Rivoluzione e barricate nella Napoli del 1848

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Mercoledì, 07 Aprile 2021 12:19
Ultima modifica il Lunedì, 19 Aprile 2021 13:38
Pubblicato Mercoledì, 07 Aprile 2021 12:19
Scritto da Carmine Pinto
Visite: 375

Piazza Trieste e Trento è il salotto di Napoli. Nel 1848 si chiamava piazza San Ferdinando ed era, insieme a via Toledo, il centro politico del Regno delle Due Sicilie.

Nello spazio di poche centinaia di metri c’erano la Reggia con la famiglia reale e palazzo San Giacomo con i ministeri di stato. Poco distante, dove si vedono oggi i Chiostri di Monteoliveto, si riuniva il nuovo parlamento napoletano. Eppure, la mattina del 15 maggio il tradizionale passeggio era sparito, le tende dei negozi chiusi.

L’ingresso della strada di Toledo era chiuso da una immensa barricata fatta con materiali di ogni tipo, dai banchetti degli acquaioli ai materassi. Gente con fogge diverse, dalle divise azzurre della guardia nazionale agli abiti dei provinciali che giungevano nella capitale presidiavano l’alta muragliata. Se loro erano convinti che il Borbone voleva piegare la rivoluzione, Ferdinando II era furibondo. Le sue truppe si schieravano in quella che oggi è la Piazza del Plebiscito.

Questa storia era iniziata pochi mesi prima. Nel gennaio del 1848 la rivoluzione siciliana aveva dato il via alla grande crisi italiana ed europea. La rivolta si estese anche alle province napoletane. 

 

Il re, che aveva tentato di rinnovare le strutture amministrative e militari del Regno delle Due Sicilie, era restato fedele alla idea di una monarchia di diritto divino. Religione e politica si sovrapponevano nel borbonismo, il potere assoluto del sovrano aveva la cura dei sudditi e dello Stato.

L’opposizione politica però era sopravvissuta alle repressioni degli anni venti e trenta.

In Sicilia gruppi politici di ogni estrazione si unirono per costituzionalizzare l’isola e rendersi indipendente dai Borboni. Rivoluzione e conflitto civile travolsero il regno. Ferdinando II fu costretto così a concedere la costituzione, rendendo possibile per la terza volta, dopo il 1799 e il 1820, uno spazio di libertà politica. La storica Viviana Mellone ha studiato la Napoli di quei mesi. Il centro della vita politica era via Toledo.

Nella strada e nei suoi dintorni vi erano 5 dei maggiori teatri di Napoli e 33 caffè. Il Caffè d’Europa, sempre nell’attuale piazza Trieste e Trento, era il centro elle forze liberal-moderate di Carlo Poerio e Francesco Paolo Bozzelli. Il Caffè di Buono, nell’edificio che i napoletani conoscono come quello della Rinascente, era il ritrovo della sinistra liberale, spesso con i capi della provincia.

Le elezioni assegnarono una larga maggioranza alle forze liberali. In Italia dilagava la rivoluzione. Il re subì la spinta della piazza e dei deputati. Fu costretto a digerire un governo filo italiano, guidato da Carlo Troya, e la guerra contro gli Asburgo. Era una scelta tattica. Ferdinando II era vincolato alle monarchie assolutiste e al papato. Insomma non c’era mediazione reale tra liberalismo e borbonismo, anche se tanti nella Camera ci speravano. Invece un pretesto formale fece saltare tutto.

Lunedì 15 maggio era previsto l’insediamento del parlamento. La tensione era cresciuta nei giorni precedenti. Il vero tema era l’equilibrio di potere tra il sovrano e la Camera dei deputati. Il giorno prima la discussione si era accesa in una riunione informale dei deputati a Monteoliveto. Una folla di rivoluzionari e curiosi circondò i Chiostri. Il clamore era generale.

Alla fine fu accettata una proposta del deputato Giuseppe Pica, che assegnava alla relazione tra re e parlamento la possibilità di cambiare lo statuto. Il re rifiutò, mentre i settori militanti del movimento liberale cominciavano ad alzare le barricate.

Quando giunse la mattina se ne contarono quasi ottanta. Per qualche ora si cercò di calmare la situazione. Invece proprio a San Ferdinando iniziò una sparatoria. Le forze di sicurezza borboniche furono mandate a riconquistare la città.

I rivoltosi si difesero soprattutto tra Monte Oliveto, Santa Brigida e Largo della Carità. Resistettero per qualche ora, ma non potevano competere con l’artiglieria, i regolari e i mercenari svizzeri. Le barricate caddero uno dopo l’altra. Alla fine anche San Ferdinando cedette. I soldati di Ferdinando II dilagarono, le vittime e gli arresti furono centinaia.

Pasquale Mancini, uno dei maggiori intellettuali meridionali del XIX secolo, con quasi tutti i deputati presenti pubblicò una protesta contro il re. Dovettero però lasciare Monteoliveto, mentre il parlamento sarebbe stato sciolto il giorno seguente.

Le elezioni si rinnovarono a luglio, ma oramai la frattura era irrimediabile. Il re mandò un corpo di spedizione a riconquistare la Sicilia e la Calabria. A marzo del 1849 sciolse il parlamento e iniziò la repressione contro i liberali. E così, scrisse Benedetto Croce, per l’opposizione e i ceti colti il Regno di Napoli morì in idea: costituzione e liberalismo erano possibili solo nel progetto della nazione risorgimentale.