Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Torino – Presentazione di Termoli e Casacalenda nel 1799 di Antonella Orefice

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Dopo il successo ottenuto con la presentazione ufficiale avvenuta lo scorso 25 settembre al Maschio Angioino, presso la Società Napoletana di Storia Patria,  le stragi compiute dai Borbone saranno discusse a Torino, il 28 ottobre 2013, alle ore 21.00 presso la prestigiosa sede “Circolo dei Lettori” nel palazzo Granieri della Roccia, in Via Bogino 9.

L’autrice del libro Termoli e Casacalenda nel 1799, ne discuterà con gli storici Alessandro Barbero e Luigi Pruneti e gli avvocati Juri Bossuto e Luca Costanzo.

Nel racconto dei tragici avvenimenti di Casacalenda e di Termoli, stragi dimenticate del 1799, a cui Antonella Orefice ha dedicato il suo ultimo prezioso lavoro di recupero storico, sia l’autrice che gli interventi di Luigi Pruneti e di Mario Zarrelli presenti nel testo, analizzano le motivazioni per cui l’erudita Mariano D’Ayala, che aveva rinvenuto importanti manoscritti, decise di non pubblicare le testimonianze scritte di Padre Giuseppe La Macchia in merito a Casalenda e di Teodosio Campolieti concernenti i tragici eventi di Termoli.

Riguardo alla mancata pubblicazione della testimonianza dell’assedio, del saccheggio e dell’assassinio di Domenico Di Gennaro da parte di orde sanfediste di albanesi prezzolati dai Borbone, comandate da Michelangelo Flocco, prezzolate dai Borbone, e della strage di Termoli in cui avevano trovato la morte i fratelli Brigida e di altri patrioti repubblicani da parte di un banda sanfedista in tal caso comandata dallo stesso Cardinale Fabrizio Ruffo, l’ipotesi è l’atteggiamento “ pietistico” evidenziato da entrambi i redattori dei documenti.

La “ chiusa in chiave pietistica “ di Padre Giuseppe La Macchia della strage di Casacalenda e l’accento posto da Teodosio Campolieti sulla scelta del perdono cristiano da parte della signora Maria Concetta Quici , madre di Bassa Maria e Federico Brigida, avrebbero convinto Mariano D’Ayala a non pubblicare tali preziose documentazioni, non convinto del perdono per tali carnefici. D’ayala, che aveva sofferto il carcere borbonico riteneva ingiuste quegli accenti che Antonella Orefice definisce “irenici”, presenti soprattutto nel manoscritto di Padre La Macchia.

Infatti al termine del manoscritto il sacerdote concludeva in tal modo il suo breve racconto del tragico fatto accaduto in Casacalenda a di 19- 20 e 21 di febbraio 1799:

 “ Il carattere di sacerdote mi obbliga a professare la stessa mansuetudine di Gesù Cristo, e di avere gli stessi sentimenti, per cui sulla Croce, con infinita carità, ed inalterabile mansuetudine, scusando i suoi più perfidi nemici implorò loro dal suo divino Padre il perdono. Così io imploro da Dio misericordia e perdono a tutti quelli che in questa patria innocente commisero tante scelleratezze e tanto crudele sterminio: Pater ignosce illis non enim scierunt quid facerunt”.

Eppure padre La Macchia aveva usato parole durissime nei confronti dei Sanfedisti: Scelerati !...Empi Assassini! Cristiani scristianati!...Perfidi felloni!!!.

Tuttavia il sentimento della pietas cristiana aveva prevalso nel suo cuore. In merito, invece ù, alle vicende di Termoli la signora Maria Concetta Quici ù, pur avendo visto i suoi figli trucidati dalla banda sanfedista che agivano su ordine di Ferdinando IV, si mostrò contraria alla vendetta che pur i suoi parenti reclamavano, mostrando una nobiltà d’animo di alto atteggiamento cristiano, di autentico spirito evangelico.

Eppure era ancora ben vivo il ricordo del modo in cui gli insorgenti di origine albanese, sovvenzionati dai Borbone, avevano agito contro i repubblicani di Termoli.

Oggi le testimonianze di quelle stragi dimenticate sono state recuperate grazie all’opera meritoria di Antonella Orefice che ha pubblicato la ristampa anastatica dei due manoscritte con le proprie riflessioni in merito a tali dolorose, tragiche vicende.

Quelle stragi di cui si rese responsabile il cardinale Fabrizio Ruffo sono raccontate con un linguaggio diretto che a tratti comunica l’orrore provato da entrambi i redattori dei manoscritti.

In particolare padre Giuseppe la Macchia si mostra sgomento di fronte al mancato rispetto dei termini della resa con i miti ed onesti cittadini repubblicani di Casacalenda che, al termine della loro eroica resistenza, avevano pagato i 2000 ducati che la banda sanfedista aveva preteso nell’accordo dei termini di resa.

Nonostante ciò Domenico De Gennaro, amato da tutta la popolazione di Casacalenda, fu ucciso e Padre La Macchia confessa tutto il suo dolore perché i Sanfedisti avevano giurato sul Crocifisso “di non toccarlo affatto nella vita”.

Infatti , per essere sicuro che il capo dei repubblicani Domenico De Gennaro non fosse assassinato, racconta Padre La Macchia -  “ levatomi dal collo il Crocifisso che portavo , su di essi fece stendere le loro mani”.

Oggi dobbiamo guardare con il giusto distacco a tali avvenimenti storici , pur evidenziando le terribili parole di Padre La Macchia in merito a coloro che “ vantavano essere venuti a difendere la vera Religione “ ed invece umiliarono i sacerdoti che avevano aderito alla Repubblica e lo stesso Padre autore del manoscritto presso la cui casa le orde di Albanesi, prezzolati dal cardinale Fabrizio Ruffo, “scellerati, empi, cristiani scristianati, perfidi felloni” si recarono alle tre e mezza circa della notte.

Tutti i morti meritano rispetto, e pietas, laica o religiosa che sia, e anche riguardo a tali avvenimenti storici l’atteggiamento odierno deve essere di distacco, privo di atteggiamenti ideologici del presente, ma è inaccettabile sostenere che i sanfedisti al servizio dei Borbone rappresentavano la vera fede.

Degli autentici valori del Vangelo erano testimoni i tantissimi sacerdoti che scelsero i valori della Repubblica nel 1799. Leggere l’intero manoscritto di Padre Giuseppe La Macchia ne è l’ulteriore testimonianza, come lo è la lettura del manoscritto di Teodosio Campolieti.

“I patrioti che nel 1799 combatterono per gli ideali di libertà, uguaglianza e la democrazia repubblicana furono eroi e martiri che -  come evidenzia Antonella Orefice nel libro Casacalenda e Termoli nel 1799 - Stragi dimenticate -  meriterebbero un monumento nel cuore di tutti coloro che amano Napoli , terra natìa di menti eccelsi e rare”.

 

 

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