Giovanni Palatucci ''un giusto'' tra le Nazioni del mondo

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Giovanni Palatucci nacque a Montella (Salerno) nel 1909 da una famiglia cattolica, dove suo zio Giuseppe Maria era vescovo della diocesi di Salerno. Compì i suoi primi studi presso il liceo classico di Benevento per continuare nell'Università di Pisa e successivamente  in quella di Torino, dove conseguì il dottorato in Giurisprudenza nel 1932.

La sua attività forense venne stroncata dalla burocrazia fascista, che respinse la sua richiesta di esercitare la libera professione per difetto di documentazione. Mancava difatti il certificato di buona condotta fascista! In cerca di un impiego, Palatucci frequentò un corso per entrare in Polizia, dove risultò idoneo e per questo assegnato alla Questura di Genova come vice-commissario aggiunto.

Non trascorse molto tempo che Palatucci, insofferente della burocrazia, iniziò a criticare pubblicamente le mancanze nella gestione della giustizia nel reparto di Polizia, per cui accompagnato da un carteggio di biasimo, venne trasferito presso la Questura di Fiume nell'Istria italiana. Una tale destinazione era senza dubbio un provvedimento disciplinare, ma in realtà era ''il dito di D-o'', che guidava la vita di un uomo giusto verso l'amore del prossimo.

 

Quando nel 1938 il governo di Mussolini promulgò le infami leggi razziali con l'approvazione di Casa Savoia, Palatucci, responsabile dell'Ufficio stranieri nella città di Fiume, avvertì la persecuzione razziale come un'offesa fatta contro la sua stessa Patria. Spinto da questa ragione, egli iniziò con riservatezza, le prime operazioni di assistenza e di soccorso agli ebrei di Fiume e dei profughi provenienti dai paesi occupati dai nazisti.

Prese subito contatti con alcune persone fidate come la signora  Motta, proprietaria di un panificio e la signora Piceni, disponibile a nascondere i profughi ebrei. Nel tragico Settembre del 1943, in seguito all'occupzione tedesca dell'Italia, per impedire alle SS naziste la ''soluzione finale'', nella funzione di reggente della Questura, ordinò la distruzione dei documenti di identità riguardanti gli ebrei della Comunità di Fiume.

Elena Dafner, che ora vive in Israele, racconta.

«Abitavo a Fiume con la mia famiglia  quando fummo colpiti dalle leggi razziali emanate dal Governo fascista di Mussolini. Eravamo  già scappati dall'Austria per sfuggire alla cattura nazista ed ora sembravamo essere caduti dalla padella nella brace.

Mi recai insieme a mio marito in Questura, confidando nell'aiuto del dottor Palatucci, che era conosciuto in Comunità come un amico degli ebrei. Ascoltò le nostre sofferenze, mettendo subito un timbro di regolarità sui nostri passaporti austriaci.

La Gestapo iniziò subito la caccia agli ebrei, per cui venni nascosta, su indicazione di Palatucci, insieme alla mia bambina, in casa della signora Piceni-Castagnaro. Appena fu possibile mi permise di lasciare Fiume con in collo la mia bambina,  diretta a Caprarola in provincia di Viterbo. Da questo campo di raccolta fummo inviati nel paese di Campagna nel salernitano, sotto la protezione del vescovo Giuseppe Maria, zio di Palatucci, fino alla nostra liberazione.»

Un'altra testimonianza depositata come la prima nel memoriale di Yad va Shem della Shoà in Gerusalemme, è quella della pianista croata Elisabeth Ferber.

«Quando nel 1941 i nazisti occuparono Zagabria, fuggimmo  insieme a mio marito a Fiume, dove abitava la mia amica Mika Eisler che ci condusse in Questura dal Palatucci. Costui mise subito in ordine i nostri passaporti, nel proposito di portare a compimento il salvataggio degli ebrei e dei perseguitati politici.

Il Mitteilungsblat, giornale in uscita a Tel Aviv, su testimonianze di alcuni sopravvisti alla Shoà, scrisse:'' Il cuore di Palatucci, la sua borsa erano sempre aperte agli ebrei, invece di dar loro la caccia in accordo  con le funzioni che egli ricopriva'.»

Anche la signora Rivka Neumann, che fuggì dall'Austria dopo l'annessione di questa nazione (Anschluss) alla Germania nazista ha ricordato che:

«Mentre cercavo di attraversare il confine austriaco insieme a mio marito, fummo fermati dalla gendarmeria fascista e condotti alla Questura di Fiume. I nostri documenti purtroppo erano irregolari per cui si rischiava il rimpatrio in Austria e con essa la deportazione nei Lager di sterminio tedeschi. Il dottor Palatucci venne a visitarci in prigione, senza curarsi dei pericoli a cui si esponeva. Fornì a noi due i documenti necessari per affrontare il viaggio salvifico verso il Sud italia a Campagna, dove trovammo lo zio vescovo Giuseppe Maria ad occoglierci.»

Con l'occupazione nazista dell'Italia nel settembre 1943 Hitler pretese da Mussolini, fantoccio della Repubblica di Salò, un contributo per le spese di guerra e una dichiarazione nota come ''carta di Verona'' in cui gli ebrei italiani venivano considerati  una ''nazionalità nemica''.

Era questa un'ossessione dei gerarchi nazisti, che vennero  giustiziati a Norinberga dalle forze Alleate di liberazione mediante impiccagione. Per costoro l'epicentro della guerra era la vittoria sui nemici accompagnato dallo sterminio del popolo ebraico dalla faccia della terra.(soluzione finale).

L'antisemitismo era diventato la loro droga necessaria per continuare  sulla strada del crimine, che avevano coscientemente intrapreso. Dovunque questi assassini della storia sono stati, cercavano gli ebrei, come accaduto in Italia, dove le liste delle varie Comunità finirono presso il comando tedesco di Verona, sul tavolo del maggiore delle SS Bosshamer, che riempiva di ebrei  i vagoni dei treni della morte indirizzati nei Lager di sterminio tedeschi.

Giovanni Palatucci, in contrasto con l'ideologia razzista dominante, fu un faro di luce nella notte oscura d'Europa. Egli entrò in collusione con le autorità tedesche di occupazione, sfidò la Gestapo di Himmler, impedendo che la città di Fiume diventasse una trappola mortale per gli ebrei in fuga dalla Croazia e dall'Europa orientale.

Le retate organizzate dalla Gestapo non davano i frutti da questa sperati, perché Palatucci riusciva a conoscere i suoi piani, avvisando in tempo le vittime.

I nazisti compresero allora che il regista di queste operazioni di salvataggio era proprio il vice Questore di Fiume, che intesseva rapporti anche con i partigiani della Resistenza fiumana. Antonio Jamini difatti avvisò il Palatucci sui pericoli che stava correndo a causa della sue azioni di spericolato aiuto ai perseguitati.

A questo avvertimento si aggiunse anche quello di Americo Cucciniello, suo collaboratore  insieme a quello di Alberto Remolino, suo fidato corriere nelle corrispondenze con lo zio vescovo Giuseppe Maria. Palatucci, nonostante gli avvertimenti ricevuti, rimase al suo posto, sorretto dalla volontà e dalla speranza di poter salvare sempre ''una vita in più''.

Arrestato dalla Gestapo nella notte del 13 settembre 1944 nella sua abitazione di Fiume con l'accusa di essere un ''confidente'' degli ebrei, fu gettato su di un camion dalla gendarmeria nazista e trasportato nel carcere Cotroneo di Trieste. Dopo un rapido e sommario interrogatorio,  venne deportato nel Lager di Dacahu per il trattamento riservato ai prigionieri politici, dove incontrò la morte il 10 di febbraio del 1945 tra stenti e patimenti.

I sopravvissuti alla Shoà, salvati dalla morte dall'impegno umano di  Giovanni Palatucci, nel  febbraio del 1953 vollero tributare nella città di Tel Aviv ''onore e riconoscenza'' alla memoria di un uomo giusto tra le Nazioni del mondo. Alla cerimonia era presente lo zio vescovo Giuseppe Maria, mentre mancavano all'appello personalità della più alta santità, seppure cortesemente invitate. Bisogna domandarsi  oggi :''

Quante vite in più sarebbero potute essere state salvate se invece di un ''silenzio'' ostinato qualche principe della Chiesa  avesse parlato?

 

 

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