Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Poesia e lager: sulla strada per Leobschütz

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Può la poesia raccontare l'orrore dei lager? Theodor W. Adorno aborriva l’estetizzazione della Shoah e sentenziò: «Dopo Auschwitz scrivere ancora dei poemi è barbaro».

Primo Levi, in una lettera del 1979 confidò a Giancarlo Borri: «a dispetto di Adorno, non solo si possono ancora fare poesie dopo Auschwitz, ma su Auschwitz stesso si possono, e forse si debbono, fare poesie...».

E infatti in Europa nel dopoguerra ci hanno provato in molti, con versi dolenti e delicati, potenti e disperati: non solo gli italiani Primo Levi, Umberto Saba e Vittorio Sereni, ma anche tanti altri, come Rose Ausländer, Paul Celan, Jean Cayrol, Charlotte Delbo, Robert Desnos, Max Jacob, Jadwiga Leszczynska, Nelly Sachs, Jorge Semprun, Adam Zich.

A questo tema è stato dedicato nel 2007, un saggio curato da Alberto Cavaglion, intitolato Dal buio del sottosuolo. Poesia e Lager, edito dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza.
In seguito è stata pubblicata una nuova intensa opera di poesie sui campi di sterminio: Sulla strada per Leobschütz, di Daniele Santoro, poeta di origini salernitane, docente e critico letterario a Roma.

«Santoro si è documentato per scrivere, e riporta i testi a cui si è rifatto […] Documentarsi per scrivere versi? Certo, questa è la sfida, la novità, la risposta etica all’insensatezza di tanto egocentrico e fatuo verseggiare di oggi», ha scritto Giuseppe Conte nella prefazione.

E infatti il pathos ci afferra fin dalla prima pagina, e con Santoro entriamo anche noi dentro al lager e alle sue regole. «Regola prima. Me lo porti al muro / ovviamente già nudo. La divisa / la sistemi da parte col berretto / (servirà per i prossimi arrivati). / Regola due. Lo tieni per l’orecchio / se per il braccio è inutile, se fa resistenza / insomma che non s’agiti, se sbaglio mira / poco mi importa, non faccio differenza».

 

Con lui viviamo l’assurdità della condizione di deportato. «voi non sapete un uomo che significhi / sfinito, sfilare nudo a passo militare / il piede congelato nel suo zoccolo di legno».

Il dramma della conta. «sta per cadere, guardalo, barcolla / gli occhi gli si strabuzzano di brutto / il teschio gli si piega a manico di ombrello / crollerà, è inutile, non puoi farci niente».

Lo spettacolo del fuggitivo impiccato. «ancora resta lì, ancora non lo scendono tra noi / non sventola nemmeno più il suo orrore, è immobile / talmente è fatto ghiaccio, è un indice negli occhi / un chiodo, un ago dalla cruna spalancata, un grido».

L’incubo delle selezioni. «sanno oramai il destino che li aspetta / infatti a malincuore lasciano la fila / tremano messi in disparte guardano / noi che facciamo un passo avanti a / chiudere la riga».

E poi le marce, i roghi, i campi della morte. La raccolta di Santoro comprende circa quaranta poesie che fotografano in bianco e nero il buio della storia dei lager, con versi luminosi, ma acuminati, veementi, ma maleodoranti, lasciando poco spazio alla speranza («a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore, / una bellezza che dia senso, amico, come quella sera / che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese / il pieno delle stelle immenso il firmamento») e travolgendo con la carnalità delle immagini e il cupo senso di oppressione dell’universo concentrazionario. «Alla fine - come scrive Conte - il lettore apprezzerà l’energia di questo libro. Una energia etica che ribalta il male mentre lo inscena, e ne mostra l’intollerabile, banale disumanità. Esco da questo libro grondante orrore con una percezione vitale più forte. Non è questo il miracolo costante, catartico della poesia?»

Mario Avagliano

 

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