Gramsci, un comunista divenuto globale
Un giovane studioso dell’Università di Bologna, Michele Filippini, in un saggio intitolato Gramsci globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo (Odoya, pagine 174, euro 13), si è preso la briga di indagare sulla diffusione nel pianeta delle teorie del pensatore sardo, scoprendo che la bibliografia su Gramsci conta ormai 17 mila titoli. Si parte dagli Stati Uniti, dove Cornel West, eccentrico filosofo afroamericano, autore di impegnati saggi così come di cd hip-hop con star del tipo di Prince e Chuckii Booker, reclutato perfino nel film Matrix Reloaded nella veste del consigliere West, ha fatto di Gramsci una bandiera delle minoranze gay e nera, riproponendo il suo pensiero per affrontare la questione razziale in America e rivisitandolo in chiave rap. “Gramsci – afferma West – aveva capito che la rivoluzione nasce dalle contraddizioni della struttura sociale, ma che poi va combattuta sul terreno della sovrastruttura, dunque del pensiero politico e della cultura”. Il paradosso è che a citare Gramsci, in funzione anti-Obama, è anche la destra conservatrice americana. I think tank neocon guardano con preoccupazione alla penetrazione del pensiero di Gramsci nei college a stelle e strisce e alla sua influenza sugli intellettuali liberal. Herbert London, guru ortodosso del partito repubblicano, sostiene che finanche il presidente Obama sarebbe “il prodotto di una cultura… drammaticamente influenzata dalla gramsciana lunga marcia nelle istituzioni”. Gramsci è di moda pure in Gran Bretagna, dove studiosi del calibro di Stuart Hall si servono delle sue categorie per analizzare le subculture popolari e i condizionamenti esercitati su di esse dai mass media. E in India, America Latina e Cina le idee gramsciane sul Risorgimento e sulla questione meridionale hanno fatto scuola: lo storico indiano Parta Chatterjee, ad esempio, ha spiegato la lotta di liberazione nazionale dell’India utilizzando l’interpretazione del Risorgimento di Gramsci e paragonando Nehru a Cavour e Gandhi a Mazzini. In un altro volume, che raccoglie gli atti di un convegno ed è curato da Annamaria Baldussi e Patrizia Manduchi, si parla della diffusione delle teorie di Gramsci in Asia e in Africa (Aipsa, pagine 360, euro 20,00), in particolare in Cina, nel mondo arabo o in Iran. Mentre in Africa fa scuola il pensiero gramsciano sui subaltern studies e gli studi post-coloniali, molto importante per l’analisi delle strutture sociali dei paesi usciti dai domini della sudditanza secolare degli imperi europei. E in Italia? Anche qui la fortuna di Gramsci è in ascesa.
La lettura del suo Odio gli indifferenti (tratto da alcuni editoriali scritti dal pensatore sardo sul giornale “La Città futura”) da parte delle due iene Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu all’ultimo Festival di Sanremo ha fatto segnare un grosso successo di ascolti, a cui è seguito quello dell’edizione cartacea proposta da Chiarelettere (pagine 128, euro 7), che per varie settimane è stata presente nella top ten dei saggi più venduti. Mondadori si è interrogata sulle ragioni storiche, politiche e ideologiche del suo successo nel nostro Paese col saggio di Francesca Chiarotto Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell'Italia del dopoguerra (pagine 233, euro 20). Einaudi ha invece deciso di riproporre le Lettere dal Carcere (pagine 300, euro 13) di Gramsci in una nuova edizione che “aggiunge” alla nota storica di Paolo Spriano un’appassionata prefazione della scrittrice sarda Michela Murgia, la quale non si fa scrupolo di promuovere la riscoperta anche in chiave pop dell’intellettuale italiano e scrive che “nessun altro filosofo al mondo, eccetto Marx, ha esercitato lo stesso fascino di lingua in lingua, seducendo quattro generazioni con il suo pensiero e con la forza di una dialettica così tagliente da aver colonizzato il linguaggio ben oltre l'area ideologica a cui voleva dar riferimenti”. Insomma, per dirla con le parole del grande storico inglese Eric J. Hobsbawn, “Gramsci fa oramai parte del nostro universo intellettuale”. |
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