Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L’odore del Novecento. Guerre, migrazioni, luoghi di memoria nelle carte di Luigi Trincia (1912-1990)

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Ogni cosa ha il suo odore, anche il tempo. E’ l’odore antico del fieno accatastato per l’inverno, di legumi ordinati con cura in una dispensa, di una macina di pietra arenaria colorata dal bianco della farina. E’ il profumo spavaldo del faggio, della sua segatura che esce dal taglio dei boscaioli, o quello acre del caglio lasciato raffreddare in vecchie casare di legno. E’ la fragranza penetrante del muschio bagnato, appena staccato dalla corteccia di un larice, o quella soffusa del muschio asciutto, disposto con arte dalle mani di un artigiano attorno alla capanna di un presepe.

Il tempo ha l’odore delle persone che hai conosciuto, con le quali hai condiviso un momento, una stagione, una vita. E’ la loro pelle che lascia per anni questa fragranza, le loro mani, i loro capelli. E quest’odore, a volte dimenticato, a volte da dimenticare, ritorna, inatteso, improvviso, e parla, discreto o irridente, di quei giorni, di quei mesi, con una forza sensoriale che perdura, che stupisce, che sorprende. Sensazioni apparentemente disperse riemergono, riportate in vita dall’odore di un vecchio diario pieno di annotazioni, di una fotografia in bianco e nero, di una lettera dai bordi ingialliti. E quest’odore, soffuso o penetrante che sia, lontano o difficile da catturare, riconduce inevitabilmente a un evento, a un anno passato da tempo, a una stagione della vita.

Il Novecento, per me, ha l’odore di mio padre. L’odore del suo paltò, che sa di lavoro e di pioggia. L’odore del suo giornale, impregnato d’inchiostro e di caffè macinato di fresco, comprato nella torrefazione di sempre. Delle sue carte nel cassetto della scrivania, che parlano di guerra e di miseria, di migrazioni e di speranze. Del suo portafoglio, che profuma di prudenza e di sudore, di benessere, di parsimonia e di famiglia. E quando cerco, con la sensibilità dello storico, di accantonare questi evanescenti dati olfattivi, di usare altri strumenti, più idonei, più consoni alla ricerca sul periodo, questi odori riemergono, prepotenti, indiscreti, penetranti. In questi momenti, torna alla mia mente l’immagine di quando, giovane ricercatore alle prime armi, rincaso con la borsa piena di documenti dall’Archivio Centrale di Stato e chiedo a mio padre di raccontarmi le sue esperienze di guerra.

 

Mi racconti dell’8 settembre? Di quello che faceste con i tuoi compagni d’armi dopo l’armistizio…”. Mio padre mi guarda. Mi guarda e sorride con i suoi occhietti furbi. Rimane seduto nel suo angolo della cucina di Via Pannini, mentre io mangio la cena all’ora mia, alle 11 di notte dopo una giornata intera passata fuori casa. Mi guarda e non parla: lascia parlare i suoi occhi, come soltanto lui sa fare. “C’è un cassetto pieno di fotografie e di carte nello stanzino. Un giorno, se vorrai, potrai metterle a posto…”. Adesso per lui è ora di andare a dormire. I ricordi, anche oggi, rimangono sepolti nel suo cuore. Un cuore che ha attraversato tutto il Novecento, testimone di eventi che hanno segnato la vita di milioni di donne e di uomini: la prima guerra mondiale, il dopoguerra e il fascismo, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e il boom economico, il benessere e il consumismo. Ai miei occhi quel cuore assomiglia a un prezioso giacimento d’oro, nascosto sotto un verde prato coperto di fiori, simile ai campi di Castelluccio durante la fioritura di giugno.

Un giorno mi decido. Apro il cassetto e trovo montagne di fotografie in disordine. Vecchie istantanee degli anni Trenta e Quaranta, scattate con la sua Leica ricevuta in dono da chissà chi, vanto e orgoglio degli anni goliardici. Fotografie che lo ritraggono giovane studente di Economia e Commercio alla Regia Università di Napoli, che immortalano i suoi primi passi lungo i sentieri di una montagna diversa da quella della sua infanzia, non più affacciata sulla vetusta Nursia degli anni primi, ma che ora domina la Costiera Amalfitana e la vallata di Cava de’ Tirreni, aprendo il suo sguardo su San Liberatore, sulla Badia e sull’Avvocata. Fotografie che esaltano sempre i suoi occhietti furbi che sorridono, sereni e aperti, mai incuranti, sulle tragedie e sulle angosce del tempo. Fotografie che lo rintracciano al centro di gruppi di giovani di belle speranze, spesso accovacciato per far posto ad altri, sempre disponibile a mettersi da parte, se necessario. Fotografie prese per le strade di Roma, nei primi anni Venti al tempo delle elementari e dell’avviamento, o allo stadio di Testaccio dove andava a guardare le partite di calcio, o sul Lungotevere negli anni della ricostruzione, quando ormai laureato era giunto il tempo di mettere la testa a posto, di formare una famiglia, di garantirle un futuro economico con un solido impiego al Banco di Napoli di Piazza Montecitorio.

Quanti eventi sono passati per quegli occhi aperti sul mondo, quante speranze e quante illusioni, quante tragedie e ferite, quanta felicità e quanta vita! Ma mio padre non ne parla volentieri. I suoi occhi sottili lasciano presagire la ricchezza di quella miniera, senza rivelarne i segreti. Le sue emozioni, le sue paure e le sue gioie preferisce meditarle nel cuore, da uomo garbato e prudente. Per ventotto anni le nostre vite si sono incrociate, i nostri odori si sono mescolati, senza che io riuscissi a trovare la chiave per rompere il suo silenzio. Per ventotto anni abbiamo vissuto insieme, senza che io potessi cogliere a fondo la ricchezza della sua esistenza, i tanti segreti che hanno accompagnato i suoi giorni e le sue notti, dal concepimento all’ultimo viaggio. La sua riservatezza profonda ha, di fatto, vinto su tutto e su tutti, anche sui familiari più stretti, anche su sua moglie Vera, compagna di una vita. Forse avrei dovuto insistere di più, forse avrei dovuto aprirlo prima quel cassetto di fotografie e di carte, per guardarle insieme a lui. Forse avrei dovuto… O, quizás, è solo colpa dei miei vent’anni d’allora, dell’incapacità congenita a quell’età di usare gli occhi e il cuore per guardare lontano attraverso ciò che ci è più vicino, per dare il giusto valore alle cose, non per ciò che valgono, ma per quello che significano.

C’è un cassetto pieno di carte e di fotografie nello stanzino. Un giorno, se vorrai, potrai metterle a posto…”. Ma le fotografie non parlano. Restano immagini crudeli, senza nesso di tempo e di spazio, che non rendono giustizia alla storia di un uomo. Allora, in assenza di testimonianze e di raccordi, quelle fotografie uscite troppo tardi da un cassetto si ammantano di leggende e di miti, si lasciano trascinare dai pregiudizi che ognuno di noi ha sul tempo e sull’età, si offuscano alla luce di quelle cronache familiari, raccontate più spesso con intenti didascalici o esemplificativi, che non per un’effettiva ricerca della verità. Ma inesorabilmente non resta altra scelta che affidare proprio a quelle fotografie e a quelle carte l’immagine di un uomo, uno fra milioni, che ha attraversato con disinvoltura e leggerezza un secolo carico di storia. La sua storia, quella vera, resta nascosta in una miniera d’oro, sotto i prati fioriti di Castelluccio.

Estratto dalla Prefazione di Luciano Trincia, L’odore del Novecento. Guerre, migrazioni, luoghi di memoria nelle carte di Luigi Trincia (1912-1990), Gangemi Editore, Roma, 2011 (Collana: Storia, Filosofia, Religione; Pagine 144; Prezzo: 18 euro).

Il libro è stato presentato a Cava de’ Tirreni il 29 settembre 2011 da Luigi Gravagnuolo, Marco Galdi, Lucia Avigliano e Pasquale Petrillo.

 

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