempo.29 

Ma se il colonnello siciliano si apprestava a chiudere la spiacevole vicenda con una  vittoria mutilata, non dimenticando di chiedere al Ministero della Marina l'autorizzazione per querelare i suoi calunniatori, il suo caso continuava a ribollire fino a varcare le soglie del parlamento con varie interrogazioni che cominciavano a depositarsi sulla scrivania del Presidente della Camera, da quella del deputato pugliese, il conservatore Pietro Chimienti, chiedendo chiarimenti sulla punizione disciplinare inflitta a Calabretta,30 ai repubblicani il siciliano, Edoardo Pantano31e il calabrese Roberto  Mirabelli, chiedendo «di interpellare i ministri della Marina e dell'Interno su le relazioni indebite del Governo con un deputato di Castellammare di Stabia, rese pubbliche dall'intervista del Corriere della Sera col colonnello Calabretta»;32 passando per il democratico liberale siciliano, Angelo Muratori33 e il ministeriale Salvatore Orlando, ingegnere di Genova, ma deputato di Livorno.

Tra le prime interrogazioni presentate arrivò quella del deputato socialista, l'operaio di Casale Monferrato, Pietro Chiesa, chiedendo di interpellare il ministro sulla punizione inflitta al colonnello Calabretta.34

Non rimaneva ferma neanche la direzione del Regio Cantiere, trasferendo a Taranto l'assistente al Genio militare, Alfredo D'Orsi e sospendendo per sette giorni dalla paga, il capo tecnico Andrea Cerchia.35

Altri provvedimenti colpirono il capo tecnico Gennaro Mirra, censurato per il suo operato mentre il capo operaio, Antonio Uggo «subiva una sospensione di dieci giorni dal soldo e dalla giornata».36

Alfredo D'Orsi (1867 - 1952), di provata fede monarchica, già consigliere comunale per diverse consiliature, dalle elezioni amministrative del 1 febbraio 1903, dove era stato eletto con 570 voti, era un vecchio avversario politico di Alfonso Fusco per aver apertamente parteggiato per il deputato avverso, Augusto Aubry (1849 – 1912), Sottosegretario di Stato alla Marina, ricandidato, in una prima fase, nel collegio stabiese nelle elezioni politiche del 7 marzo 1909, ma in ultimo dirottato a Napoli per fare spazio al candidato stabiese.

Un'inimicizia sempre più profonda e scintille tra i due non erano mancate, anche in un recente passato, non a caso il vecchio deputato aveva più volte fatto sentire il peso del suo potere nei confronti del capo operaio degli arsenalotti, con intimidazioni e rappresaglie di varia natura, facendogli pagare il forte ascendente che aveva suoi compagni di lavoro. In una intervista rilasciata al quotidiano torinese, La Stampa, all'indomani della severa punizione subita, D'Orsi non esitò ad incolpare Fusco di aver congiurato contro di lui e il povero Calabretta.37

Padre di cinque figli, l'antico carpentiere riuscito a diventare assistente al genio Militare, di buone condizioni economiche e con interessi commerciali avviati, preferì dimettersi dal cantiere pur di non trasferirsi a Taranto.

Uno dei suoi figli, il secondogenito Alfonso (1892 - 1960) fu in gioventù un attivo militante iscritto al Circolo Giovanile Socialista Stabiese, corrispondente del settimale napoletano, La Propaganda e dell'organo nazionale dei giovani socialisti, Avanguardia, fino ad essere eletto Segretario della Camera del Lavoro nel 1910, a soli diciotto anni. Divenuto fervente nazionalista, si iscrisse al Partito fascista, assumendo la carica di fiduciario comunale della Federazione lavoratori dell'agricoltura. Dipendente municipale, fu sospeso dal suo impiego all'indomani della caduta del regime fascista su segnalazione del Comitato di Liberazione Stabiese.

A fronte di tale cataclisma, non poteva più tacere lo stesso Alfonso Fusco, ormai costretto suo malgrado a far sentire la sua voce non solo sui vari giornali dove disperatamente negava ogni addebito, accusando congiure di fantomatici avversari politici, fino a minacciare querele e denunce, mai effettuate, fino a ricostruire puntigliosamente la sua versione dei fatti sulle famose denunce anonime che lo avevano costretto a denunciare il Calabretta nell'interesse dello Stato, ma nello stesso parlamento.38

Qui, nelle austere aule, altri problemi non gli mancavano, non gli erano mai mancati, a partire dalle sue sempre contestate elezioni. In quei giorni, tra l'altro, era chiamato in causa, con il fratello Ludovico, dal deputato socialista, Ernesto Trapanese per alcune truffe relative alla loro distilleria di Castellammare e di San Giovanni a Teduccio, dove aveva altri interessi il loro zio, il barone di Marigliano, Francesco Montagna (1848 - 1922), anch'egli deputato ministeriale, eletto nel collegio di Acerra dal 1890 e, non a torto, parecchio chiacchierato, fino ad essere condannato per contrabbando di alcool nel 1912. Francesco Montagna era il fratello della madre dei due deputati, Filomena Brigida Montagna, ed era a sua volta un fabbricante di alcool, attività ereditata dal padre, Nicola.39

Alfonso Fusco era stato eletto deputato per la prima volta nelle elezioni politiche del 25 maggio 1895 sconfiggendo Tommaso Sorrentino (1830 - 1900), originario di Gragnano, in parlamento fin dal 1870 e segnando il suo definitivo declino. Costretto a dare le dimissioni, Fusco fu sconfitto nelle elezioni del 21 marzo 1897 dall'Ammiraglio napoletano Giuseppe Palumbo, alla sua prima candidatura, per poi ritornare in parlamento nelle elezioni del 3 giugno 1900, battendo nettamente il repubblicano Rodolfo Rispoli, ma senza poter evitare accuse di raggiri, brogli e corruzioni che da sempre lo accompagnavano, fin dalla prima elezione, senza trascurare le sue varie disavventure giudiziarie.40

Nuovamente sconfitto da Rispoli, ritornò per l'ultima volta in parlamento nel 1909. Oggetto di scherno dall'intera stampa progressista, in particolare dall'Avanti! e dal settimanale napoletano, La Propaganda, per il suo notorio analfabetismo e le scarse capacità oratorie. Nelle sue tre legislature si annovera un solo disegno di legge e qualche rarissimo intervento in aula.41

 

«Io non ho accusato il colonnello Calabretta – gridò il deputato stabiese – La Camera comprenderà il mio riserbo essendo all'ordine del giorno le relative interpellanze. Dalla discussione la verità dovrà risultare.»42

 

 Discussione che tardava a venire nonostante le molte interpellanze e sollecitazioni che provenivano dallavarie parti, a di come lo stesso Governo era in enorme difficoltà, considerando che sotto accusa erano ministri, deputati e istituzioni.43

Una discussione che, alla fine, non ci fu.

Purtroppo neanche ci è dato sapere se ci furono e come finirono le varie querele annunciate tra le varie parti in causa.

Antonino Calabretta morirà nella sua Riposto il 9 dicembre 1936 a 81 anni dopo essersi guadagnato i gradi di Tenente Generale del Genio Militare navale. Riposto lo ricorda intitolandogli una strada cittadina. Nel 2006, in occasione dell’anniversario del primo centenario del porto di Riposto, la Commissione, costituita per la denominazione delle banchine dal Comandante dell’Ufficio Circondariale marittimo ripostese, gli intitolò una banchina.

Alfonso Maria Francesco Fusco scompare nella sua Castellammare di Stabia il 27 maggio 1916, a 63 anni. Era nato il 16 giugno 1853 dal negoziante Casimiro e da Filomena Brigida Montagna.

E Cafiero? A lui toccò pagare il prezzo più alto. Insultato e offeso da più parti, reagì minacciando querele e denunce contro chiunque avesse accostato il suo nome al deputato e al colonnello Calabretta, scrivendo un articolo di fuoco sul Mattino del 21 agosto 1910. In particolare sembrò prendersela con il quotidiano, Il Giornale, non risparmiandosi negli apprezzamenti.44

Per tutta risposta ricevette una lettera da parte del capo redattore di quel giornale, Raffaele Maria Vulcano, offendendolo pesantemente sul piano personale, scrivendo e sottolineando la nomea di vigliacco che gli si era appiccicata addosso negli ambienti romani.45

 

«Ho letto sul Mattino di ieri una vostra corrispondenza nella quale è contenuta una volgare ingiuria a questo giornale di cui sono Redattore capo e che attualmente, nell’assenza del Direttore, rappresento. Non sono uso a tollerare ingiurie da chicchessia e già vi avrei inflitto la sola punizione degna di voi: uno sputo sul laido viso, se non foste quel celebre vigliacco da tutti conosciuto sempre lesto alle fughe più ignominiose.»46

 

L’affronto fu tale da finire davanti alla decima sezione del Tribunale penale di Roma e si concluse, inaspettatamente, con la condanna di Ugo Cafiero al pagamento delle spese processuali. Come se non bastasse, il povero Cafiero, fu scaricato come unico colpevole dalla stessa proprietà del Mattino. Il giornalista stabiese protestò, litigò, s’infuriò, chiedendo giustizia al Direttore sentendosi esautorato dalle sue funzioni. L’animoso giornalista non era uomo da usare il tatto, la prudenza non gli era mai appartenuta, e quando si rese conto di essere andato oltre, dando per ripicca le proprie dimissioni dall’incarico, cercò inutilmente di porvi rimedio, ma Scarfoglio, “l'uomo di fango”, come lo avevano definito i socialisti già molti anni addietro, non volle sentire ragioni, ormai aveva già deciso e lo licenziò su due piedi, dopo dieci anni di servizi resi, talvolta piegandosi alle ragioni e alla linea non sempre limpida del giornale, anzi spesso al servizio della reazione e d’interessi di parte.

L’egregio e pur stimato corrispondente romano fu sostituito, senza batter ciglio, dal figlio di Edoardo, Paolo Scarfoglio, che aveva consumato il suo apprendistato fra Torino, Vienna e Berlino.47

Rientrato a Castellammare, deluso e amareggiato, si diede all’insegnamento privato, fino a quando non rientrerà a Roma dove fonderà una Agenzia giornalistica e successivamente un giornale a Tripoli, Tripoli Italiana: entrambe le iniziative si chiuderanno con un fallimento totale, ma di questo ne abbiamo abbondantemente parlato in due altri citati articoli, ai quali rimandiamo quanti fossero interessati.

Morì nella sua villa stabiese di Quisisana, in Largo San Matteo, il 25 marzo 1951, all'età di 85 anni.

I decenni passano la camorra, la mala politica, il voltapellismo, la corruzione, pur mutando nelle forme è rimasta più violenta e feroce di prima, come se un intero secolo fosse passato invano.

Cosa importa se una volta il 90 per cento degli italiani era analfabeta ed oggi solo il dieci?

Se una volta poteva votare solo il due per cento ed oggi tutti coloro che hanno raggiunto la maggiore età?

Vale per tutti l'antico detto, la maledizione che accompagna da 160 anni il Mezzogiorno: «se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutti cambi.»

 

 

 

Note

  1. Avanti!, 3 agosto 1906,  Le vendette di Mirabello continuano e 16 settembre. Le violenze di Mirabello.
  2. Cfr. La Propaganda, giornale sindacalista, n. 724, 11 agosto 1907, Castellammare di Stabia. Scandalo nel Regio Cantiere, dove si parla di un tentato omicidio di un operaio, Luigi Di Palo e Avanti!, 26 agosto 1907, Altri gravi scandali nella Regia Marina. Un’associazione a delinquere nel cantiere di Castellammare. Truffe, frodi e corruzioni. Numerosi arresti. Un fornitore ladro.
  3. Atti Parlamentari, Interrogazioni dei deputati Giacomo Ferri e Eugenio Chiesa, 23 novembre 1909.
  4. Avanti!, 20 febbraio 1910, L'assoluzione degli imputati per le truffe nel Regio cantiere di Castellammare di Stabia, articolo di Ignazio Esposito.
  5. La Propaganda n.858, 26/27 febbraio 1910: L'affare Pezzullo, in prima pagina
  6. Avanti, 17 giugno 1901, Le rivelazioni della Propaganda contro Afan de Rivera e 21 giugno, Le accuse della Propaganda contro l'on. Afan de Rivera.
  7. Il Mattino, 31 luglio 1910, Enorme scandalo al cantiere di Castellammare di Stabia. Il colonnello Calabretta, direttore delle costruzioni tradotto in arresto a Castel dell'Ovo.
  8. La “dreadnought” o “corazzata monocalibro”fu un tipo particolare di nave di battaglia sviluppato a partire dai primi anni del XX secolo; il nome (dall'inglese, non temo nulla) deriva dalla prima unità di questo tipo mai varata, la HMS Dreadnought, entrata in servizio con la Rojal Navy britannica  nel 1906. La costruzione della dreadnought generò una profonda impressione negli ambienti delle marine militari dell'epoca al punto da innescare la realizzazione di unità similari da parte di molte altre nazioni; queste navi di nuova concezione, indicate genericamente come, dreadnought, resero di colpo completamente obsolete tutte le classi di navi da battaglia costruite precedentemente, ribattezzate appunto come pre dreadnought. Da Wikipedia ad nomen.
  9. La Ragione, quotidiano repubblicano, 1° agosto 1910, L'inchiesta al cantiere navale di Castellammare di Stabia. Le voci dell'arresto del tenente colonnello Calabretta.
  10. Avanti!, 26 novembre 1908, Il varo della San Marco e l'indegno commercio dei biglietti d'invito.
  11. La Propaganda, Giornale sindacalista, n.883, 13/14 agosto 1910, Giustizia militare.
  12. Ibidem.
  13. Avanti!, 29 agosto 1910, Dopo l'assoluzione del colonnello Calabretta. La camorra di Castellammare e l'on. Fusco.
  14. Per inciso ricordiamo che la costruzione della Dante Alighieri costò la vita ad un operaio, morto in un tragico incidente sul lavoro, cadendo da un’altezza di dieci metri sul selciato della piattaforma dello scalo. Si chiamava Leopoldo Donnarumma, aveva 52 anni ed era celibe. Cfr. Avanti!, 31 luglio 1909, Le vittime del lavoro. Mortale disgrazia a Castellammare di Stabia. In realtà si ebbe anche una seconda vittima sul lavoro, ma non legata alla costruzione della Dante Alighieri, il carabiniere, Francesco Borrelli di Portici, 25 anni, prossimo a congedarsi, mentre era intento a legarsi i lacci di uno stivale, gli cadde addosso il colante di una macchina sul quale aveva appoggiato il piede. Cfr. Avanti!, 6 novembre 1909, La mortale disgrazia di un carabiniere.
  15. La Stampa, 31 agosto 1910, Dal verdetto assolutorio del Consiglio di disciplina alla punizione inflitta dal ministro.
  16. Atti Parlamentari, Discussioni, 4 febbraio 1887.
  17. La Stampa, 30 giugno 1904, Il suicidio di un ex deputato.
  18. La Ragione, n. 218, 7 agosto 1910, Lo scandalo Calabretta è una montatura?
  19. Avanti!, 6 agosto 1910, L'affare del cantiere di Castellammare. È una montatura dell'on. Fusco? La necessità di una rapida inchiesta, articolo di Ignazio Esposito.
  20. Avanti!, 22 agosto 1910, Il caso Calabretta. Chi è il commendatore obliquo?, articolo non firmato ma sicuramente di Ignazio Esposito che riprende La Ragione, n. 232, 21 agosto 1910, Un commendatore obliquo e l'attentato contro il colonnello Calabretta.
  21. R. Scala, Ugo Cafiero, un giornalista d'altri tempi, pubblicato su Nuovo Monitore Napoletano il 10 maggio 2018.
  22. La Ragione, n. 233, 22 agosto 1910, Fra le mandibole del 393. La Ragione querelata e n. 235, 24 agosto, La lettera del comm. Cafiero.
  23. Avanti!, 30 agosto 1910, Dopo il caso Calabretta. Punti interrogativi.
  24. La Stampa, 31 agosto 1910, Dal verdetto assolutorio del Consiglio di disciplina alla punizione inflitta dal Ministro.
  25. Avanti!, 30 agosto 1910, Un intervista col colonnello Calabretta.
  26. La Stampa, 3 settembre 1910, L'infondatezza delle accuse contro il Calabretta dimostrata da un uffiale di marina.
  27. La Stampa,11 settembre 1910: Due campane diverse a proposito del caso Calabretta.
  28. Avanti!, 17 settembre 1910;  Il colonnello Calabretta a Venezia.
  29. Avanti!, 26 luglio 1911, Il colonnello Calabretta in posizione ausiliaria.
  30. Avanti!, 4 settembre 1910,  Il caso Calabretta e Atti parlamentari, Camera dei Deputati, 29 novembre 1910, Interrogazioni.
  31. Atti Parlamentari, Ibidem.
  32. ùIbidem, 24 gennaio e 18 marzo 1911, Interpellanza di Roberto Mirabelli sul caso Calabretta.
  33. Ibidem, 29 novembre 1910 e 18 marzo 1911.
  34. Avanti!,10 settembre 1910, Il caso Calabretta -Fusco e il Gruppo Socialista parlamentare.
  35. Avanti! 5 settembre 1910, Il caso Calabretta continua.
  36. Avanti!, 7 settembre 1910, Altre punizioni.
  37. La Stampa, 14 settembre 1910, Ciò che dice un’altra vittima del caso Calabretta.
  38. Avanti!,17 settembre 1910, Il caso Calabretta. Una lettera dell'on. Fusco.
  39. Un ritratto di Francesco Montagna e della sua famiglia ce lo offre l'Avanti del 5 febbraio 1911, Tipi e figure dello scandalo dell'alcool. Montagna.
  40. Atti del Parlamento, Discussioni, 4 e 5 luglio 1895, Discussione sulle dimissioni del deputato Alfonso Fusco e 14 dicembre 1895, «nelle elezioni generali del 26 maggio ultimo scorso, si ripeterono quasi a puntino gli stessi errori, le stesse violenze, i medesimi scandali tante volte deplorati nelle altre elezioni».
  41. Avanti!, 26 settembre 1913, A Castellammare di Stabia. Alfonso Fusco, articolo di Ignazio Esposito. Sulle malefatte del Fusco cfr. l'interessante articolo pubblicato dalla Propaganda nel suo n. 98 del 18 novembre 1900, I nostri onorevoli. Il deputato Alfonso Fusco. Micidiale il ritratto che ne fa il periodico, 1799, organo dei repubblicani del Mezzogiorno, in tre numeri, 87, 88 e 89, del 24 novembre, 1 e 8 dicembre 1900, intitolati, Il Casale di Castellammare.
  42. Ibidem, Discussioni, 8 giugno 1911.
  43. Avanti!,8 febbraio 1911, Il caso Fusco – Calabretta. E le interrogazioni al Governo?
  44. Il Mattino, 21/22 agosto 1910, Il caso Calabretta. Per fatto personale, articolo firmato da Ugo Cafiero.
  45. Sulla nomea di vigliacco cfr. R. Scala, 1909. Un duello tra giornalisti: Cafiero – Ungaro, pubblicato su Nuovo Monitore Napoletano il 10 giugno 2020.
  46. A. Paribello, Fuoco sotto le ceneri. Villa Ugo Cafiero già De Sangro, Napoli, Tipografia Pelosi, 1979, p. 143.
  47. Ivi, p.146 e segg.