Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Luigi Alfani, il pioniere dimenticato del Socialismo campano

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Figlio del 35enne Nicola e della trentenne gentildonna, Teresa Martingano, Luigi Emanuele Giuseppe Andrea Alfani, detto Gino, nacque casualmente ad Agnone, piccolo comune della provincia di Isernia, nel Molise, alle ore quattordici del 10 maggio 1866, primo di cinque figli, due maschi e tre femmine.

Ad Agnone Nicola era il giovane Pretore del Mandamento composto dai comuni di Agnone, Belmonte del Sannio, Caccavone, Castelluccio in Terrino, e Pietrabbondante. Non si hanno notizie sulle origini dei genitori, ma, probabilmente sono da considerarsi napoletane.

Ad Agnone non rimasero molto, giusto il tempo di far nascere, dopo di lui, la sorella Amalia, il 28 febbraio 1868 e il fratello Enrico, nato il 2 dicembre 1869, trasferendosi poi a Napoli, dove la morte prematura del padre fece precipitare le condizioni economiche della famiglia. In loro aiuto venne l'Ente Provincia di Napoli offrendo alla famiglia un alloggio gratuito.

Stando ad un rapporto della polizia, Gino non fece molto per aiutare la madre a sostenere la famiglia, già preso dalle sue idee rivoluzionarie e dalle sue pericolose frequentazioni fin dagli anni del liceo aderendo al Partito Repubblicano intorno al 1885 iscrivendosi al Circolo, “Pensiero ed Azione” e poi a quello intitolato a Giorgio Imbriani.

Ma l'antico movimento mazziniano gli stava stretto, trovando ben presto superate le sue ideologie, ingessati i suoi dirigenti, più dediti al chiacchiericcio che a lottare per l'avvento della Repubblica.

 

Il passaggio al socialismo rivoluzionario fu quindi la naturale evoluzione, iniziando a partecipare a tutte le associazioni sovversive sorte a Napoli dal 1888: dal circolo, “Gioventù Operosa”,da lui fondato nel 1891 con Arturo Labriola ed altri, con un programma repubblicano socialista, al Circolo Socialista Napoletano, passando per il Fascio dei Lavoratori, sorto nell’aprile del 1893. In quello stesso anno pubblicò un opuscolo di trenta pagine, “Che cosa è il socialismo”, tratteggiando il processo di formazione e le caratteristiche del sistema capitalistico, con frequenti riferimenti a Marx ed Engels.1 

Nessuna di queste organizzazioni riusciva però a fare breccia nella pur scarsa classe operaia del capoluogo campano, fallendo nel tentativo di costituire un punto di riferimento per operai e disoccupati.

Troppo colto ed elitario il linguaggio da loro utilizzato, eccessivamente politicizzati e ambiziosi i programmi in un ambiente dove l'analfabetismo superava l'80% e il proletariato impegnato innanzitutto a sopravvivere.

Nel 1896 con i soliti compagni d'avventura, Arturo Labriola, Walter Mocchi ed altri, fondò il Circolo Universitario Socialista Napoletano, così come iniziò da subito a collaborare con numerosi giornali fra cui ricordiamo, La Montagna, L’Epoca Democratica, Lotta di Classe, La Vigilia, Il Socialista, l’Avanti! ed altri ancora.

Un coacervo di giornali senza futuro, di cui molto uscivano e scomparivano dopo pochi numeri, spesso censurati e requisiti, oggi comunque utili a ricostruire una storia ormai scomparsa, di protagonisti dimenticati.      

A proposito dell'Avanti! non è secondario ricordare che fu lo stesso Alfani a dare vita ad un periodico pubblicato a Portici, il cui primo numero uscì nei primi giorni di dicembre 1895, in sostituzione del vecchio, “La Vigilia”, appena rientrato dal domicilio coatto e aver già collezionato un buon numero di condanne.

Il nuovo giornale fu intitolato Avanti! almeno un anno prima che lo stesso nome fosse dato al quotidiano nazionale, organo ufficiale del Partito Socialista Italiano. Il periodico nato su iniziativa dell'instancabile molisano non ebbe vita lunga, uscendo a fasi alterne, come tutti gli altri fogli che lo avevano preceduto.

Il suo intento era di farne l'organo ufficiale della Federazione Socialista Napoletana dopo la chiusura del precedente foglio, “La Vigilia” e il fallimento della prima fase della Federazione Socialista.

Nella primavera del 1896 riuscì a ricostituire la Federazione con oltre 160 soci e ad organizzare il Primo Congresso socialista del Mezzogiorno continentale d'Italia, come ebbe pomposamente a scrivere sul settimanale, “Lotta di Classe”, tenuto a Napoli l’1 e 2 aprile, con delegati provenienti dalle diverse regioni del Sud in rappresentanza di quaranta organizzazioni aderenti al Partito.

A presiedere l'assise fu chiamato l'avvocato salernitano, Errico De Marinis (1863 – 1919), eletto deputato nelle recenti elezioni del 1895, il secondo socialista eletto in Campania dopo Pietro Casillo. Nello stesso congresso fu stabilito di trasformare l' Avanti! in organo regionale dei socialisti con la ripresa delle pubblicazioni il 1° maggio, non ancora festa dei lavoratori, ma già intesa come giornata di lotta per la conquista delle otto ore lavorative.2

Non è però vero, purtroppo, quanto affermato da alcuni storici e giornalisti locali che Alfani sia stato il primo a dare il nome, Avanti! ad un giornale socialista. Infatti il 2 aprile 1893 veniva pubblicato a Milano un numero unico denominato, Avanti! curato dall'Unione Tipografica Socialista. Da luglio lo stesso giornale uscì quale organo mensile della stessa Unione e sezione del Partito dei Lavoratori Italiani entrando in concorrenza con il più noto e famoso suo concittadino, il settimanale, “Lotta di Classe”. 

Alcuni numeri dovevano circolare anche a Napoli, come dimostra la corrispondenza col mensile dell'anarchico napoletano, Antonio Rubinacci e di una sezione dell'Unione Tipografica Socialista nel novembre 1893 con Leopoldo Cicero, a sua volta in contatto col mensile milanese, entrambi tipografi e tra i soci costituenti della prima Camera del Lavoro.

Il mensile lascerà poi posto al quotidiano nazionale il cui primo numero risale al 25 dicembre 1896, per cui possiamo dare per certo che l'organo nazionale del Psi è la naturale prosecuzione del mensile milanese trasformato in quotidiano.

Quando nel 1888 fu annunziata la visita a Napoli del neo imperatore della Germania, Guglielmo II, (1859 – 1941) Gino Alfani e il più noto Giovanni Bergamasco (1863 – 1943), un protagonista nella storia del movimento operaio napoletano e che morirà da confinato politico a Lauro, nell’avellinese, promossero una manifestazione di protesta contro la Triplice Alleanza.  questo scopo il 2 settembre tennero un’assemblea congiunta i soci dei circoli, “Pensiero ed Azione” e “Giorgio Imbriani”, a cui ancora aderiva il giovane molisano, e fu proprio lui, già di avanzate tendenze anarchiche, a presentare e a far votare un violento ordine del giorno in cui s’inneggiava alla rivoluzione sociale.

Coerente con le sue idee, al passaggio della carrozza imperiale lanciò il cartello che aveva nelle mani contro il corteo in segno di protesta. Arrestato, il tribunale gli concesse la libertà provvisoria e in seguito prosciolto per insufficienza d’indizi.

Intanto, però, si era fatto nuovamente arrestare mentre tentava di far esplodere una bomba sotto il consolato germanico, sempre in segno di protesta contro la venuta in Italia dell’imperatore e contro la rinnovata intesa, stipulata nel 1887, che legava il nostro paese alla Triplice Alleanza.

Ancora una volta fu dichiarato il non luogo a procedere, «Perché il fatto, sebbene provato, non si ritenne contemplato come reato dal codice penale allora in vigore».3

Bisognerà attendere il 1890, e il suo terzo arresto, perché venga per la prima volta condannato, anche se soltanto a sei giorni di carcere, per avere arringato in una pubblica via quanti gli stavano intorno, inveendo contro il governo e le autorità.

Il quarto arresto non si fece attendere molto: gli fu sufficiente partecipare alla manifestazione operaia del 1°Maggio 1891, ma se la cavò, ancora una volta, per non essere riusciti a dimostrare la sua colpa.

Alfani era piccolo di statura, 163 centimetri distribuiti in una snella corporatura, ma il suo portamento era disinvolto e l'espressione spavalda di chi è sicuro delle sue capacità e si aspetta molto dalla vita.

Abile oratore, dalla voce gutturale, lo troviamo a Torre Annunziata l’11 aprile 1891 per commemorare il repubblicano Aurelio Saffi (1819 – 1890) e lasciarsi coinvolgere in una rissa provocata da un troppo zelante poliziotto che voleva interrompere il comizio e poi il 27 agosto a Castellammare di Stabia, invitato dal nucleo repubblicano,“Aurelio Saffi” e da quello democratico, “Mauro Macchi”, a tenere una conferenza commemorativa di Pietro Barsanti, un 21enne caporale lucchese fucilato nel 1870 per aver tentato di ammutinare la sua caserma e partecipare ai moti insurrezionali lombardi, guidati dai repubblicani, nella primavera di quello stesso anno.    

Con Arturo Labriola (1973 – 1959), Guglielmo Biondi e luigi Landolfi, costituì in quello stesso anno, come già detto, il circolo, “Gioventù Operosa” con un programma politico di carattere repubblicano, socialista rivoluzionario.

Ma l’attività di questo circolo, al centro di continue e turbolente agitazioni, fu in breve tempo interrotta e lo stesso Alfani costretto a registrare il suo quinto arresto ma anche l’ennesima assoluzione, insieme ai suoi compagni d’avventura.

Al principio del 1893 si adoperò per costituire un nuovo circolo denominato Socialista Napoletano, ma, dopo poco, l’abbandonò per promuovere un Fascio dei Lavoratori nel quale raccolse tutti gli elementi più estremisti.4

Il suo destino era, però, quello di collezionare arresti e il sesto arrivo, puntuale, il 27 novembre, mentre distribuiva volantini sui quali pendeva un ordine di sequestro e condannato a tre mesi di carcere, mentre veniva sciolto il Fascio appena sorto. La notizia trovò spazio sul settimanale milanese, Lotta di classe, di cui era il corrispondente da Napoli.

 

«Già conoscevate l'avvenuto scioglimento del nostro Fascio e l'arresto e la condanna del compagno Alfani. A queste provocazioni i socialisti napoletani rispondono colla creazione di nuovi Fasci. La prepotenza del Governo è la nostra migliore alleata per la propaganda».5

 

La fortuna sembrava avergli voltato le spalle, ritrovandosi con una seconda condanna di ulteriori sei mesi per essere stata provata la sua azione rivoluzionaria nell’organizzazione del Fascio dei Lavoratori.

Quando uscì dal carcere trovò già costituita la Camera del Lavoro, sorta il 6 gennaio 1894. Alfani aveva partecipato fin dall'inizio alla sua costruzione mettendoci il suo giovanile entusiasmo e il solito spirito battagliero, lo stesso provò a fare ora che era nata, ma il suo tentativo di dargli un indirizzo rivoluzionario fallì sul nascere, nonostante egli stesso si fosse messo alla testa di una lega di resistenza tra gli spazzini.6

Diversamente non poteva andare: la nascente Camera del Lavoro nacque sotto una cattiva stella e ancor peggiori dirigenti, incapaci di rendersi conto che il Presidente da loro eletto, il cavaliere Antonio D'Auria, un ex consigliere comunale, Presidente della filocrispina Società Centrale Operaia, fondata da Giuseppe Garibaldi nel lontano 1860, grosso appaltatore legato a consorterie locali, altro non era che un infiltrato della Questura.

Nei giorni precedenti la fondazione e in quelli successivi erano stati arrestati i maggiori esponenti, compreso lo stesso Alfani, al fine di favorire l'ascesa del D'Auria, monarchico fedele al Re e alla Questura, alla testa della nuova organizzazione operaia, riuscendo abilmente a scalzare il suo primo Presidente, il cappellaio Raffaele De Mata, «uomo buono e senza energia». Lo stesso d'Auria aveva poi provveduto «all'epurazione degli infetti di socialismo».7

Due anni dopo la corrotta struttura sindacale napoletana fu espulsa dalla Federazione delle Camere del Lavoro, ma non sufficiente a cacciare dal comando delle organizzazioni operaie napoletane l'incredibile, camaleontico D'Auria, continuando indisturbato, ancora per diversi anni, a fare i suoi comodi alle spalle degli sprovveduti operai, nonostante alcuni timidi tentativi di scalzarlo denunciando invano le sue malefatte.8

 

«Il D’Auria eliminò l’influenza degli operai socialisti nella Camera del Lavoro, fece di tutto per sciogliere o rendere inoperose le poche Leghe di resistenza mentre accentuò i contatti con la questura, il potere centrale e le consorterie locali (…). I dirigenti della Camera del Lavoro si recarono alla stazione ad ossequiare Crispi, mentre i compagni di tutta Italia erano imprigionati per la lotta contro il crispismo. Nel dicembre 1896 la Camera del Lavoro era radiata dalla Federazione per essersi rifiutata di separare le proprie responsabilità da quelle del D’Auria».

 

scrive Stefano Merli nel suo compiuto, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale.

Nell’agosto di quello stesso 1894 Alfani si candidò nelle elezioni del Consiglio provinciale, ottenendo appena 17 voti. Qualche mese dopo si ritrovò assegnato al domicilio coatto per due anni con un’ordinanza della commissione provinciale di Napoli che tentava in questo modo di ammorbidirne l’atteggiamento ribelle e il suo essere presente in tutte le agitazioni di quel turbolento periodo.

La riduzione della pena ad un solo anno gli restituì l’entusiasmo per lanciarsi in una nuova avventura costituendo un gruppo elettorale socialista napoletano, ma l’attendeva l’ottavo arresto per un residuo di pena, due mesi di carcere, da scontare, tenendolo in gattabuia fino al 23 gennaio 1896.

Con la sua prigionia il neonato gruppo, privo del suo leader, si disgregò in breve tempo.

Uscito per l’ennesima volta dal carcere, Gino Alfani riprese gli studi universitari e qui, insieme con altri studenti, formò il Gruppo Socialista Universitario raccogliendo buona parte del movimento estremista della città e tra questi, Arturo Labriola e Walter Mocchi (1870 – 1955). Nel frattempo aveva trovato il tempo per essere eletto membro della Commissione regionale meridionale, costituitosi nel gennaio 1896 e che dipendeva dal Partito Socialista Italiano, per organizzare le forze socialiste del Mezzogiorno.

In marzo si ritrovò nel segretariato direttivo del costituito Circolo socialista universitario napoletano, mentre il 15 aprile fu eletto Segretario Generale della Federazione Socialista Napoletana, aderente al PSI.

Strettamente sorvegliato dalla polizia politica fin dal 1888, fu schedato e biografato il 7 marzo 1896 nel Casellario Politico Centrale, istituito nel 1894 con il compito di curare il sistematico aggiornamento dell'anagrafe degli affiliati ai partiti sovversivi maggiormente pericolosi nei rapporti dell'ordine e della pubblica sicurezza.

Una schedatura che di fatto fu aggiornata fino alla sua morte, avvenuta nel 1942, a dimostrazione di quanto fosse ritenuto pericoloso dallo stato Sabaudo. Nel frontespizio del suo fascicolo leggiamo, subito dopo le generalità:

 

«Di condizione civile, non ha professione stabile. Ha fatto, e fa,  secondo che gli capita e ne abbia voglia, l'insegnate privato, il faccendiere di pretura, lo scrivano con avvocati. Si qualifica per lo più studente e pubblicista. Domiciliato in Napoli nell'ex convento di Santa Maria la Nova».9

 

Nel suo primo articolo su “Lotta di classe”, Giornale dei lavoratori italiani pubblicato a Milano dal 30 luglio 1892, Alfani, nel fare il resoconto di un'assemblea di operai napoletani per discutere dei bacini di carenaggio, delineò, con brevi acide pennellate, carattere e costumi di alcuni suoi compagni di fede, mentre di se stesso scrisse: «(…)e del docente Alfani, uno sfruttato come gli altri».10

Il suo formidabile e inesauribile attivismo gli creò non pochi nemici all'interno dello stesso movimento operaio e quando non si poteva attaccarlo personalmente, lo si faceva criticando la stessa Federazione, accusandola di «essere infeudata ad una combriccola di operai incoscienti dei quali dei non è lecito sopportare la dittatura».11

Più pesante l'accusa lanciata da Walter Mocchi, Arturo Labriola e Pasquale Guarino di essersi appropriato i fondi del Partito, fino a porla all'attenzione del Consiglio Nazionale del Partito chiamato a dirimere la questione.12

Non sappiamo se queste accuse avessero un fondamento, di certo Alfani rispose con una querela per diffamazione, ma venne comunque temporaneamente allontanato dalla Federazione e sostituito da Silvano Fasulo (1878 – 1955).

Questo non gli impedì, l’8 luglio 1896, di partire per Firenze a rappresentare la Federazione napoletana al quarto Congresso nazionale del PSI dall' 11 al 13. Così come non ebbe problemi a candidarsi nelle elezioni politiche del 21 marzo 1897, nel VI Collegio, riportando 29 voti nell'impari lotta contro il candidato ministeriale, l'avvocato Vincenzo De Bernardis (1850 - 1903). già sottosegretario di Stato e Ministro del Tesoro, con 2.002 preferenze.

In realtà già nel 1895 i socialisti di Torre Annunziata lo avrebbero voluto candidare nel loro collegio, poi non se ne fece più nulla, forse in seguito alla condanna ad un anno di domicilio coatto.

Un collegio blindato da sempre a favore dei candidati ministeriali, l'ultimo dei quali era l'uscente Domenico Zainy, un ingegnere napoletano, ispettore generale civile.

Il nono arresto lo colse a Castellammare di Stabia il 24 febbraio 1898, dove si era recato per accompagnare il deputato socialista, Dino Rondani (1868 – 1951), a tenere una conferenza.

L'irruzione delle guardie nella sala ormai gremita impedì la manifestazione socialista provocando la reazione del giovane Alfani e di altri presenti, con il conseguente arresto.

Giudicato per citazione direttissima dal pretore stabiese, se la cavò con una multa di 50 lire (195 euro attuali). Paradossalmente la stessa conferenza si era tenuta nella stessa giornata a Torre Annunziata con oratori gli stessi Rondani, Alfani e Catello Langella, capo riconosciuto del socialismo stabiese, senza nessuna intrusione della polizia.

Coinvolto nei disordini di fine aprile e dei primi giorni di maggio, con le grandi manifestazioni che caratterizzarono l’Italia di quel fine secolo, causando migliaia d’arresti, 82 morti a Milano e la chiusura delle sezioni socialiste e delle Camere del Lavoro in tutto il Paese, Gino Alfani, condannato in contumacia ad un anno di carcere per aver pubblicato un numero unico in occasione del primo maggio 1898, sfuggì alla cattura trovando riparo in Francia, dove visse in misere condizioni, tra Marsiglia e Parigi, ma non per questo venne meno alla sua militanza, come dimostrano comizi e manifestazioni ai quali partecipò come oratore in diverse città d'oltralpe.13

Rientrato a Napoli il 3 febbraio 1899, dopo l'indulto del 29 dicembre 1898, divenne corrispondente del quotidiano nazionale del Partito socialista, l’Avanti!giornale sul quale già scriveva dal 1897, ma già in marzo si ritrovò diffidato dalla prefettura perché continuava a tenere pubbliche relazioni in cui attaccava continuamente le autorità costituite.

E infine, il 7 giugno, festa dello Statuto, diffuse un manifesto sovversivo contro l’esercito prendendosi l’ennesima denuncia, contravvenzione e multa, più il decimo arresto, in meno di dieci anni, con due mesi di carcere.

Non era questo, però, quello che gli pesava: il clima intorno a lui era cambiato, i suoi antichi compagni di lotta avevano fondato il settimanale, “La Propaganda” e riorganizzato la sezione del Partito con l’ambizione di unificare le forze socialiste regionali.

Ma in questo disegno non c’era spazio per lui «perché, impersonava una tradizione di lotta politica sterile e ormai da abbandonare» come scrive Gianfranco Volpe nel suo La riorganizzazione socialista a Napoli dopo i moti del maggio ’98, su Clio (1967).14

Così come aveva già fatto nel ’96, all’indomani delle vicende che lo avevano allontanato dalla Federazione Socialista Napoletana, anche ora Gino Alfani si “ritirò”, il 22 agosto, ad Agerola rimanendovi fino ai primi giorni di novembre. Aveva da meditare sul gran rifiuto oppostogli dai compagni di fede alla sua candidatura alle elezioni amministrativa di Napoli del 9 luglio e all’espulsione che n’era derivata, dopo le sue proteste, dalla sezione socialista riunitasi in assemblea il 19 giugno e ratificata dalla Direzione del PSI, con una deliberazione pubblicata sull’Avanti! il 23 giugno e sulla“Propaganda” due giorni dopo.15

Ma mettere nell'angolo un uomo dal temperamento ardente battagliero come Alfani non era facile. Negli anni aveva saputo costruirsi, non solo nemici ma anche tante simpatie e in molti lo riconoscevano come naturale leader del movimento operaio e fedele gli era, per esempio il circolo socialista del quartiere Montecalvario, pronto a mobilitarsi per difenderlo dai tanti avversari.

Alfani era consapevole della sua forza e questo lo metteva nelle condizioni di non rassegnarsi passivamente alla sconfitta. Così, dopo la sua espulsione, l’Alfani accarezzò il proposito di costituire in Federazione il suo gruppo per opporsi attivamente ai socialisti ufficiali della Propaganda, scrive Gianfranco Volpe nel saggio pubblicato su Clio nel 1971.16

Ma anche gli altri non stavano fermi e, il 14 gennaio 1900, convocarono il 1° Congresso campano sannita, a cui presero parte 44 rappresentanti. Prima ancora di iniziare, il delegato di Faicchio (Benevento) chiese ragione dell’assenza della sezione socialista di Montecalvario, non ammessa al congresso.

Gli fu risposto che lo statuto del PSI non consentiva l’esistenza di due sezioni nella stessa città, perciò la seconda era da considerarsi illegale. La questione fu allora messa ai voti con due proposte: una del delegato di Faicchio, favorevole a Gino Alfani e l’altra, contraria, di Giovanni Bergamasco. Passò la posizione del secondo e finalmente il congresso ebbe inizio senza nuovi problemi.

Sulle contrapposizioni tra Gino Alfani e la sezione socialista, intervenne di nuovo la direzione del PSI, aprendo un’inchiesta, dopo aver nominato una commissione. Questa, verso la fine di febbraio, deliberò l’allontanamento provvisorio del molisano dal partito e lo scioglimento del circolo socialista di Montecalvario.17

La reazione del futuro segretario della Camera del Lavoro torrese fu di aprire una nuova polemica facendo pubblicare una lettera sul Roma, il 27 febbraio, in cui non riconosceva le sue colpe e provocando, in questo modo la sua definitiva espulsione dal Partito.18

L'ennesima! L’unica nota lieta di quell’infelice 1900 fu il suo matrimonio, ai primi di dicembre, con la giovane Maddalena Del Vecchio, anch’essa di fede socialista. Purtroppo rimarrà vedovo, pochi anni dopo, il 17 giugno 1903, lasciandolo padre di una bambina, Amalia.

Nell’ottobre del 1901 assunse la direzione del giornale anticlericale, “Il Prete” e nel luglio 1902 entrò nella commissione esecutiva del circolo socialista autonomo, “Aurora”, federato all’Unione Socialista, sorto in contrapposizione alla sezione socialista.

Visse alcuni anni alternandosi tra Napoli ed Amalfi, dove non venne meno alla sua militanza politica prodigandosi in comizi e manifestazioni, non mancando di trovarvi di nuovo moglie.19

Non era comunque quello di Amalfi il palcoscenico a lui ideale, abituato com'era alla dura lotta politica e agli scontri, anche feroci, per esempio, con il suo grande rivale, il socialista, poi deputato nel 1890, Pietro Casilli (1848 – 1913).

Così visse quel tempo quasi ai   margini della vita politica attiva - se si esclude una sua partecipazione ad un congresso meridionale di socialisti tenutosi a Napoli, il 3 e 4 marzo 1907, in cui fu uno dei relatori, un suo comizio proprio a Torre Annunziata, in occasione del 1° maggio di quello stesso anno - fino a quando nel febbraio del 1908 non fu chiamato a dirigere la Camera del Lavoro oplontina.

Rientrato alla grande nel campo della militanza attiva, mettendosi alla testa della seconda Camera del Lavoro della regione per nascita e importanza, Gino Alfani volle fondare un giornale che desse voce alle lotte operaie e questo fu il settimanale, “l’Emancipazione”, il cui primo numero uscì  il 20 giugno 1908.

Di suo pugno scrisse anche lo Statuto Regolamento di cui la Camera del lavoro torrese era ancora privo, pubblicandolo a puntate sul nuovo settimanale, a partire dal numero dieci del 13 aprile 1909.  E non mancarono da subito problemi, come sempre accadeva con un personaggio dalla così forte personalità ed esuberanza, temprato da 18 processi, tutti per fini politici e abituato alla lotta e agli scontri, non solo verbali, nel duro ambiente napoletano, per emergere come dirigente politico, tra invidie, personalismi, pericolose insidie e ambizioni represse, creandosi intorno odio e nemici, come la prima delle aggressioni subita il nove aprile 1909 da parte di un  noto pregiudicato, Tommaso Parrucchella.

Costui lo avvicinò mentre Alfani era nella stazione ferroviaria in attesa del treno per Napoli, schiaffeggiandolo senza apparente motivo. Accompagnato dalla figlia Amalia, Alfani preferì non reagire e si allontanò immediatamente.20

Intanto il 15 agosto 1908 aveva partecipato al convegno socialista di Portici portando alla nascita della Federazione Provinciale Socialista, in settembre al X Congresso nazionale del Partito del 19-22 settembre a Firenze, dove affrontò alcuni temi locali, mentre l’11 luglio 1909 organizzò il convegno operaio di tutte le organizzazioni della regione. Il 4 e 5 dicembre 1910 partecipò al convegno di Napoli delle organizzazioni proletarie del Mezzogiorno, nei locali della Borsa del Lavoro.

Da quest’assise nacque la decisione di costituire la Federazione Meridionale delle Organizzazioni Proletarie eleggendo un Consiglio Generale di sette persone, tra cui lo stesso Alfani, un Comitato Esecutivo composto da Oreste Gentile, Nicola Fiore (1883 – 1934) e Tommaso Bruno (1872 – 1934) e decidendo di tenere il secondo congresso a Bari nel 1911.21

Un anno dopo, però, la Federazione meridionale era di fatto sciolta, dichiarando il proprio fallimento perché

 

«Non è riuscita a tradurre in atto niun postulato del suo largo programma. Le iscrizioni non sono state rispondenti a quelle sulle quali si contava (... ), per giunta i fondi raccolti dalle limitate iscrizioni ottenute, sono stati tutti spesi senza parsimonia e senza controllo dal segretario Nicola Fiore nei suoi numerosi viaggi, non tutti fatti per giustificate ragioni e con efficaci risultati.»

 

scriveva il Prefetto di Napoli in una sua relazione al Ministro dell’Interno, il 16 dicembre 1911.

In realtà, la Federazione, nata con grandi speranze, non aveva mai trovato un giusto rilievo nella Direzione nazionale del PSI. Non casualmente l’Avanti! aveva relegato la notizia nelle pagine interne del giornale. E quando nel maggio di quel 1911 Gino Alfani si recò a Padova per partecipare all’ottavo congresso nazionale della resistenza, cogliendo l'occasione per trattare il problema delle adesioni della Federazione meridionale alla Confederazione Generale del Lavoro, non si riuscì a trovare nessuna intesa.

Principali oppositori furono le Federazioni nazionali di mestiere appellandosi al principio, secondo il quale ogni sindacato operaio per aderire alla Confederazione doveva dimostrare non solo la sua adesione alla Camera del Lavoro locale ma anche alla propria Federazione nazionale.

Ora, tranne qualche eccezione, nessuna organizzazione operaia meridionale aderiva alle Federazioni e la ragione era da ricercarsi nell’impossibilità di imporre quote di adesioni troppo alte, date le condizioni economiche non troppo elevate dei lavoratori, oltre alla impossibilità di comunicare velocemente con le sedi centrali per l’enorme distanza delle sedi.

Ludovico D’Aragona (1876 – 1961), segretario ispettore della CGdL e redattore del suo organo ufficiale, “La Confederazione del Lavoro”, tentò, senza fortuna, una mediazione, costringendo Gino Alfani a tornarsene a mani vuote.

A Torre Annunziata il molisano si rese promotore di comizi e convegni, mantenne viva l’agitazione operaia e aprì grandi e piccole vertenze con gli industriali, uscendone quasi sempre vittorioso.

Nonostante questo, però, nel dicembre 1911, già in rotta con la locale sezione socialista, lasciò improvvisamente, la sua carica di Segretario generale, ma probabilmente la sua decisione era legata alla fallita gestione della federazione meridionale e alle critiche che ne seguirono.

Ma le sue dimissioni, qualunque siano state le motivazioni,  durarono solo pochi mesi, il tempo di partecipare al convegno di Portici del 3 marzo 1912,  teso ad unificare le forze della sinistra socialista campana ponendosi in alternativa alla linea riformista del Psi napoletano, di essere nel ristretto gruppo di quanti parteciparono il 2 aprile alla fondazione del circolo socialista rivoluzionario intransigente, “Carlo Marx”, fortemente voluto dal giovane e già ambizioso Amedeo Bordiga, di tenere un comizio, il 16 maggio, nel cortile di San Lorenzo a Napoli, durante una manifestazione contro la guerra libica, ed eccolo, in luglio, rieletto Segretario Generale della struttura sindacale torrese.   

Tra comizi contro l’ennesimo eccidio proletario, come quello di Rocca Gorga nel gennaio 1913, scioperi di pastai e di metalmeccanici, Gino Alfani non dimenticava le sue ambizioni politiche sempre frustrate ed è per questo che alla testa dei suoi intransigenti si scagliò contro la candidatura a deputato nel collegio di Torre Annunziata del moderato Alfredo Sandulli, imposta dai bloccardi massoni, veri dominatori del PSI napoletano.

Una battaglia persa in partenza: Sandulli fu candidato e vinse le elezioni politiche del 26 ottobre portando per la prima volta un socialista in Parlamento con oltre 5mila preferenze, sconfiggendo, seppure per pochi voti, il deputato uscente del collegio, l'avvocato napoletano, Alessandro Guarracino (1860 - 1925). 

Quando poi nel marzo 1914, lo stesso deputato fu attaccato dagli intransigenti della Voce, l’organo ufficiale del Circolo Carlo Marx, con sede a Castellammare di Stabia, lo stesso Alfani prese le sue difese sull’Emancipazione del 4 aprile.

A dare ragione alle accuse del Circolo Carlo Marx, lo dimostrò la decisione assunta dal Sandulli di abbandonare il PSI, quando con il congresso nazionale socialista di Ancona del 26 aprile fu sancita l’incompatibilità fra l’appartenenza alla massoneria e l’iscrizione al Partito socialista.

Salvo poi avvicinarsi di nuovo al Psi, dopo la scissione di Livorno, riuscendo eletto nelle politiche del 1921.

In attesa di tempi migliori, il molisano, partecipò a Mantova, il 5 e 6 maggio 1914, al IX Congresso della CgdL, non mancando di far sentire la sua voce, mentre a luglio, attraverso scioperi e boicottaggi, impose agli industriali torresi il rispetto dell’ufficio di collocamento presso la stessa Camera del Lavoro e attraverso il quale dovevano passare le assunzioni e i licenziamenti.22

Nello stesso mese provocò una scissione nella sezione socialista per avere, «tacitamente promesso l’appoggio alla lista bloccarda per le comunali in cambio dei voti dei massoni alla sua candidatura al consiglio provinciale», come scrive Michele Fatica nel suo già citato volume.

Gli intransigenti per punirlo del suo tradimento tentarono allora di scalzarlo da Segretario della Camera del Lavoro, senza riuscirvi. 

Gino Alfani aveva ampiamente consolidato il suo potere tra i vari capi lega e nell'ambiente operaio, ma soprattutto fu per lui fondamentale il sostegno della forte lega dei cassettai, pronti anche ad appoggiarlo nella sua prossima candidatura a consigliere provinciale. Contro il “rinnegato” molisano si scatenarono le ire sia di Amedeo Bordiga sia di Benito Mussolini (1883 – 1945). Il carismatico direttore dell’Avanti!, leader socialista della sinistra intransigente lo definì in un suo articolo, voltagabbana. Scriveva infatti Mussolini in un corsivo commento di un articolo da Torre Annunziata su una tormentata assemblea della sezione socialista:

 

«Se c'è centro nel quale i socialisti dovevano essere rigidamente intransigenti e nettamente divisi da tutte le fazioni della borghesia, questo è Torre Annunziata. Qui abbiamo una grande massa proletaria organizzata, abituata a lotte formidabili contro una compatta organizzazione industriale (...) ma ecco riflettersi anche a Torre Annunziata il fenomeno napoletano. La vittoria elettorale ubriaca, il successo politico ottenuto con la elezione di un deputato crea la preoccupazione di non avere un successo nelle prossime elezioni amministrative. La sezione socialista che, come a Napoli, aveva deciso di attendere il deliberato di Ancona segue il suo deputato quando costui propone di mettere sotto i piedi questo deliberato e si ribella al Partito. La paura di perdere la medaglietta spinge questa gente in un blocco che, se è pericoloso in altri centri, a Torre Annunziata, è innaturale, è scandaloso, è criminoso perché distrugge venti anni di sante e magnifiche battaglie proletarie. Ai compagni che hanno saputo tenere testa a tanta degenerazione e che restano al loro posto un solo augurio: che i lavoratori di Torre Annunziata si schierino al loro fianco per la tutela dei propri interessi e della propria dignità! Agli altri...buon viaggio.»23

 

Il rivoluzionario molisano, sentendo aria di vittoria, nella certezza di potercela farcela, di ragioni non ne sentiva e andò avanti per la sua strada, riuscendo, così, ad essere eletto nelle elezioni provinciali del 5 luglio, sconfiggendo il candidato del fascio liberale, Gennaro Gallo.

Passata la bufera delle incomprensioni Gino Alfani ritornò ad essere l’anima della sezione socialista e della Camera del Lavoro, aumentando, anzi, il suo credito tra i lavoratori, guidandoli nelle più svariate agitazioni, a tutela e a difesa del salario sempre più eroso dall’aumento vertiginoso del costo della vita provocato dalla guerra.

Temuto dall’amministrazione comunale, sulla quale esercitava grande influenza, e rispettato nello stesso consiglio provinciale di cui faceva parte, fu nominato da questa giunta componente del Consiglio d’amministrazione dell’ospizio dell’Annunziata di Napoli. Lanciandosi nella mischia dei contrari, all’entrata in guerra del nostro Paese, fece attiva propaganda, senza risparmiarsi in comizi ed iniziative pubbliche.24

Il suo sfrenato attivismo gli valse nel 1918 ad occupare anche il ruolo di Segretario della Camera del Lavoro di Napoli, senza per questo lasciare l'organizzazione torrese, riuscendo a guidarle entrambe con piglio decisionista e battagliero, com'era nel suo inconfondibile stile.

Fu nel marzo 1918 che subì la seconda e più grave aggressione, di ritorno dal funerale del socialista Giovanni Bernacchi, per opera di alcuni fuoriusciti della Camera del Lavoro capitanati da Aniello Scognamiglio che per primo lo colpì alle spalle con un coltello e ferendogli entrambe le guance.

 

«Se alcuni audaci compagni non fossero intervenuti a tempo, l'Alfani certamente sarebbe stato finito dal forsennato (...). L'aggressione è stata premeditata ed i complici sono parecchi».25

 

Le ragioni dell'aggressione andavano cercate nello scioglimento della Lega Mugnai e nella sua ricomposizione con nuovi dirigenti a seguito delle illegalità e ruberie commesse da chi era stato cacciato, abusando del ruolo rivestito, usufruendo per anni di privilegi ormai intollerabili. I pochi operai che negli anni avevano protestato erano stati zittiti con minacce e intimidazioni di varia natura.

Poi finalmente la svolta fortemente voluta dallo stesso Gino Alfani facendo piazza pulita dei troppi che avevano abusato del loro potere. In conseguenza del ripulisti effettuato arrivarono minacce, insulti e gratuite diffamazioni.26

Fino all'aggressione con i terribili fendenti che solo per miracolo non toccarono gli occhi, ma lasciando segni indelebili sulle guance, tra ciglia, palpebre e zigomi, costringendo il Segretario della Camera del Lavoro e consigliere provinciale a rimanere a letto per oltre due settimane con il capo completamente fasciato, ma sorretto dall'affetto e dalla solidarietà degli operai che a centinaia si recavano come in pellegrinaggio a casa sua per averne notizie.27

L'istruttoria penale contro Scognamiglio ed altri per mancato omicidio ebbe inizio il primo di aprile ma ignoriamo l'esito del processo.28

Nei primi giorni di settembre 1918 partecipò a Roma al XV Congresso del PSI, votando a favore dell’OdG di Luigi Salvatori (1881 – 1936) in rappresentanza della mozione dell’estrema sinistra, ed entrò, unico meridionale con l'avvocato pugliese Edoardo Sangiorgio (1866 - 1930), nella Direzione del Partito.

Candidato nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919 nelle liste del Partito Socialista Ufficiale ottenne buoni consensi piazzandosi dietro Francesco Misiano (1884 - 1936) e Bruno Buozzi con 19.485 preferenze nonostante la presenza di altri due amati dirigenti del movimento operaio torrese, Luigi Cipriani, leader regionale dei metalmeccanici e l'operaio dell'Ilva, ex Ferriere del Vesuvio, Rodolfo Serpi.

Ci riprovò nelle elezioni anticipate del 15 maggio 1921, ma stavolta gli toccò la sesta posizione nonostante avesse raccolto oltre 30mila consensi. Il suo destino era di fare il primo cittadino di Torre Annunziata, un appuntamento al quale si fece trovare puntuale nelle amministrative del 31 ottobre 1920, vinte dal PSI ed eletto sindaco il 18 novembre.29

Con Castellammare di Stabia condivise le uniche vittorie socialiste nelle amministrative della Campania, negli oltre duemila municipi conquistati dal Partito Socialista, quasi tutti posti nel centro nord del Paese.

«Gli avversari erano allibiti»scriveva l'Avanti! Il 4 novembre, a proposito della vittoria di Torre Annunziata «Il proletariato tripudia per le vie del paese».

Lo stesso accadeva per le strade di Castellammare di Stabia dove una immensa fiumana di popolo percorreva le vie della città inneggiando al socialismo e alla conquista del Comune.30

Tra i suoi primi atti pubblici il sindaco Alfani fece togliere i quadri del re dalla stanza del sindaco e dalla sala del consiglio, sostituendoli con l’emblema dei Soviet, provocando un pandemonio tra i benpensanti e tra i sempre più arroganti e violenti fascisti locali, seppure non ancora organizzati in Fascio. Contro il provvedimento che impose di rimettere al suo posto i quadri del sovrano, fece proclamare lo sciopero generale di protesta, il 16 febbraio 1921.

Un nuovo sciopero generale lo fece proclamare il 2 maggio, in seguito alla proibizione delle autorità di indire le manifestazioni per il 1° maggio.  E come sindaco ordinò ai bidelli di tenere le scuole chiuse.

Il 4 giugno 1922 provocò la reazione sdegnata dei nazionalisti perché non volle far esporre la bandiera nazionale in occasione della festa dello Statuto. Il 17 giugno attaccò i fascisti attraverso un opuscolo, provocando violente dimostrazioni da parte di questi.

Il 28 ottobre scrisse su, “Il Comunista”, un articolo contro il Fascio locale, definendolo un’associazione a delinquere perché quasi tutti i suoi membri avevano precedenti penali. Tutto questo non poteva durare a lungo. Il fascismo, ormai al potere, non poteva consentire a nessuno, tanto meno agli odiati socialisti ed ai pericolosi comunisti di prendersi, così impunemente, gioco del nascente regime, ancora in grado di affrontarlo a testa alta, ma soprattutto, non poteva tollerare che Camera del Lavoro e la stessa città fossero governate da una figura così carismatica come Gino Alfani. Il 2 novembre, il segretario del Fascio, dopo avere definito il sindaco eccitatore, denigratore e vigliacco, ne dispose l’allontanamento da Torre Annunziata perché la sua presenza avrebbe potuto provocare incidenti.

Quello che doveva accadere era nell’aria. Il 10 ottobre 1922, sotto l'incalzare delle provocazioni fasciste, fu costretto a dimettersi da sindaco, mentre il 13 dicembre la Camera del Lavoro fu invasa e occupata dai fascisti.

Il 7 febbraio 1923, anche la sua casa fu perquisita in cerca di documenti compromettenti: trovarono una lettera del Comitato nazionale della CGdL, spedita il 17 gennaio che dimostrava la sua partecipazione alle iniziative tendenti alla riconciliazione tra socialisti e comunisti per la riconquista delle leghe e della Camera del Lavoro.

Gino Alfani, all’indomani della scissione di Livorno, non aveva aderito al PCd’I schierandosi invece con la frazione massimalista facente capo a Giacinto Menotti Serrati (1872 – 1926) e prendendo posizione per l’adesione alla Terza Internazionale.

Dopo l’espulsione dei riformisti dal PSI, militò nella frazione terzinternazionalista candidandosi, nelle elezioni politiche del 6 aprile 1924, nella lista d’Unità proletaria che vedeva insieme comunisti e terzini, nome con il quale venivano definiti i terzinternazionalisti, socialisti favorevoli alla fusione con il partito comunista. 

L’avvocato molisano fu l’unico dei 16 in lista ad essere eletto con 4.056 preferenze, provocando grandi malumori tra i suoi stessi compagni: il suo nome non era tra gli indicati dalla Commissione elettorale del Partito come da sostenere per essere eletti e fu pertanto accusato di aver fatto propaganda tra i suoi elettori indicando il proprio nome.31

L’inchiesta che ne seguì non riuscì a dimostrare se avesse o meno svolto propaganda personale, per cui la sua elezione fu infine accettata dal Partito. Nell’agosto 1924 si iscrisse al Pcd’I e, nonostante la stretta sorveglianza alla quale era sottoposto, probabilmente fu – non è documentata la presenza -  tra i settanta che riuscirono a partecipare al mitico III Congresso del Partito, un assise clandestina che si tenne a Lione, in Francia,  tra il 20 e il 26 gennaio 1926, conclusosi con la definitiva sconfitta della sinistra comunista di Amedeo Bordiga, la cui relazione durò sette ore, e la vittoria  di Antonio Gramsci, al quale bastarono solo quattro ore per essere poi eletto nuovo Segretario Generale.

Rimangono solo pochi mesi di libertà, poi il fallito attentato a Mussolini del 31 ottobre da parte del quindicenne Anteo Zamboni, massacrato sul posto dai fascisti presenti, consente al Duce di scatenare la tempesta della repressione applicando le liberticide leggi contro opposizione ed avversari. Ancora prima si scatena in tutta Italia la brutale violenza dei suoi seguaci con assalti e devastazioni delle case dei maggiori militanti e dirigenti della sinistra politica e sociale.

Nell'aria torrese stabiese ne pagano le conseguenze le famiglie di Antonio Cecchi, Oscar Gaeta, Achille Gaeta, Filippo Russo e lo stesso Gino Alfani, ritenuti i maggiori esponenti del comunismo locale

Neanche il tempo di riprendersi, quando nella notte tra l'8 e il 9 novembre 1926 , Gino Alfani fu arrestato all'albergo, “Torino”, di Roma, seguendo la sorte di altri deputati comunisti già in carcere dai primi di novembre e tutti dichiarati decaduti del mandato parlamentare,«per eccitamento e sovvertimento contro i poteri dello Stato».32

Processato e condannato dal Tribunale speciale a tre anni di confino politico, fu inviato prima a Dorgali, poi a Lipari e infine a Milano, dove rimase 18 mesi in attesa del processo davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato creato con una legge del 10 dicembre 1926.33

Il processo contro 33 detenuti politici tra i quali spiccava la figura di Antonio Gramsci (1891 – 1937) iniziò il 28 maggio 1928 per esaurirsi nel giro di una settimana. Nel corso del dibattito Gino Alfani si dissociò dalle responsabilità di cui erano accusati gli altri compagni, chiedendo di essere difeso da Francesco Bonavita, un avvocato gradito al regime. Nonostante la richiesta a nove anni di carcere da parte del Pubblico Ministero, Michele Isgrò, il 4 giugno riuscì assolto.

Per essersi dissociato dalla linea comune del Partito fu espulso dal Partito per indegnità, salvo poi essere ricordato dallo stesso Togliatti nell'immediato dopoguerra e raccogliere voti nel suo nome a Torre Annunziata. Dell'avvocato Isgrò rimase famosa la sua frase contro Gramsci: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per i prossimi venti anni». Rientrato al confino di Lipari, fu definitivamente liberato dopo pochi giorni, il 15 giugno.

Amareggiato e deluso Alfani si ritirò dalla vita politica attiva, riprendendo la sua professione d’avvocato, arrivando a manifestare

 

«Un certo orientamento verso le direttive del regime fascista. Pertanto, con determinazione ministeriale del dicembre 1933, egli è stato radiato dal novero dei sovversivi».

 

recita la sua scheda del Casellario Politico centrale. In realtà la sua casa, come si è detto, fu devastata dai fascisti nel novembre del 1926, all’indomani dell’attentato al duce, la sua casa sorvegliata e continuamente perquisita e in sostanza costretto ad abbandonare la professione per le continue minacce ricevute ogni qualvolta si recava in tribunale.

Visse in misere condizioni economiche, spesso aiutato dal fratello Enrico, libero professionista, che aveva aderito al fascismo fin dal 1921. Mantenne i contatti con l’antifascismo, rimanendo fedele alle sue idee, sempre le stesse in oltre mezzo secolo di vita politica.

In suo favore scrisse al duce l'antico avversario, l'avvocato Pelagio Rossi, più volte sindaco della città, poi deputato ed infine Podestà chiedendo clemenza:

 

«Alfani fu mio spietato avversario, se è vero che ciascuno di noi ebbe la responsabilità di rappresentare le proprie forze opposte nella lotta tradizionalmente formidabili di cui Torre Annunziata fu campo per molteplici anni: ciò che può dare maggiore pregio alla verità che affermo, che nulla sia da temere della sua condizione di completa libertà, sia perché il fascismo di Torre Annunziata può chiamare a testimone il Duce della propria invincibilità, sia perché la dichiarazione che dicesi fatta dall'Alfani di rinunzia ad ogni futura attività politica può essere creduta come quella di un uomo che ha avuto sempre la fierezza della sincerità dei propri sentimenti. Il provvedimento, del resto, verrebbe a favore di una famiglia che vive nella tristezza e nel disagio economico,  i più dolorosi, specialmente perché il proprio capo, che pur occupò uffici pubblici importanti, non si arricchì mai di alcuna colpa di disonestà».34

 

Il provvedimento di radiazione arrivò nel dicembre del 1933, ma questo non impedì il controllo, seppure lieve, fino all'ultimo dei suoi giorni.

Morirà il 28 febbraio 1942 nella sua casa in Via Dante, 5 di Torre Annunziata, all’età di 76 anni. Ritenuto pericoloso anche dopo morto, le spoglie di Gino Alfani furono sorvegliate e scortate da un ingente numero di carabinieri e, come se non bastasse, non fu lasciato solo neanche nella camera mortuaria del cimitero, fino al mattino successivo, quando fu poi tumulato per evitare pericolosi pellegrinaggi e sovversivi assembramenti da parte di quanti lo avevano conosciuto ed amato.  Secondo Oreste Lizzadri, ai suoi funerali ci fu

 

«Un corteo di diecimila persone, tutte le saracinesche abbassate, lutto cittadino. Una grande manifestazione di compianto con aperto significato antifascista».

 

per Ferdinando Pagano, classe 1923, uno degli ultimi bordighisti di Torre Annunziata, che conobbe Gino Alfani nell’ultima fase della sua vita.

 

«Il corteo funebre percorse la circonvallazione e non il corso principale, parteciparono molti compagni, sotto la scorta di numerosi carabinieri e agenti di P.S.»

 

Nessuno per Gennaro Fabbrocino, un ex militante comunista di Torre Annunziata, collaboratore di Amedeo Bordiga negli anni Cinquanta, presente ai funerali, così ha ricordato quel giorno in un suo articolo sul quindicinale locale, “La Voce della Provincia”, del 9 marzo 2001:

 

«I torresi ignorarono la morte di Gino Alfani perché erano per il duce (…). Il mesto corteo…non attraversò, come meritava, il corso. Per disposizioni della polizia fu deviato nella circonvallazione, allora ancora fiancheggiata, in gran parte, dai campi. Solo i familiari e i parenti o gli amici di famiglia parteciparono al semi clandestino funerale. Non c’erano gli operai dei molini, dei pastifici, dell’Ilva. Ma noi giovani, che credevamo nel comunismo, c’eravamo. Non potendo partecipare al corteo funebre, lo vedemmo dall’alto di un terrazzo di un palazzo poco distante dalla Casa Littoria…I marciapiedi erano deserti».

 

Se solo ai pochi familiari ed altri ristretti parenti e intimi amici   fu consentito di partecipare al suo funerale, il popolo di sinistra di Torre Annunziata, volle comunque riprendersi la sua rivincita per  omaggiare e ricordare al decadente regime fascista, il suo amore per quell'uomo che tanto aveva fatto per l'emancipazione della classe operaia, riversandosi in massa  davanti alla sua abitazione, al civico 5 di via Dante all'indomani del 25 luglio 1943, giorno della caduta di Benito Mussolini, cantando “Bandiera rossa”.

 

«Molti torresi si radunarono in comizio davanti all'abitazione dell'estinto, in via dante, meta di un incessante pellegrinaggio che comprendeva anche rappresentanze di lavoratori provenienti da vari comuni della provincia napoletana. Persino due squadristi vollero esternare alla famiglia il cordoglio per la morte di un uomo che per vocazione aveva scelto la via del martirio e scompariva portandosi dietro mezzo secolo di storia del movimento operaio dell'intero Mezzogiorno».35

 

Torre Annunziata non dimenticherà il suo eroe più rappresentativo, l'uomo che era stato capace di togliere il coltello dalle mani dei rissosi, e spesso violenti, operai, per mettervi il giornale socialista, dedicandogli nel 1944, subito dopo la caduta del fascismo e l'avvenuta liberazione da parte degli anglo americani, una delle strade più belle della città, precedentemente intitolata al gerarca fascista, Italo Balbo.

Nel terzo anniversario della sua scomparsa, nel 1945, gli fu eretto un busto nel cimitero dove è sepolto, mentre nel trentesimo della Liberazione gli fu assegnata, in memoria, la medaglia d'oro.

A ricordarlo è anche una lapide nel cortile di Palazzo Criscuolo, l'antico edificio da sempre sede del Comune:

 

«Gino Alfani, tra i pochi ad ergersi contro la tirannide fascista, forte tra i pochi, organizzatore instancabile, amministratore integro, lasciò unico retaggio carattere, purezza e onestà».

 

Il Partito Comunista e il Psi locale lo ricordarono con una maestosa manifestazione tenuta il 27 febbraio 1944, commemorandolo con l'altro grande martire torrese, Diodato Bertone, l'operaio dell'Ilva massacrato dai fascisti nella tarda serata del 25 febbraio 1921. Il Pci gli intitolò anche la sua prima sezione aperta nella cittadina oplontina, mentre i socialisti intestarono la loro sezione a Diodato Bertone.

L'amministrazione comunale di Napoli non volle essere da meno al grande molisano intitolò a sua volta, sia pure con colpevole ritardo, una strada a Ponticelli soltanto qualche decennio fa.

 

Note

1. F. Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, Editori Riuniti, 1975, ad vocem. Nel 1898 pubblicò La proprietà edilizia, in «Presente e avvenire», Rassegna bimensile socialista popolare, Anno II, n. 1, gennaio 1898.

2. Primo Congresso Socialista Meridionale, in «Lotta di Classe», anno V, n.17 del 25/26 aprile 1896. La redazione del nuovo Avanti!, pubblicato a Portici, era composta da Enrico De Marinis, Gino Alfani, Berardino Plati, Arturo Labriola e Ferdinando Colagrande. Notizie sull'Avanti!, quale organo regionale del partito nel Mezzogiorno, compaiono ancora nell’articolo Per le Federazioni regionali del Mezzogiorno in «Lotta di Classe», anno V, n.21 del 23/24 maggio 1896.

3. ACS, CPC, Alfani Luigi, busta 63

4. Un Fascio di lavoratori, articolo non firmato ma di Luigi Alfani in «Lotta di Classe», anno II, n.44 del 4/5 novembre 1893.

5. Arbitrii, in «Lotta di Classe», anno II, n. 48 del 2/3 dicembre 1893.

6. Movimento socialista napoletano. La Camera del Lavoro, in «Lotta di Classe», anno II, n. 14 del 8/9 aprile 1893. Scrive Alfani nel suo entusiastico articolo:«Questa istituzione che per Napoli pareva un sogno è quasi un fatto compiuto. La tenacità dei promotori è, per quanti bramano veder sorgere qui a Napoli una coscienza proletaria, qualche cosa di confortante».

7. Sui motivi della espulsione dalla Federazione della Camera del Lavoro di Napoli, cfr. Opportunismo operaio. La fine della Camera del Lavoro in «Lotta di Classe, anno III, n. 34, 25/26 agosto 1894: Contro le accuse piovute sul Presidente infiltrato della Questura lanciate dal giornale socialista milanese, La Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro infeudata dal D'Auria provò a difendersi puntigliosamente. Cfr. La Camera del Lavoro di Napoli in «Lotta di Classe», anno III, n. 35, 1-2 settembre 1894.

8. Cfr. le varie circolari della Federazione pubblicate in Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano. Documenti, Vol. II, La Nuova Italia, Firenze, 1973: pp. 469, 472/474, 475.

9. ACS, CPC, busta 63, Alfani Luigi,1896 – 1942.

10. Dal napoletano. Il comizio operaio pei bacini di carenaggio, di L. Alfani in «Lotta di Classe», anno I, 8/9 ottobre 1892, n.11.

11. Cose di Napoli, di G. Alfani, in «Lotta di Classe», anno V, n. 23, 6/7 giugno 1896.

12. Cose di Napoli, di G. Alfani, in «Lotta di Classe», anno V, n.28, 10/11 luglio 1896.

13. Cfr. Avanti!! Movimento Socialista. Propaganda a Lione, 26 agosto 1898; Andrea Costa a Parigi, 1 e 30 ottobre 1898; Incipiente organizzazione degli operai in Parigi, 14 novembre 1898.

14. Sui primi anni del socialismo napoletano Cfr. M. Marmo, Il proletariato industriale a Napoli in età liberale, Guida Editori, 1978.

15. La Propaganda, anno I, n. 9, Una espulsione, 25 giugno 1899: e Avanti! 23 e 29 giugno 1899.

16. G. Volpe, Un episodio di vita socialista della Napoli di fine secolo. Il I Congresso regionale, Clio, 1971.

17. Notizie di partito, Avanti!, 26 febbraio 1900, Articolo con il quale si comunica la decisione di espellere Alfani dal partito.

18. Una espulsione, La Propaganda, anno II, n.46.

19. Gino conobbe ad Amalfi la giovane, Teresa Lucibelli, una ragazza originaria di Agerola dove era nata il 17 settembre 1882, figlia di Andrea e Rosa Fusco. Sesta di dodici figli. Gino e Teresa si sposarono ad Amalfi l'8 giugno 1907 quando lui aveva già maturato i suoi 41 anni e lei appena 25. Dal matrimonio nacquero sette figli: Laura, Arnaldo, Libero, Vera, Sergio, Alba e Tullio, tutti nati a Torre Annunziata.  Teresa morì a 95 anni, il 14 febbraio 1977, 35 anni dopo la scomparsa di Gino Alfani, morto il 28 febbraio 1942. Cfr. sito web, TorreSette, Gino Alfani, mio padre, intervista del 7 luglio 2015 al figlio Tullio, a cura di Salvatore Cardone. Tullio, nato il 10 settembre 1922, al tempo dell'intervista aveva 93 anni. Tullio si candidò alle amministrative di Torre Annunziata del 1952 nel PSI, senza riuscire eletto, ci riprovò, con migliore fortuna, nel 1956, mentre suo fratello, Libero, ebbe altrettanto successo candidandosi nel PCI. Nel 1957, appena un anno dopo, si tornò a votare e a questa nuova tornata gli Alfani parteciparono in massa con Arnaldo e Libero candidati del PCI, mentre Amalia e Tullio riempirono le liste del PSI. L'unico eletto tra i quattro risultò il comunista, Libero. Tullio non si ricandiderà più, lasciando campo libero al fratello Arnaldo.

20. Aggressione a Gino Alfani, L'Emancipazione, Organo Socialista dei lavoratori vesuviani, anno II, n. 11 del 10 aprile 1909.

21. F. Barbagallo: Stato, Parlamento e lotte politico sociali nel Mezzogiorno (1900 - 1914), Guida Editori, Napoli, 1980, pag. 396.

22. Il congresso della Confederazione del Lavoro a Mantova, Avanti!, 8 e 9 maggio 1914.

23. A Torre Annunziata come a Napoli. La malattia del bloccardismo, Avanti!, 16 maggio 1914.  Sulla vicenda Cfr. M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli, La Nuova Italia, Firenze, 1971, pag. 51.

24. Il Convegno regionale campano. Un voto contro la guerra, Avanti!, 12 novembre 1914; Il Congresso socialista della Campania, Avanti! 7 dicembre 1914.

25. Torre Annunziata. Sanguinosa aggressione di un compagno, Avanti! 16 marzo 1918.

26. Dopo il mancato omicidio del compagno Alfani, Avanti! 21 marzo 1918.

27. Per l'attentato contro Gino Alfani, Avanti! 29 marzo 1918.

28. l tentato assassinio di Gino Alfani, Avanti! 2 aprile 1918.

29. Insediamento di consigli comunali socialisti, Avanti! 21 novembre 1920. Nella Giunta entrarono Rodolfo Serpi, Vincenzo Bidello, Gallo, Cuccurullo, Fontana, con supplenti Proverbio e Fogliamanzillo.

30. Nelle altre città. Castellammare di Stabia. Torre Annunziata, Avanti!4 novembre 1920.

31. I tre nomi indicati dalla Direzione del Partito erano l'operaio milanese, Luigi Repossi, deputato uscente, che pure ebbe 2.526 voti; Sabatino Laurenza, contadino di Caivano, con 2.240 preferenze ed infine il brianzolo, Ezio Riboldi, 2.350 voti, già deputato dal 1919.  Repossi e Riboldi furono comunque eletti in altra circoscrizione.

32. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, tornata del 9 novembre 1926, mozione di Augusto Turati, Farinacci, Starace ed altri.

33. A. Abenante, Per la libertà. Sorvegliati dall'Ovra a Torre Annunziata, Dante&Descartes, Napoli, 2009, pag. 62.

34. ACS, CPC, A. Luigi, cit., Lettera di Pelagio Rossi a sua Eccellenza Bianchi, 11 giugno 1928.

35. Gino Alfani, apostolo tra i lavoratori oppressi, “La Voce della Provincia”, 28 settembre 2001, articolo di S. Brancati.

 

 

 

 

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