Protagonisti dell'Illuminismo napoletano: Giuseppe Maria Galanti

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Categoria: Storia XVIII sec.
Creato Giovedì, 10 Luglio 2014 12:56
Ultima modifica il Giovedì, 10 Luglio 2014 16:40
Pubblicato Giovedì, 10 Luglio 2014 12:56
Scritto da Giovanni Cardone
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Giuseppe Maria GalantiNel panorama intellettuale del secondo Settecento, Giuseppe Maria Galanti è riconosciuto come il più assiduo indagatore delle condizioni economiche e politiche del Regno di Napoli.

Il suo contributo però, oltre a essere molto articolato nel tempo e a utilizzare una metodologia di indagine quantitativa e qualitativa ante litteram, va inserito nel più ampio quadro dell’Illuminismo napoletano.

È dall’analisi di questo rapporto che derivano gli spunti più interessanti per comprendere, da un lato, la continuità con la tradizione di studi a cui lo stesso Galanti ammette di appartenere e, dall’altro, gli elementi di discontinuità con quella stagione.

Galanti nasce il 25 novembre 1743 a Santacroce di Morcone (oggi Santa Croce del Sannio, in provincia di Benevento).

Primogenito di dodici figli, riceve un’educazione dalla scuola gesuita in un ambiente di provincia. All’età di nove anni viene inviato a studiare a Napoli presso uno zio materno, il quale, secondo quanto scriverà in seguito Galanti stesso, «non prese molto pensiero della mia persona, né de’ miei studj». (Memorie storiche del mio tempo, a cura di D. Demarco, 1970, p. 32)

La sua formazione iniziale è pertanto alquanto da autodidatta. Successivamente segue a malincuore il dettato paterno di conseguire la laurea in giurisprudenza e di praticare la professione legale. Un momento di svolta è la frequenza delle lezioni di economia tenute da Antonio Genovesi, «la cui scuola era allora celebre». (op. cit., p. 32)

Galanti sente di essere profondamente stimolato allo studio delle ‘scienze’, anche se è consapevole della mancanza nella sua formazione di un’impostazione metodologica.

Nel 1761, a soli diciotto anni, compone un trattato dal titolo Della civile filosofia risguardante la felicità, economia e grandezza del nostro regno. Il lavoro si ispira nella partizione degli argomenti alle Lezioni di commercio di Genovesi. (Venturi 1962, p. 942)

In questi anni Galanti cerca di convincere il padre di non essere adatto agli studi a cui è stato indirizzato, scrivendogli «non sono inclinato in niuna maniera per gli studi legali, ma sono grandissimamente invaghito per gli economici e politici». (Memorie storiche, cit., p. 32)

Viene costretto comunque a continuare gli studi, si laurea nel 1765 e si avvia, con sentimenti molto contrastanti, alla carriera forense. 

Dopo la morte di Genovesi nel 1769, egli sente il dovere di difenderne la memoria e inizia a scrivere l’Elogio storico del signor abate Antonio Genovesi pubblico professore di civil economia nella Università di Napoli. Il lavoro viene pubblicato in forma anonima solo nel 1772 a causa di censure e polemiche che accompagnano la circolazione del testo. Dopo l’allontanamento del ministro Bernardo Tanucci, nel 1776, e la nomina a primo ministro di Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca, sembra aprirsi a Napoli una stagione di rinnovamento.

Galanti decide di avviare una nuova impresa editoriale, fondando la Società letteraria e tipografica. (Napoli, in Un illuminista ritrovato, 2006, pp. 73-94)

Da questa attività emerge il progressivo interesse di Galanti verso la pubblicazione di grandi opere enciclopediche di storia e geografia.

Le edizioni sono realizzate sempre con integrazioni e approfondimenti scritti dallo stesso Galanti, che in questo modo inizia a soffermarsi sulla storia antica delle province napoletane e italiane.

Nel 1781 Galanti pubblica la Descrizione dello stato antico ed attuale del contado di Molise e, a partire dal 1782, la Nuova descrizione storica e geografica dell’Italia. È grazie a questo lavoro di approfondimento storico che viene concepito e avviato il suo più grande progetto, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, pubblicato in quattro volumi fra il 1786 e il 1790. 

I rapporti di Galanti con le strutture amministrative del Regno si avviano nella seconda metà degli anni Ottanta. A partire dal 1790 inizia in forma ufficiosa il suo incarico di «visitatore generale delle provincie del regno», sancito con la nomina nell’anno successivo. Nel 1792 viene pubblicata una sorta di appendice alla Descrizione, dal titolo Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno. 

Nel 1794 viene interrotto il rapporto di collaborazione fra Galanti e la corona. Vengono sospesi i finanziamenti e il suo lavoro è sottoposto al controllo diretto del Consiglio delle finanze.  Nel convulso periodo della Repubblica partenopea del 1799, egli guarda con distacco ai processi rivoluzionari, si trasforma da riformatore a conservatore illuminato (Venturi 1962, p. 980) e si dedica agli studi sull’antichità.

Di queste ricerche rimane l’incompiuto Prospetto storico sulle vicende del genere umano. L’ultima opera pubblicata è il Testamento forense (1806).

Muore a Napoli il 6 ottobre 1806. 

Galanti è incluso da Franco Venturi, assieme a Giuseppe Palmieri e Melchiorre Delfico, fra gli illuministi della corrente «provinciale», quella più attenta alle indagini empiriche e ai problemi immediati che il Regno di Napoli doveva affrontare nella seconda metà del Settecento. (Venturi 1962, p. XVI)

Questa corrente viene contrapposta all’altra anima dei riformatori napoletani, quella «utopistica», le cui idee porteranno agli esiti rivoluzionari del 1799. In entrambi gli orientamenti vi era un sostrato comune che derivava dall’appartenenza alla scuola di Genovesi e dall’accesa polemica antifeudale, ma i rimedi e le politiche proposte erano profondamente diversi.

La collocazione di Galanti nel primo gruppo è sicuramente motivata dall’opera per cui è più conosciuto, la Descrizione geografica e politica delle Sicilie. Come appare evidente dalla sua biografia, il percorso intellettuale di Galanti verso questa grande indagine sulle condizioni economiche, amministrative e sociali del Regno è unico e alquanto tortuoso. 

L’elemento che può spiegare il suo approdo a questo genere di studi è la sua concezione dell’indagine storica associata con la funzione dell’intellettuale, del filosofo.

Nell’Elogio storico del signor abate Antonio Genovesi, Galanti perora la causa del suo maestro, descrive in dettaglio il suo lavoro, prima e dopo l’istituzione della prima cattedra di commercio e meccanica del 1754, con lo scopo di difenderlo dagli attacchi, non solo di parte ecclesiastica, che circolavano a Napoli.

La narrazione del lavoro di Genovesi è appassionata: L’Abate Genovesi non dee dunque esser riguardato come uno di quei savi ordinari . Egli è stato un filosofo, che avendo ricevuto dalla natura un potente genio, se n’è servito per istruire se stesso, e per illuminare i suoi contemporanei. (Elogio storico del signor abate Antonio Genovesi, 1772, p. 25)

La storia dunque non è altro che una progressione che va dall’oscurità e dalla «barbarie» verso il secolo dei lumi, verso l’ampliamento della conoscenza che è spiegata dalla filosofia e dai grandi maestri. Già in queste pagine giovanili sono presenti i temi che verranno poi sviluppati ampiamente negli anni successivi.

Genovesi aveva mostrato che, anche grazie all’applicazione del progresso tecnologico nelle campagne, si sarebbe potuta accrescere la produttività della terra; ma, osserva Galanti, tutte queste innovazioni saranno inutili fino a quando i contadini  persisteranno nella condizione deplorabile e misera dove essi non furono né uomini né cittadini, ma animali di servizio, il travaglio e sudore de’ quali appartiene a’ loro padroni. (p. 110)

A partire dal 1777, grazie all’attività editoriale svolta con la Società letteraria e tipografica, Galanti s’impegna per dare diffusione alle idee dell’Illuminismo europeo.

La Società pubblica fino al 1786 circa settanta volumi. La linea editoriale si modifica nel tempo per contemperare le esigenze commerciali con quelle culturali.

Il catalogo spazia dunque da volumi sull’igiene e la cura dei neonati per prevenire la mortalità infantile, fino a saggi scientifici di giurisprudenza, storia e letteratura. Viene anche portato avanti, senza successo, il progetto della pubblicazione dell’opera di Niccolò Machiavelli, bloccato sul nascere dalla censura ecclesiastica. (Venturi 1962, pp. 952-54; Napoli, in Un illuminista ritrovato, 2006, pp. 86-90)

A partire dal 1780 la Società avvia la pubblicazione di una grande storia universale, la Storia filosofica e politica delle nazioni antiche e moderne in sedici volumi.

Il progetto iniziale è semplicemente quello di tradurre gli Éléments d’histoire générale ancienne et moderne (1772-1783) dell’abate Claude-François-Xavier Millot. In realtà, a mano a mano che procede la pubblicazione dei volumi, Galanti integra le parti che ritiene poco complete o approfondite con note, con suoi scritti e anche con traduzioni di altri autori, come Condillac, David Hume, Voltaire e William Robertson.

Nel 1783, a integrazione del 4° volume della Storia, egli pubblica una sua opera dal titolo Saggio sopra l’antica storia de’ primi abitatori d’Italia. 

Da questo approfondimento Galanti inizia a costruire una sorta di mito attorno alle popolazioni preromane, soprattutto del Sannio.

Erano popolazioni di piccoli agricoltori indipendenti caratterizzate da un’agricoltura fiorente, che furono assoggettate dall’imperialismo dell’antica Roma. Il modello dell’antichità si staglia in questo modo con maggiore contrasto rispetto alla realtà settecentesca in cui la persistenza dell’organizzazione feudale genera squilibri macroscopici nella distribuzione della ricchezza. (Venturi 1962, p. 962; Villani 1968, pp. 291-94)

L’indagine storica per Galanti non è dunque fine a se stessa, ma si carica del proposito di spiegare la necessità dell’intervento riformatore: la storia «ci mostra l’uomo col quale dobbiamo vivere, quello che può l’educazione per abbellire le sue maniere, o per corrompere il suo cuore». (Memorie storiche, cit., p. 43)

L’altro ambito di interesse di Galanti che emerge dalla sua attività editoriale riguarda la geografia e, in particolare, la pubblicazione del lavoro enciclopedico di Anton Friedrich Büsching sulla geografia europea e mondiale. (Neue Erdbeschreibung, 11 voll., 1754-1792)

Anche in questo caso l’edizione viene integrata con i lavori di altri viaggiatori e, per quanto riguarda l’Italia, descritta in maniera «sempre imperfetta in mani straniere». (Memorie storiche, cit., p. 44)

Galanti avverte la ncessità di perfezionare il lavoro di  Büsching con la pubblicazione, tra il 1782 e il 1791, della sua Nuova descrizione storica e geografica dell’Italia, in due volumi.

Questo lavoro viene ricordato da Galanti nelle sue memorie come un esercizio non particolarmente riuscito, visto che le aree descritte non erano state da lui visitate in prima persona. Non si è fatto altro che scegliere quello che trovavasi detto, o notato in altre descrizioni, in altre opere, in diversi viaggi ed unirvi le notizie che si erano procurate dagli amici e corrispondenti: cosicché mancano le idee che un autore avrebbe date al pubblico, osservando coi propri occhi detti paes. (Memorie storiche, cit., p. 44)

L’occasione per indirizzare le proprie riflessioni su un contesto conosciuto, Galanti l’aveva colta qualche anno prima pubblicando, nel 1781, la Descrizione dello stato antico ed attuale del contado di Molise che, secondo Franco Venturi, è «una delle sue opere più riuscite» (1962, p. 966). 

È possibile dire che proprio con questo lavoro si avvia il lungo viaggio di Galanti per tutti i territori e le province del Regno, ed è anche grazie a esso che viene concepito il suo progetto più grande, che egli realizzerà negli anni successivi, di fornire una descrizione dettagliata delle condizioni economiche, sociali e amministrative di tutte le province allo scopo di fornire le informazioni necessarie per un progetto complessivo di riforma. 

La descrizione delle condizioni del Molise risulta per Galanti tanto più penosa se confrontata con il «mito» dei sanniti forti e indipendenti dell’epoca preromana, a cui si è accennato in precedenza. Egli cerca di indagare quali siano le cause che hanno portato al decadimento che osserva e descrive in dettaglio.

L’avvento del diritto feudale e di quello canonico avevano trasformato profondamente quelle terre. Tutto viene ricondotto a una causa principale: ai tempi dei sanniti l’agricoltura era florida perché i contadini erano in realtà dei piccoli proprietari. (Venturi 1962, p. 969)

L’eversione della feudalità nelle campagne era però solo una delle misure, seppure fra le più importanti, necessarie per modificare tutti gli aspetti dell’economia del Regno. Occorreva innanzitutto annullare o allentare il sistema dei vincoli che ostacolavano il commercio interno, modificare il sistema di tassazione che opprimeva i più poveri e approntare un sistema di imposizione fiscale basato sull’imposta fondiaria.

Tutti questi rimedi proposti erano rivolti all’attenzione della corona. Galanti fu infatti sempre un regalista convinto: solo il riformismo di un sovrano illuminato avrebbe potuto portare avanti questo progetto. E il re, grazie anche al lavoro svolto per la descrizione del Molise, affida a Galanti il compito di ampliare il suo lavoro di indagine a tutte le province del Regno. 

Dal 1782 al 1785 Galanti raccoglie una quantità consistente di dati su ogni regione del Regno e scrive il primo volume della Descrizione geografica e politica delle Sicilie.

La censura, guidata dall’ormai vecchio abate Ferdinando Galiani, cerca di impedirne la pubblicazione. Per intercessione diretta del re il volume viene pubblicato nel 1786. Il secondo volume è pubblicato nel 1788, il terzo nel 1789 e l’ultimo nel 1790.

A partire da quest’ultima data Galanti viene ufficialmente nominato «visitatore generale delle provincie», e fino al 1797 viaggia per il Regno e anche per l’Italia per assolvere a questo incarico. (Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura di D. Demarco, 1° vol., pp. XXVII-XXIX)

Le edizioni successive dei primi due volumi della Descrizione, ampliate grazie all’indagine diretta sul campo, sono pubblicate nel 1793 e 1794, con il titolo Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie. Questa edizione ampliata viene interrotta nel 1794, e il quinto volume in preparazione non viene pubblicato. 

La Descrizione è un lavoro molto articolato, che contiene un’analisi della storia, dell’economia e delle istituzioni amministrative e giudiziarie del Regno.

Questa indagine mette anche in rilievo l’influenza sugli aspetti culturali esercitata dai due fulcri cruciali della società del tempo: la nobiltà e il clero. Con una prosa asciutta e chiara, Galanti espone in modo dettagliato lo stato di arretratezza del Regno e cerca, allo stesso tempo, di spiegare quali sono le cause di questa situazione e cosa può fare il governo per riformarlo.

Secondo Galanti, le incrostazioni feudali nell’economia e nell’ordinamento amministrativo sono la causa principale dei mali del Regno. Quelle leggi hanno riputata a vile la condizione dell’agricoltore, ed hanno privilegiato la classe degli uomini oziosi.

L’agricoltore ed il negoziante non è considerato tra noi che per le sue ricchezze: egli abbandona la sua professione per divenire nobile e per essere considerato nello stato. (D. Demarco, op. cit., p. 279)

L’aspirazione massima per ogni cittadino che ha «talento ed una piccola fortuna» è quella di fare l’avvocato, il medico, il notaio, il prete e di allontanarsi dalla produzione, soprattutto dalla terra; il resto della nazione è occupato a vendere le manifatture de’ paesi stranieri, a fare dei piccoli mestieri e a servire i facoltosi. I forestieri profittano della nostra balordaggine. (ibid., p. 279) 

In questa pagina è racchiusa l’analisi e la denuncia di Galanti: lo Stato deve ribaltare questa situazione, deve valorizzare le classi produttive, l’agricoltura e le manifatture, in modo da sostituire le manifatture estere con le produzioni nazionali, che sono di cattiva qualità e sono usate solo dal popolo, e «accordare una certa dignità civile all’agricoltore».

L’agricoltura, per Galanti, ha una funzione economica e sociale di primo piano: I veri beni degli uomini sono i prodotti della terra, che forniscono l’abbondanza, che conservano la semplicità de’ costumi, che dispongono gli animi a tutte le virtù sociali. (ibid., p. 280)

Sin dalla premessa, nel primo volume della Descrizione, Galanti chiarisce quali sono gli strumenti per combattere l’arretratezza del Regno.

Sono tre e sono «semplicissimi». Innanzitutto la libertà civile del popolo, che non è che «la sicurezza civile, che si ottiene colla buona organizzazione dell’autorità pubblica, e colla esatta e imparziale osservanza delle leggi»; ciò significa il superamento delle ingiustizie insite nella permanenza delle istituzioni feudali.

Il secondo strumento è l’educazione, intesa come istruzione finalizzata a rafforzare lo Stato, perché «la natura crea gli uomini uguali, e il governo è quello che li fa virtuosi o malvagi». Infine, ma non da ultimo, «l’amministrazione della giustizia» (ibid., p. 296), che è uno dei temi ricorrenti nella riflessione di Galanti e che sarà anche oggetto del suo ultimo lavoro, il Testamento forense. (cfr. Del Bagno, in Un illuminista ritrovato, 2006, pp. 171-201)

Nei volumi della Descrizione prende corpo un’analisi molto dettagliata, oltre che dei problemi generali del Regno, anche delle singole situazioni provinciali.

Galanti riporta dati, statistiche e una tassonomia articolata di temi e problemi economici e sociali, da cui deriva tutta una serie di indicazioni sui settori e sui problemi su cui sarebbe stato necessario intervenire.

I temi ricorrenti e ampiamente affrontati sono: il rapporto fra la città di Napoli e le province, la questione del riassetto e delle bonifiche del territorio, la questione dei demani, i rapporti fra proprietari terrieri e contadini e fra grande e piccola proprietà terriera, le modalità di produzione agricola e il credito agrario, le condizioni igieniche dei centri urbani, le migrazioni stagionali dei contadini, il sistema viario e delle comunicazioni, l’entità e il peso economico delle attività produttive e infine le usanze e i costumi delle diverse province del Regno. (Placanica, in Un illuminista ritrovato, 2006, p. 34)

La raccolta dei dati per Galanti non è fine a se stessa. I dati quantitativi sono importanti perché svelano i risvolti qualitativi dei problemi e possono quindi orientare efficacemente l’azione di riforma. Nelle sue Memorie, Galanti spiega come si articolava il metodo di indagine che aveva utilizzato nelle visite ufficiali nelle province.

Per abbreviare i tempi e per dare uniformità ai dati rilevati, aveva predisposto una sorta di formulario, il «catechismo», che conteneva gli aspetti principali da indagare, dalla conformazione geografica dei luoghi agli aspetti produttivi, economici e politici.

Queste informazioni venivano rilevate convocando in udienza un gruppo di attori privilegiati che rispondevano alle varie sezioni del formulario. Erano anche previsti dei colloqui riservati, nel caso fosse stato necessario approfondire questioni particolarmente delicate.

«Con questo metodo non si tralasciava nulla, e si faceva molto, in poco tempo». (Memorie storiche, cit., p. 60)

Le trascrizioni scritte delle attività di indagine connesse con i viaggi di Galanti si dipanano in definitiva su tre diversi livelli di scrittura. Il primo, il più diretto e immediato, riguarda gli appunti del viaggio, quello che viene annotato a caldo in base alle consultazioni effettuate e all’osservazione diretta.

Il secondo livello di elaborazione è costituito dalle relazioni ufficiali inviate al sovrano a partire dal 1790 e, infine, il terzo livello riguarda la rielaborazione di questi dati, appunti e relazioni che confluisce nella seconda edizione della Descrizione.

Non sempre questi tre livelli di scrittura corrispondono, ci sono delle sovrapposizioni nei temi e nei contenuti trattati ma anche, e più significativamente, delle divergenze, che negli ultimi anni sono state indagate con attenzione. (cfr. i contributi in Un illuminista ritrovato, 2006, di Rao, pp. 55-71; Pellizzari, pp. 121-57; Poli, pp. 299-339)

In definitiva, è evidente che, nonostante la costante attenzione alle vicende pratiche e provinciali, Galanti riassume queste informazioni in un quadro che gli permette di ipotizzare un progetto operativo di riforma.

Tutti gli illuministi e i riformatori napoletani della seconda metà del Settecento avevano recepito il messaggio riformatore di Genovesi, secondo il quale la feudalità era il «mostro» da combattere; questo era un dato ormai assodato per tutti i riformatori, ma Galanti, a differenza della denuncia degli illuministi «utopisti», fa un passo avanti.

Come ricorda Pasquale Villani (1968), egli supera «la fase della declamazione» e «ricorre alla storia». (ibid., p. 294)

I due elementi caratteristici della riflessione di Galanti, l’analisi storica dei problemi e l’azione riformatrice che deriva dalla riflessione storica, non sono mai disgiunti e, seppure entro un modello di intervento tutto compreso entro l’assolutismo regio, costituiscono le pagine più dense e documentate della tradizione illuminista napoletana.