Campania misteriosa: i suoi intriganti enigmi

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"Monsignor Olivieri è più diffuso, perché mi raguaglia dell’illuminazione delle grotte, ma principalmente perché vuole che io gli trovi in Napoli due o tre cammei, per mettere in un finimento, questo è per la nepote. Si chiama pensare con le scarpe, ricercare cammei a Napoli; qua non vi è niente in questo genere, ma se vi fosse non so se mi impegnerei a provederlo, perché il verbo restituendum degenera nell’obluvione e ne sono scottato sufficientemente; e quando poi occorre per parte sua farmi qualche vantaggio, mi considera il più accessorio, quando che senza me non so che buffonate si sarebbero fatte".

[Luigi Vanvitelli, lettera al fratello don Urbano Vanvitelli, da: Caserta, 25 gennaro 1751. La potenza evocativa di una serie di immagini accompagnate da una giusta musica è paragonabile soltanto a quella di un sogno, incantevole opera d’arte e strumento democratico per eccellenza a cui tutti possono accedere, dagli uomini più potenti della terra fino a quelli più poveri e svantaggiati. A cura di Valentina Villani]

Da versarsi piano … con queste tre parole, molto meno famose dell’italico Ti amo, racconteremmo altrettante faccende ai parigini. Di solito: è così forte la voglia di narrare la bellezza che l’incipit dice già dove si andrà a finire. Anche il da versarsi piano lo dice, ma non si può comprendere subito e noi non sveliamo cosa davvero significhi.

L’idea di fondo è: se tu a Parigi racconti che a Napoli c’è il Vesuvio, nessuno ti ride in faccia giacché hanno alle spalle una rivoluzione.

Vuoi che non abbiano imparato le regole del vivere civile e, soprattutto, le tecniche dolci di autocontrollo?

Dolci: un respiro profondo, il vuoto mentale, un mantra qualsiasi, se si ha altre preferenze, e via, lo scoglio è superato senza fare la figura dell’antipatico.

Dunque: la Campania misteriosa non potrà essere certo il Vesuvio anche se non è stato detto ancora tutto del nonno dei vulcani italiani.

Se si volesse raccontare ai napoletani qualcosa di misterioso che riguardi il loro suolo? Peggio che cantar di notte!

Vuoi che non sappiano cosa sia il Vesuvio, quale sia il suo significato anche estetico, che non sappiano l’ultima eruzione a quando risale?

Lo scoglio, stavolta, è nella bellezza del Vesuvio. C’è altro in Campania che regga il confronto?

 

Per chi è abituato a considerare la Natura come bene primario e Bene Culturale, il discorso è scontato: il Vesuvio si può paragonare, senza alcun problema, alla spiaggia di Palinuro, alla Costa d’Amalfi, alla Certosa di Padula.

Non c’è nessun problema neppure a paragonarlo alla Reggia di Caserta, all’impianto che ricorda la reggia di Versailles (in francese château de Versailles) e ad altre strutture dove mise mano il grande architetto Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel, figlio del pittore olandese Gaspar van Wittel, trasferitosi a Roma nel 1674 (epoca berniniana).

Ci spingeremmo oltre e paragoneremmo il Vesuvio anche a Giovanni Fummo, primo dipendente del Gambrinus, che il 10 agosto ha servito l’espresso numero 13 milioni, in una tazzina speciale. Occasione in cui sono stati offerti tanti ”caffè sospesi”, vecchia tradizione partenopea che prevede di pagare un espresso in più a vantaggio di un avventore sconosciuto.

Perché si può paragonare il Vesuvio a Giovanni Fummo? Perché in venti anni di lavoro non ha mai goduto di un giorno di malattia.

Attaccamento al lavoro che in certe zone dell’Italia (non occorre dirlo che si allude all’Italia dell’Est) neppure si sognano. Bellezza estatica della disinformazione.

Lo paragoneremmo anche al lavoro che sta facendo Antonella Orefice (basta digitare in Google: Eleonora de Fonseca Pimentel – La rivoluzione al femminile; Eleonora de Fonseca Pimentel: il mistero della tomba scomparsa; Eleonora de Fonseca Pimentel – La dignità negata) nel ricordare Eleonora de Fonseca Pimentel che, come tanti martiri della Repubblica Napoletana, venne decollata per l’azione rivoluzionaria cui diede le sue energie.

Si avvicina l’anniversario dell’evento, il venti di agosto, e ancora il solo parlarne spacca l’opinione pubblica.

A Napoli non manca chi sta polemizzando, da un punto di vista borbonico. Una vicenda che qui si indica come fatto di democrazia: le opinioni sono tutte accettabili, le si lasci, però, nell’alveo delle parole che rappresentano vedute diverse.

La storia ha detto e dirà ancora più chiaramente dove erano i torti e chi ha subito cosa.

Da versarsi piano


Sfidiamo chiunque a rispondere a una domanda, anzi a due:

I° – Dove si trova Solofra?

II° Dove si trova Castel San Giorgio?

Alla possibile terza domanda, giacché, tutti lo sanno, non c’è due …, risponderemo senza porla.

Prima un consiglio: in quei posti e dintorni ce n’è a sufficienza per trascorrervi un fine settimana estivo e non solo, che è bello andarci anche solo per sentire l’odore dei boschi, caso mai mentre piove, e scattare una fotografia.

Qual è la prima cosa che diremmo sia a un parigino che a un napoletano: Tu ci arrivi, entri dove stiamo per dirti, ti dimenticherai del luogo in cui ti trovi.

Perché, a cosa è dovuto questo straniamento?

È merito dei luoghi, a quel che c’è, a quel che vi si fa, ma anche alle persone.


Flashback
. Stiamo forse sognando? In silenzio, sei già giunto a Solofra. Una storia alle spalle che andrebbe raccontata. Con tratti solo pittorici: Sanniti, grazie alla cui lingua acquisì il nome Solofra: luogo salubre.

Venne il turno della occupazione romanica, l’incorporazione al ducato di Benevento, parte del Gastaldato di Rota (attuale Mercato San Severino), occupazione Normanna e parte del feudo dei Sanseverino, quindi dei Filangieri de Candida, infine degli Zurlo.

Massimo splendore: secolo XVI. È in questo periodo che fu costruita la Collegiata di san Michele Arcangelo: maestose opere in legno intagliato, ricoperte di oro e di opere pittoriche del caravaggesco Francesco Guarini.

Dal 1555 fu feudo degli Orsini. Tutto ciò non lo sai ancora, ma ti sarà a breve raccontato. La controra è lontana. Hai attraversato una piazza bellissima; hai osservato una fontana che ha qualcosa di vanvitelliano; hai lanciato uno sguardo al bellissimo municipio …

Sai dove ti trovi e sapresti indicare in quale direzione sia ubicato il Vesuvio. Non è lontano. In alcune delle sue eruzioni gli effetti si sentirono anche qui. Vi giunsero non solo i suoni, i rumori dei boati, ma anche i lapilli, come racconta il tufo.

Forse sei sudato. Sai che i pochi omaccioni seduti su due panchine ti hanno osservato. Volendo potresti immaginare i loro pensieri. Non lo fai: vedi un portale che ti fa riflettere e distoglie il flusso dei tuoi pensieri. È aperto.

Superi la soglia della Collegiata di san Michele Arcangelo. Stai bene. È fresco. Lo sguardo spazia su una maestosità di interni dominati da arcate e luci che cadono dall’alto: luce naturale.

Sei in uno dei tanti tesori architettonici della religiosità tout court. Le differenze: non sei più tu. Rapita, attendi che qualcosa accada in questo tempo che si è fatto immobile, sospeso.

È la bellezza. È la solita Sindrome di Stendhal. Non ne guarirai mai se ti ostinerai a frequentare posti del genere.

Finalmente un volto regolare ti sorride. Ora la voce gentile del Primicerio, Mons. Mario Pierro ti dice tutto, ti dice dove sei. Forse ti svela perché.

Inizia così: Siamo nel cuore del centro rinascimentale di Solofra… Potrai anche leggerlo, dopo, nel calendario che ti regala, quello del 2012, da cui prendi atto che si può anche contribuire alla manutenzione delle ricchezze che hai potuto vedere, donando il 5 x 1000.

Quando ne esci senti sulle spalle il peso della bellezza e della gentilezza. Un peso dolcissimo che ti legherebbe per sempre, con manette di velluto, se non avessi fame. Ti allontani, perdendoti in un altro ricordo: fu qui, nel locale polo conciario, che venne prodotta la pelle di nappa per il giubbotto rosso con strisce nere che indossò Michael Jackson per il video di Thriller: l’album del 1982, il più venduto di sempre.


Da versarsi piano 2

Solofra è alle spalle. Sei in direzione Salerno, su un raccordo gratuito, di facile percorrenza. Sarà facile sapere dove uscirne per andare a Castel san Giorgio.

Sai che l’appetito non deve venire mangiando: occorre sedersi a tavola quando si ha voglia di mangiare, di gustare. Questo lo diceva Vito Bellezza: un cuoco che non sapeva né leggere né scrivere, ma seppe inventare pietanze meravigliose, soprattutto di pesce.

Figura sconosciuta di cui si dovrà svelare una creatività straordinaria. Prima o poi. Anche stavolta la controra è lontana, è alle spalle, come Solofra.

Il Vesuvio adesso lo vedi in lontananza. Maestoso. Capita di vederlo anche innevato da qui …


Adesso è giunto il momento di farlo. L’appetito non verrà mangiando. Paola e Maurizio ci aspettano. Dove? Ma A casa mia. Ovvio. Solo che è casa loro, il loro ristorante, che è anche tuo.

Sono dolcissimi. Gentili davvero. Come gli altri della squadra. Noi già li conoscevamo: lì, a due passi, nella loro pescheria I mangerecci, si poteva mangiare il pesce fritto nel cuoppo, il classico cono campano in carta paglia.

Si poteva mangiare anche altro di ottimo, come adesso. La loro mission è detta da Maurizio in poche parole: Avvicinare i giovani al buon mangiare, al pesce, anche povero, ma sempre ricco e al giusto prezzo.

Ce n’é bisogno, soprattutto in Campania, dove anche i bambini soffrono di sovrappeso e malattie connesse. Per il resto: ci pare di essere a Parigi, in uno dei tanti ristoranti dove il rapporto qualità/prezzo è premiante per l’avventore.

Non come in molte pizzerie italiane dove se mangi una pizza e bevi una bottiglia di minerale paghi anche quindici euro. Troppo davvero.

A casa mia: è stato inaugurato da poco; pulito; vi si mangia il pesce come va mangiato. Non occorre recensire le pietanze. Basta guardarle.

P.S.
La risposta alle due domande iniziali: siamo nella misteriosa Campania, nelle province di Avellino e Salerno. Siamo nel mondo. Siamo dove si deve andare per fare belle esperienze.


Da versarsi piano
: Asprinio d’aversa, uno dei vini serviti correttamente da Paola e Maurizio: bere poco e bene. Cuoppo: A ccuoppo cupo poco pepe cape/ e ppoco pepe cape a ccuoppo cupo.

 

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