Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Nella segreta del '99

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Anche nella storia napoletana c'è un 11 settembre, ed è quello che concluse il ciclo di oltre un anno di impiccagioni e decapitazioni di 124 esponenti della Repubblica Napoletana del 1799, giustiziati per mano della repressione borbonica, dopo la caduta della repubblica. E l'ultima a salire sul patibolo, quell'11 settembre del 1800, fu la leggendaria Luisa Sanfelice.

C'è molto del Mito, e c'è molto anche di Socrate, come vedremo, in questo “Viva ‘o Re!” di Angelo d’Ambrosio e Fausto Sesso, portato al Théâtre De Poche per la regia firmata dalla compagnia Marina Commedia.

Va detto subito che assai raramente una location si è identificata così alla perfezione con l'ambiente narrato: le scene di Armando Alovisi, che dovevano presentare due personaggi all'interno delle fradice mura di una cella borbonica, sono praticamente tutt'uno con le naturali segrete del Castel Sant'Elmo-Théâtre De Poche. Il perfetto disegno delle pareti cavernose avvolge i carcerati ma anche gli spettatori, facendoli sentire parte della storia, dentro la cella, affianco sulla pietra, inscritti in una tetraggine nella quale ci si aspetta di sentire prima o poi correre i topi.

Michele Schiano Di Cola (Giacomo Antonio Gualzetti) e Gennaro Di Colandrea (Carmine Ruoccolo detto Settefacce), l'uno reale quanto l'altro immaginario, sono una faccia (realissima) della coscienza di quel miracolo della Storia mai troppo ricordato, che fu la Rivoluzione Partenopea. Una coscienza, ribadisco, perché il tema principale della storia raccontata è quello di un confronto, spietato, crudo e per molti versi sincero, fra chi quell'Evento l'aveva idealizzato, progettato, attuato e difeso fino a pagare con la vita, e chi invece ne era rimasto completamente avulso, fino a trasformarsi da mancato protagonista, in decisivo avversario.

Gualzetti fu uno dei martiri della Rivoluzione, il poeta che per aver tradotto in lingua napoletana gli atti del governo repubblicano per farli comprendere al popolo, venne condannato a morte. Il secondo, lazzaro del Pallonetto di Santa Lucia, analfabeta senza illusioni, nullafacente e pagnottista per vocazione endemica, viene inviato nella stessa cella di Gualzetti, per spiarlo e scoprire i nomi di altri suoi compagni rivoluzionari da processare.

Ho cercato qualche poesia di Gualzetti, e mi rammarico di non averne trovate, sicuramente per il poco tempo che vi ho dedicato; avrei voluto leggere alcuni fra gli scritti citati, e mi consolerò con il pensiero che non è certo questo, il Segno del testo né della narrazione, quanto piuttosto il significato che risiede nella sua figura eretta, dallo sguardo che non si abbassa di fronte al boia. Questo grazie anche a Schiano Di Cola e Di Colandrea, che hanno mantenuto una tensione davvero molto alta e costante in ogni passo del loro incontro-scontro.

Un appunto deve farsi però alle battute finali, e alla loro struttura quasi da lieto fine, seppur nella tragica situazione di contorno: resta l'effetto della pietas, ma resta arduo credere alla scena in cui Settefacce simbolicamente si inchina di fronte al coraggio dei rivoluzionari, pur non comprendendoli ed anzi dileggiandoli, e rinuncia ai suoi trenta denari, bruciando il foglio con i nomi sottratto a Gualzetti.

Un piccolo florilegio della diatriba poeta-lazzarone ci regala punte di lame affilate ed incrociate con alterna fortuna dei duellanti:

"Tu non mi manderai a morte, perché ci andrò da solo. Quando vivi per un ideale in cui credi, la morte non ti fa più paura, perché non ti può uccidere", da contrapporre a “Je song' comme 'nu gabbiano che vola, libero e senza pensieri, e la notte il rifugio mio è 'mmiez'e scogli".

"Quei rozzi dei Borboni vanno dicendo perfino che in Francia i Giacobbini se magnano 'e criature", da contrapporre a "E beati a loro ca almeno se magnano coccosa..."

"Avete combattuto l'unico esercito che portava la libertà" da contrapporre a "Al mondo c'è sempre stato chi va in carrozza e chi va a piedi: si 'o Signore ce vuleva tutti uguali, ce faceva accussì dalla nascita..."

“Noi abbiamo un esempio da seguire in Eleonora Pimentel Fonseca, che col Monitore ha esortato... [...]” da contrapporre a "Ma tu pensi sempre agli altri? Non hai desideri per te? Io invece vulesse sulo campà cuntento..."

Chiosiamo il duello verbale con una osservazione davanti alla quale perfino il Poeta che l'ha pronunciata, non può fare a meno di ridere se non di autocommiserarsi: "E pensa che io sto morendo per te...", seguita finalmente da una delle verità più tristi e decisive della storia degli eroi del '99: sono molto grato all'accento posto su questo particolare, perché Michele Schiano Di Cola e Gennaro Di Colandrea, già fino a quel momento esemplari nella partecipazione e nell'immedesimazione con le maschere e con l'epoca, hanno trovato quello che è sembrato il vero punto di contatto fisico nel momento in cui la disillusione ha fuso, saldato e dato un senso alla storia napoletana, nella consapevolezza di essere stati trattati entrambi come l'ultimo dei sudditi. Se per Settefacce però questa era l'atavica condizione esistenziale, per il Poeta Rivoluzionario Idealista non può che diventare l'ultima e più profonda delusione: “...'e francesi s'hanno magnato milioni di ducati e rubato tutte le opere d'arte: hanno messo la gabella 'ncopp'a libertà. Per quelli Napoli era un limone da spremere, non la volevano la Repubblica qua, eravamo solo una preda di guerra. La nostra delegazione, a Parigi, manco la ricevettero...”. Verità più vera non poteva pronunciarsi.

Se è vero perciò che il “popolo” quella rivoluzione non l'ha mai capita, è chiaro anche che gli animi, le vite, gli spiriti che si immolarono non ebbero dai contemporanei la considerazione che hanno oggi, soprattutto per colpa dei falsi democratici-giacobini francesi che loro illusoriamente presero come ispiratori. Ricorderei tutti loro con le parole di Socrate, ma non quelle citate dal testo, quanto piuttosto con un discorso di quelli “tutti d'un pezzo” che l'Ateniese tenne per difendersi dalle accuse di tradimento, da inserire nel momento in cui Settefacce propone a Gualzetti di fuggire, ma lui si rifiuta: quelli che si riconoscevano come oppositori del regime di Crizia si erano trasferiti tutti fuori dalle mura di Atene, nel Pireo, capeggiati da Trasibulo e godendo dell'epiteto di Democratici, mentre Socrate scelse invece fieramente di non abbandonare la città, e durante il processo, come ricorda Platone nell'Apologia, e proprio nel periodo in cui “sei rimasto in città” divenne un'accusa politica, un vero e proprio addebito, quasi un marchio d'infamia, ebbene invertendo le posizioni con il peso della sua scelta, una scelta di lotta estrema e di attaccamento ad Atene, Socrate portando ai suoi accusatori la memoria del suo gesto ricordò: “Io non me ne sono andato mai, sono sempre rimasto qui”.
 

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