Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

San Gianuario: un culto di origini incerte nel viceregno austriaco di Napoli

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A qualche tempo fa risale la scoperta, in provincia di Potenza, di una statua lignea di san Gianuario della prima metà del Settecento e, più precisamente, al periodo della dominazione austriaca.

Il ritrovamento segnala la ripresa di questo culto nel breve viceregno di Carlo VI. Si tratta di un culto prevalentemente periferico. Il busto ligneo è riemerso, infatti, da una zona agricola del regno: fu scolpito nel 1714 da Giacomo Colombo per la chiesa di san Gianuario a Marsico Nuovo.

San Gianuario è una delle figure più misteriose della liturgia del viceregno austriaco, poiché sconosciute sono le origini del suo culto e i tentativi di rintracciare informazioni storiche sulla vita del santo hanno condotto a un vicolo cieco.

L’assonanza con san Gennaro complica l’indagine: alcuni studiosi hanno ipotizzato perfino una sovrapposizione piena con il culto e con la figura del patrono napoletano. È possibile che, pur trattandosi di due figure ben distinte, san Gianuario fosse venerato durante il viceregno austriaco anche per riflesso proprio del culto del patrono di Napoli. In ogni caso, il santo era venerato soprattutto per le caratteristiche intrinseche alla sua figura.

Come si è detto, le notizie storiche su san Gianuario sono incerte e incerta è perfino la sua identificazione. Le fonti (in particolare l’erudito del Seicento Ughelli) raccontano di un Gianuario, vescovo di Cartagine, dedito alla cristianizzazione della Basilicata e ucciso sul monte Arioso; eppure, come ha dimostrato l’analisi filologica di Quentin, poi ripresa in un bel volume di Lotierzo, non vi è alcun riscontro di un Januarius vescovo di Cartagine martirizzato in Basilicata.

Da qui una possibile identificazione di san Gianuario con il vescovo di Benevento, patrono di Napoli, di cui però non sussiste evidenza storica né filologica.

D’altro canto, l’unica traccia concreta che abbiamo per un’identificazione di san Gianuario con il vescovo di Cartagine è data da uno scritto che, nel 1827, l’allora vescovo di Marsico, Marolda, nonostante l’incerta identificazione storica del santo, decise di conservare tra i documenti della diocesi. Si tratta della trascrizione di uno scritto che attesta che nella diocesi sono conservate le ossa del martire Gianuario che «si dice fosse un vescovo cartaginese».

 

Quello che sappiamo con certezza è che il culto è ancora oggi molto diffuso a Marsico in Basilicata e che questa diffusione, pur non poggiando su notizie storiche fondate, è stata ratificata nel 1500 ed era diffusa anche nel Settecento.

Sotto gli Asburgo il santo, particolarmente caro al popolo, era identificato con il vescovo di Cartagine, città africana che storicamente è stata tra i più acerrimi nemici di Roma, e pertanto non stupisce che gli austriaci, nel pieno della battaglia anticurialista, avessero una predilezione per questo santo e favorissero la diffusione del suo culto. Le informazioni disponibili sono, però, al momento, poche per spingersi oltre la constatazione di una presenza del culto durante il viceregno austriaco.

Le tracce iconografiche ci presentano il santo raffigurato spesso con un libro in mano per la sua funzione di evangelizzatore della Basilicata e come dispensatore della verità della fede: si tratta, dunque, di un santo che, nell’immaginario locale, ha combattuto gli infedeli e contribuito a diffondere il messaggio di Cristo in Basilicata.

Un santo “boschivo”, inoltre, cioè spesso raffigurato in connessione a elementi naturali; infatti a san Gianuario sono associati miracoli di dominazione e governo della natura. Questo elemento boschivo richiama sia la dimensione agricola e contadina della provincia del regno in cui il culto si diffuse sia la protezione dei fedeli da catastrofi naturali, tema particolarmente sentito nel regno.

La connessione del santo con la vita contadina è provata anche dalla lunga festa in suo onore: la festa di san Gianuario era in età moderna una di quelle occasioni in cui l’amministrazione locale si fondeva con la componente religiosa per dar luogo a una celebrazione cui partecipavano tutti gli strati sociali ed era caratterizzata (ieri come oggi) da luminarie, da musiche, da funzioni religiose e anche dall’instaurazione di una cuccagna. La festa durava tre giorni e aveva luogo a maggio e a fine agosto: essa segnava, dunque, sia l’arrivo che la fine dell’estate e dettava un ritmo di vita connesso inscindibilmente alla terra e al lavoro dei campi. Di questi abbondanti festeggiamenti ci resta, oggi, il bel busto ligneo settecentesco di Giacomo Colombo.

 

Nuovo Monitore Napoletano N.204

Dicembre 2025

 

 

 

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Con questo numero di chiusura anno rivolgiamo un sentito grazie al nostro assiduo collaboratore dott. Alberto Dolara (medico-cardiochirurgo) che ci ha lasciati il 5.12.2025. Esprimiamo la nostra  sincera vicinanza alla famiglia che, con noi ha voluto fosse ricordato con le stesse parole che, nel suo ultimo giorno di vita, ci ha lasciato in un appunto sulla sua scrivania:

 

Se muoio sopravvivimi con tanta

Forza pura da risvegliare la furia

Del pallido e del freddo […]

Non voglio che muoia la mia

Eredità di allegria

Pablo Neruda

Cento sonetti d’amore

Buon viaggio dottor Alberto, sarai per sempre con tutti noi. Domani ci rivedremo ancora. Grazie di tutto.

Antonella Orefice e la Redazione del Nuovo Monitore Napoletano

 

 

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