Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta
Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi amici. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ’ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subito la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ’ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo! È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una donna e non è guidata da sentimenti di benevolenza umana. A 35 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente fallito tentativo di sequestro in Molise (a Campobasso). […] [...] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. (dalla Prefazione di Enrico FIERRO). […] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà». (dall’Introduzione di Giulio CAVALLI) |
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Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ’ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata.