Dumas, l’Indipendente e le cittadinanze onorarie

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Categoria: Storia del Risorgimento
Creato Sabato, 06 Marzo 2021 12:01
Ultima modifica il Sabato, 06 Marzo 2021 12:16
Pubblicato Sabato, 06 Marzo 2021 12:01
Scritto da Tommaso Todaro
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Fu una settimana rovente a Milazzo, quella a cavallo tra la seconda e la terza settimana di Luglio del 1860, che vide il durissimo scontro tra le milizie borboniche e le camicie rosse garibaldine.

Il furore della battaglia non si era ancora spento quando a bordo di una corvetta ancorata nella rada, il Generale incontrò Alessandro Dumas. 

«Il giorno che seguì il combattimento di Melazzo, io ero a bordo del Turckey col Generale Garibaldi, allorché Egli ad un tratto mi disse – Dumas, voi dovreste fare un giornale – Datemi il titolo, Generale, gli risposi; non mi manca che questo per cominciarlo. Egli prese una penna, un pò di carta, e scrisse:

Le journal que va fonder mon ami Dumas, portera le beau titre d’Indépendant et il mèritera d’autant mieux ce titre qu’il frappera sur moi tout le premier, si jamais je m’écarté de mes devoirs d’enfant du peuple et de soldat humanitaire. G. Garibaldi»1

Quella dedica verrà riportata sulla testata di ogni numero del giornale, sino alla cessazione della sua pubblicazione.

La goletta di Dumas aveva dato fondo all’ancora nel porto di Palermo nella notte tra il 28 e il 29 di maggio, quando la città era ferocemente martellata dalle artiglierie borboniche.

Attraversata la città irta di barricate sino al palazzo senatorio, incontrò dapprima Menotti e poi Garibaldi.  

«Ah! Corbezzoli”, disse (Garibaldi), appena mi scosse, “è un piacere darvi la posta».

E poi la domanda interessata: «Avete con voi le dodici carabine promessemi?»

Le carabine con cinquecento cartucce erano ancora a bordo della goletta e Garibaldi le ricevette lo stesso giorno.

 

Di ritorno a Napoli Dumas iniziò a pubblicare quella testata sin dal 14 ottobre del ‘60 con cadenza giornaliera. La redazione aveva sede inizialmente al n° 33 della Strada Chiatamone, poi al numero 54 della Strada di Chiaja e infine al n. 51 delle Strada S. Sebastiano.

 Il giornale ebbe vita per circa un decennio registrando l’assidua, strettissima collaborazione dell’infaticabile Ferdinando Petrucceli della Gattina, che larga parte ebbe anche nelle ricerche storiche per la stesura dei Borboni di Napoli, pubblicato inizialmente a puntate, quale supplemento.

Una curiosità tipografica è rappresentata dall’avvincente quanto malinconica storia di uno jettatore, scritto a quattro mani con Dumas.2

Il giornale accolse gli scritti delle menti più illuminate del momento quali Victor Hugo, Lamartine, Michelet, George Sand, Dell’Ongaro e così via, occupandosi delle tematiche più svariate e principalmente di fatti politici ed economici, spaziando abbondantemente anche oltre i confini dell’Italia e della stessa Europa.

Il vigore e la sobrietà delle argomentazioni ebbero un forte influsso nella formazione e nel rafforzamento delle coscienze più sensibili, trovando spazio laddove più ferveva l’amor patrio, in un mondo che portava, ancora aperte, le ferite subìte dalle angherie e dalle devastazioni della dominazione borbonica.

Molti sindaci, soprattutto calabresi, commossi e riconoscenti per l’opera svolta da Dumas, pensarono di conferirgli la cittadinanza onoraria, il più alto tributo che una comunità potesse consacrare a una mente così elevata, in segno di affetto e stima profonda.

Il gesto oggi ha perso quasi del tutto il suo profondo, morale significato d’origine, al punto che tale riconoscimento viene conferito anche agli occasionali scribacchini di pettegolezzi paesani, a nullafacenti e - nei casi più estremi - finanche a terroristi conclamati, com’è avvenuto in questi ultimi anni, per rimanere nei territori dell’ex reame delle Due Sicilie, nelle città di Palermo e di Napoli.

Il 25 ottobre 1863 un lettore scriveva al giornale:

«Caro signor Dumas, sono lieto di annunziarvi per primo una notizia, che certo vi farà piacere. I vostri articoli sulla pena di morte han ben prodotto e quelli sul brigantaggio producono tanto effetto, che, simultaneamente, ad unanimità, i municipi di dodici città Calabre vi hanno nominato loro concittadino. Sono: Cosenza, San Marco Argentano, Cervicati, Mongrassano, Fuscaldo, Spezzano Albanese, Mottafollone, Malvito, Bonifati, Tarsia, Fagnano e Paola. Le deliberazioni sono state emesse; ne riceverete l’avviso officiale.»

E Dumas, di rimando: «Quest’onore mi rende altero e lieto assai. L’annunzio con orgoglio a’ nostri lettori, che s’accrescono ogni giorno, e non aspetto l’avviso officiale per ringraziare quelle care città, che vogliono fare un patriotta francese un cittadino italiano…»3

Al momento di mandare il giornale in macchina era giunta anche la notizia della deliberazione di un tredicesimo comune, quello di Bisignano.

Seguirono le analoghe iniziative del Comune di Diamante4 Belvedere Marittimo5, Fagnano Castello6, Scalea7, Cellara,8 Santa Domenica (circondario di Paola) e Santa Caterina Albanese.9

E Dumas, che gongolava di gioia per una così’ vasta dimostrazione di affetto, scriveva: «Se la va così, saremo obbligati ad aggrandire il formato del nostro giornale sol per dal luogo a’ ringraziamenti che dobbiamo a tutte quelle città della brava Calabria, che si piacciono di farci loro concittadino».

Il testo della prima delibera comunale pubblicata è quella Di Bisignano, ma la corrispondenza più commuovente fu quella con il Comune di Malvito, del quale Dumas traccia due episodi: la storia della conquista della città nel 1057, dopo nove anni di assedio, da parte di Roberto Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, con uno stratagemma simile a quello adottato dai greci per la conquista di Troia e quella della scomunica inflitta alla sua popolazione.

«Malvito era in passato un vescovato; ma uno de’ suoi vescovi s’abbandonò a tante dissolutezze, che gli uomini onesti della città s’adunarono e lo trucidarono. Roma, che quasi sempre fa parte co’ furf]anti contro gli onesti, scomunicò Malvito e le tolse il vescovato.

Anch’io sono scomunicato e sarò superbo il giorno che andrò a porgere i miei ringraziamenti al Municipio di Malvito di trovarmi in compagnia de’ miei simili.»

Il riferimento è alla scomunica papale di appena tre mesi prima. «Cari lettori, Sapete già la disgrazia che m’è accaduta, l’afflizione sopraggiuntami durante la mia assenza da Napoli. Il nostro santissimo Padre Papa Pio IX, cedendo ad un movimento di collera tutta mondana, ha messo all’indice le opere tutte del vostro servo e di suo figlio – povero innocente, che porta il peso delle iniquità di suo padre e ch’è scomunicato in questo mondo e dannato nell’altro, per avere scritto la signora delle Camelie».10

Da quel giorno si dilungherà, in una serie di 44 articoli dal titolo I miei libri all’indice di Roma, sulla storia di fatti e misfatti papalini.

Per tornare al Comune di Malvito, sul numero 266 del 26 novembre, veniva riprodotto il testo della lettera di Francesco Cosello della quale, per brevità, trascrivo la prima parte.

«All’illustrissimo patriota italo-franco Alessandro Dumas.

Prestantissimo, e caro compatriota adottivo. L’aver voi accettato con tanta effusione di cuore la nostra cittadinanza aumenta la stima e la simpatia che portiamo per voi. Avete voluto fare una piccola biografia di Malvito; ve ne rendiamo molti ringraziamenti – È vero, l’attuale Malvito, ridotto a 1600 abitanti collocati sopra un colle colcare, ancora presenta i ruderi di sua prisca grandezza, e sono un vasto castello sul culmine del colle, che giace come un gigante sbranato dalla furia degli anni e dal vandalismo degli uomini.

Solo una vasta torre rotonda, ed un’ampia cisterna, che ancora conserva acqua piovana, sono intatte – Dal lato di levante a mezzogiorno stanno ancora incrollabili saldissime mura di cinta con le rispettive torri sporgenti.

I nostri antenati si tolsero d’innanzi un corrotto e corruttore vescovo, che poi la maledetta corte pontificia collocò nel ruolo dei santi.

Il paese fu scomunicato, e la sede episcopale tramutata nella vicina S. Marco. – Meglio per noi.

In tutte le rivoluzioni politiche, i Malvitesi si posero dal lato dei liberali.

Così nel 1799, così nel 1820, così nel 1834, così nel 1848, così nel 1860. I naturali furono vessati molto in quell’epoche infelici, meno nell’ultima così pienamente e prosperamente riuscita.»

Alcune di quelle città, nel secolo a venire, abbandonarono il primo amore seguendo l’esempio di Marsala, che per prima aveva visto le camicie rosse garibaldine e assaporata l’alba della libertà.

L’eco delle elezioni di Marsala del 1863 travalicò finanche le Alpi, destando sorpresa e indignazione sulla stampa belga, e di questo si occupò anche Dumas.

 

Note:

1. L’Indipendente, anno I, n. 1, giovedì 14 ottobre 1860

2. Il conte di Mazzara o lo Jettatore, Napoli, Fratelli Ferrario, 1866

3. Anno III n. 240 del 26 ottobre 1863

4. Anno III n. 269 del 30 novembre 1863

5. Anno III n. 277 del 10 dicembre 1863

6. Anno III n. 290 del 28 dicembre 1863

7. Anno IV n. 35 del 15 febbraio 1864

8. Anno IV n. 2 del 4 gennaio 1864

9. Anno V n. 64 del 21 marzo 1864