L’ombra del colera del 1837

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Par di sentirlo ancora, tenue e lontano, sfumato e perduto, quell'odore di fumo indeciso tra l'acre e il dolciastro, indeciso come il colore degradante dal cremisi al marrone, come uno sporco cencio o una sindone di carta, indeciso come una data incerta tra un ventisei e un ventisette di maggio del 1837.

Sì, Napoli è mille colori, ma quella tarda primavera ebbe il colore nero del lutto e il bianco della calce viva.

Il cholera era tornato, con rinnovata cattiveria, dopo appena un anno che era andato via ed eccolo nuovamente imperversare per strade e vichi e disilludere chi non credeva nel suo ritorno, e falciare ancora altre anime.

Questa lettera sporca, che pure attesta nelle sue parole il ritorno del morbo mortale a Napoli, che pure è scritta da uomini che ebbero importanza, non è una lettera che si legge, è una lettera che si guarda, che si odora.

È la sua ruvida carta la reliquia, la prova della umana paura e del tanto umano tentativo di adottare misure idonee a salvarsi la vita.

 

Ed allora nel guardarla, non nel leggerla, emerge chiaro il segno della pinza con cui la lettera venne prelevata e tenuta distesa e girata su un fuoco di legna umida per essere fumigata e disinfettata.

Oggi tra le righe rimane chiara una croce, impressa dalla pinza nella carta ed impressa dal morbo nelle carni del popolo napoletano.

Dedicata a Giacomo Leopardi morto senza croce, in quella Napoli dolente nemmeno un mese dopo questa lettera.

La sua eterna poesia vive come la lettera, come la croce ancora oggi, tempo di moderna epidemia, di identica antica paura.

 

 

 

 

 

 

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