Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La Eleonora di De Simone

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Il regista Roberto De Simone, una delle personalità più originali e feconde del teatro italiano, ha portato in scena, in occasione del 200° anniversario della gloriosa Repubblica Napoletana del 1799, un lavoro incentrato sulla figura di Eleonora De Fonseca Pimentel, personaggio simbolo della Rivoluzione, con interprete principale Vanessa Redgrave nella parte di Eleonora.

Tale oratorio teatrale dona nel rivederlo tutto il suo fascino di coinvolgimento emotivo.

La "Eleonora" di Roberto De Simone è parzialmente ispirata alla protagonista del libro "Cara Eleonora" di Maria Antonietta Macciocchi. Per tale evento,  è stata la prima volta nella nostra storia la celebrazione dell’eroismo e del genio delle donne. E non è poco in un paese misogino come il nostro che ha avuto una solo vera rivoluzione nella sua storia, quella fatta al Sud nel 1799.

 

Il personaggio della martire della Repubblica Napoletana del 1799 appare, nell'oratorio teatrale di De Simone, quale autentica "vittima sacrificale" del potere, ma nel contempo l’intellettuale indomita nemica della monarchia assolutista. Non solo.

La voce della Redgrave narra, infatti, le pagine più celebri delle opere di Tolstoj, Majakovskij, Schiller, Thomas Mann, Brecht e le lettere dei condannati a morte della Resistenza, il tutto intercalato dalla musica del Settecento di Cimarosa, Paisiello, Leo e Durante "riveduta" dagli studenti della Bottega di Composizione del Conservatorio diretto da De Simone.

In piedi su una pedana legge i brani legge, lenta e ieratica, per comunicate il prezzo della vita pagato per un ideale da tutti gli intellettuali liberi, che come lei, si sono battuti per i loro ideali in epoche diverse, alzando alta la loro voce contro ogni potere dittatoriale.

La bravura del regista Roberto De Simone è quella di evidenziare come i martiri della Repubblica Napoletana del 1799 assurgono a condanna di tutti i poteri assolutistici che si servono della pena di morte per sedare le opposizioni e far tacere gli intellettuali.

Trattasi, quindi, di uno spettacolo di respiro “europeo” prima che “napoletano”, un’opera teatrale che si può definire moderna per rendere omaggio a tutti i grandi della storia che hanno dato la loro vita per la libertà.

Infatti Eleonora, ai suoi giudici che le chiedono di discolparsi, canta inneggiando alla libertà, all’uguaglianza e al popolo sovrano.

Uno dei momenti clou dell’oratorio teatrale, quello in cui il climax emotivo raggiunge alti livelli non poteva essere che il dialogo – scontro immaginato tra Eleonora e la regina Carolina moglie di Ferdinando IV che la incalza:

“ Il popolo, il millantato popolo Vi ignora, anzi Vi odia. Sentite come canta contro di Voi. Voi non avete mai parlato alla gente comune che non può comprendervi perché la vostra presunzione letteraria ignora le parole semplici che esso comprende e quelle parole siamo solo noi a conoscerle."

Eleonora risponde fiera e sdegnata: “ E’ falso che voi conosciate le loro parole. Voi impedite che essi apprendano altre parole fuori delle menzogne dei vostri preti. L’ignaro popolo è ingannato da un’astuta ciarlatana. Se regnasse giustizia, Carolina, saresti tu davanti a me nella polvere perché sono io la tua Regina”.

Ed Eleonora De Fonseca Pimentel, nobile di rango e di anima, con tali parole intende dire che lei aveva ardentemente desiderato che la plebe diventasse popolo.

Vi è una regalità dello spirito che un giorno avrebbe trionfato, insieme a quelle irrinunciabili ideali di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana, principi fondamentali di tutti i popoli liberi.

Vicina alla fine, condannata alla forca, ad “un resto di niente” nella finzione scenica di Roberto De Simone una Eleonora De Fonseca Pimentel del 1999 scrive un’immaginaria lettera al figlioletto Francesco, morto all'età di sei mesi, gli stessi vissuti da quella fragile Repubblica Napoletana del 1799 che non ebbe agio di crescere. Gli scrive per comunicargli che, a duecento dalla sua morte, si vive in un “mondo di perfida regressione; il degrado del livello intellettuale, la paralisi della cultura, la supina accettazione dei delitti di regime, dei misfatti di una giustizia politicizzata, lo sfruttamento, la cieca avidità di guadagno, la decadenza della lealtà e della fede, sono una cattiva garanzia contro l’esplosione di un apocalisse che sarebbe la fine della civiltà” .

Eleonora, nel concludere la lettera al figlioletto, gli affida le parole di un operaio francese che nel febbraio 1944, poche ore prima della sua fucilazione, scrisse ai suoi con la speranza di non essere dimenticato, insieme ai suoi compagni che avevano trovato la morte.

Riecheggiano le ultime parole di Eleonora De Fonseca Pimentel pronunciate prima di morire: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Virgilio, Eneide, I, 203) Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

 

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