La scienza non è il luogo della certezza
Eppure la storia del pensiero scientifico dimostra il contrario, basta leggere uno dei molti manuali disponibili per capire che le cose non stanno affatto così. Al contrario, nella scienza dominano errore e instabilità, e anche le grandi figure cambiano, per così dire, spesso idea. Occasione di queste riflessioni è un recentissimo articolo di Stephen Hawking, in cui il celebre fisico britannico suggerisce che il comportamento dei buchi neri potrebbe differire parecchio da quello che lui stesso aveva tratteggiato in tempi neanche troppo lontani. E l’articolo in questione è balzato subito agli onori della cronaca perché l’autore ha sempre cercato di diffondere le sue idee presso il grande pubblico scrivendo dei bestseller come, per esempio, “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”. Inizialmente Hawking sosteneva che, quando un buco nero scompare, svanisce anche l’informazione circa tutto ciò che “ingoia”. Mi scuso per l’utilizzo di termini così grossolani ma il mio intento, in questo caso, è farmi capire da tutti. Ora lo scienziato inglese avanza una tesi radicalmente diversa e si schiera con i suoi precedenti avversari: l’informazione invece si conserva dal momento che ciò che cade in un buco nero poi ne riesce, anche se sotto forma diversa. Non è certo un cambiamento di poco conto, e chi non si occupa per professione di simili problemi si chiede ovviamente come mutamenti così profondi siano possibili in ambito scientifico. Si tratta in realtà del retaggio – mai tramontato – di quella mentalità positivista che è penetrata in profondità nel nostro comune modo di pensare (anche se ben pochi se ne accorgono). Alla scienza, positivisti vecchi e nuovi hanno attribuito caratteristiche che essa non ha, descrivendola per l’appunto come un dominio in cui termini quali “errore” e “incertezza” non hanno diritto di cittadinanza. Giustamente, in un articolo apparso su “Repubblica”, il fisico italiano Carlo Rovelli (che ora insegna all’università di Aix-Marseille) nota: “Che un bravo scienziato cambi idea è qualcosa che sorprende più chi conosce poco la scienza che non chi ci vive dentro. Credo che essere pronti a cambiare idea sia non solo utile, ma sia addirittura il motivo dell’efficacia del pensiero scientifico. Noi tutti siamo pieni di idee sbagliate e di pregiudizi. Si impara quando si è pronti a riconoscere i nostri errori”. E allora diciamo che simili parole hanno un suono più che familiare per i filosofi della scienza, poiché altro non sono che un breve riassunto dell’epistemologia popperiana e del suo celebre metodo basato sulle “congetture e confutazioni”. Qualcuno oggi sostiene che Karl Raimund Popper è un autore ormai “demodé”. A me non pare proprio, e infatti continuo a proporlo nelle aule universitarie ricevendo sempre dagli studenti un riscontro assai positivo. Per un giovane è prezioso apprendere che l’errore è fecondo e costituisce la molla del progresso. Nella scienza ma anche in politica, come Sir Karl non si stancava mai di ripetere. Tutte le teorie – scientifiche e non – sono superabili e vengono in effetti superate, a differenza di quanto affermano alcuni scienziati odierni che amano molto i salotti televisivi.
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Chissà perché quando si parla di scienza - e soprattutto della fisica – il cosiddetto “uomo della strada” è immediatamente portato a pensarla come un campo dell’agire umano in cui regnano certezza e infallibilità. La verità scientifica è tuttora considerata da molti “la” verità assoluta e incontrovertibile, alla quale non si possono muovere obiezioni di sorta.